Un’analisi del World economic forum, organizzatore di Davos, mette nero su bianco i pregi del pacchetto da 740 miliardi di dollari voluto dal presidente statunitense. La valanga di crediti di imposta garantirà una transizione spedita mentre il mercato dell’idrogeno esploderà, trasformando gli Usa nel polo mondiale dell’energia pulita

Altro che un deja vù. Il piano per l’inflazione e il clima approvato dal Senato americano, con il voto decisivo di Kamala Harris, 740 miliardi di potenza di fuoco, non è qualcosa di già visto in passato, il solito piano di stimoli e aiuti con cui pompare l’economia (e anche l’inflazione). Si tratta di qualcosa di più, una svolta nella politica energetica statunitense e dunque globale. Di questo sono più che convinti dalle parti del World economic forum (Wef), l’organismo no profit che ogni anno organizza il salotto buono della finanza a Davos, in Svizzera.

Un paper a firma dell’economista Humzah Yazdani, mette nero su bianco tutta la bontà di un’operazione che di fatto poggia su due pilastri: la transizione energetica e il raffreddamento dei prezzi. Il tutto finanziato da un aumento delle imposte sulle grandi imprese con utili annui superiori al miliardo. Il provvedimento, infatti, include uno stanziamento da circa 370 miliardi di dollari per combattere il cambiamento climatico e un’altra pioggia di fondi per ridurre il costo dei medicinali, con il chiaro obiettivo finale di abbassare i prezzi al banco e di rendere gli Stati Uniti meno esposti agli shock esterni, come la guerra in Ucraina. Le spese previste saranno finanziate con una minimum tax del 15% sulle aziende che realizzano utili annuali superiori al miliardo di dollari unitamente a una tassa dell’1% sulle società che riacquistano azioni proprie.

Ora, tutto questo secondo il Wef non è certo banale, anzi. “Questo pacchetto”, è la premessa, ha “il potenziale per ridurre significativamente le emissioni di gas serra degli Stati Uniti nei prossimi anni. Siamo dinnanzi a un piano che tocca una miriade di questioni, tra cui assistenza sanitaria, farmaci da prescrizione e questo grazie a 800 miliardi di dollari di risorse”. Ma la punta di diamante è il clima. “I 369 miliardi di dollari stanziati per l’energia pulita e la mitigazione dei cambiamenti climatici rappresentano un livello di sostegno senza precedenti da parte del governo federale degli Stati Uniti per la transizione verso l’energia sostenibile”, mette in chiaro il Wef. “Si prevede che la legge ridurrà le emissioni degli Stati Uniti a circa il 40%, rispetto ai livelli del 2005, entro il 2030”.

Ma non è certo finita qui. Il pacchetto voluto da Joe Biden, il secondo in ordine temporale dopo il piano per le infrastrutture da 1.200 miliardi di dollari approvato lo scorso novembre, “incentiva molteplici fonti di energia pulita, tra cui l’accumulo di energia, energia nucleare, veicoli a energia pulita, idrogeno. Senza dimenticare che una simile legge può essere considerata socialmente progressista, dal momento che assegna incentivi più elevati ai progetti realizzati da lavoratori soggetti a un aumento dei salari. La maggior parte dei crediti d’imposta disponibili, infatti, prevede un ulteriore credito d’imposta di base, che può essere potenzialmente moltiplicato per cinque se il contribuente soddisfa i requisiti salariali e di apprendistato prevalenti previsti dalla legge”.

C’è poi la spinta, anch’essa senza precedenti, all’idrogeno. “L’impatto sulla produzione di idrogeno pulito è forse il maggior incentivo agli investimenti messo in campo”, spiega l’economista Yazdani. “Il pacchetto prevede un credito di base di 60 centesimi per chilogrammo di idrogeno prodotto, a condizione che l’intensità di carbonio sia compresa tra 0 e 0,45 chilogrammi di CO2 equivalente (CO2e) per chilogrammo di idrogeno (H2). Questi incentivi fiscali renderanno probabilmente gli Stati Uniti una delle regioni più economiche al mondo per la produzione di idrogeno pulito”. La svolta, insomma, c’è.

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