Ci sono vari segnali che fanno pensare a possibili evoluzioni positive sul Jcpoa, tra questi anche la narrazione del regime iraniano, che descrive la situazione come frutto di una serie di concessioni statunitensi. Per Washington, Teheran ha invece accettato le condizioni impostegli

La Reuters ha un’informazione importante sul Jcpoa, l’accordo sul nucleare iraniano che da mesi si sta cercando di ricomporre: l’Iran ha rinunciato ad alcune delle sue principali richieste, tra cui l’insistenza che gli ispettori internazionali chiudano alcune indagini sul suo programma atomico, avvicinando la possibilità di un accordo. Lo ha dichiarato lunedì un alto funzionario statunitense all’agenzia stampa internazionale, annunciando che gli Stati Uniti intendono rispondere presto a una bozza di accordo proposta dall’Unione Europea che riporterebbe in vita l’intesa del 2015 che congela il programma nucleare iraniano, messa in stato comatoso dall’uscita decisa dall’amministrazione Trump nel 2018, che l’attuale presidente Joe Biden ha cercato di rilanciare.

Che questa informazione possa essere realistica è al momento quasi certo. Il capo della politica estera dell’Unione europea, Josep Borrell, ha detto ai giornalisti lunedì che adesso la palla è passata a Washington in seguito alla “ragionevole” risposta dell’Iran all'”offerta finale” dell’Ue. C’è più di una bozza d’intesa e ci sono delle evoluzioni.

Teheran inoltre sta iniziando a preparare l’opinione pubblica a un possibile rientro nella compliance dell’accordo (che aveva violato in risposta all’uscita statunitense). L’attuale situazione è raccontata come frutto di una serie di concessioni da parte di Washington dalla narrazione del regime (che è guidato da un presidente conservatore, Ebrahim Raisi, che ha vinto le elezioni dopo due mandati del pragmatico-riformista Hassan Rouhani, che aveva ai tempi firmato il Jcpoa).

Il governo Raisi e la Guida Suprema, Ali Khamenei, sono consapevoli che il rientro nei termini dell’accordo comporterebbe la possibilità di veder riprendere le proprie capacità commerciali, grazie all’eliminazione delle sanzioni occidentali. Questo ridarebbe vigore all’amministrazione della Repubblica islamica davanti a una condizione socio-economica in peggioramento costante. Allo stesso tempo però, le forze conservatrici intendono salvare la faccia con i propri elettori ed evitare che le componenti ultra-reazionarie (come parte del Sepâh, il corpo militare teocratico) intralcino l’azione di governo con attività destabilizzanti.

“Pensiamo che abbiano finalmente attraversato il Rubicone e si siano mossi per rientrare nell’accordo a condizioni che il Presidente Biden può accettare”, ha detto il funzionario statunitense alla Reuters: “Se oggi siamo più vicini, è perché l’Iran si è mosso. Hanno ceduto su questioni su cui si sono aggrappati fin dall’inizio”.

A Washington si muovono dinamiche simili a quelle di Teheran d’altronde. L’amministrazione Biden ha sempre dichiarato l’intenzione di ricomporre l’accordo, sebbene intenda farlo in modo vantaggioso. La ricomposizione ha però un valore strategico: fondamentalmente il timore statunitense è che senza un accordo, l’Iran proceda sul suo programma atomico fino in fondo, creando i presupposti per innescare una corsa al deterrente atomico in Medio Oriente. Davanti a una situazione del genere, Washington potrebbe ricevere richieste da Riad per esempio, che ha dichiarato già che se Teheran avrà l’arma farà altrettanto. Gli americani potrebbero negare certe volontà, ma i sauditi potrebbero trovare forme di collaborazione altrove (per esempio in Cina o in Russia), rendendo la situazione ancora più tossica per gli Usa.

Tutto questo avviene in un momento in cui si ritiene che l’Iran abbia abbastanza uranio arricchito da poter costruire armi, se ulteriormente purificato, ed è più vicino che mai alla produzione. Tuttavia il tema è anche a uso interno per Biden: i Democratici non vogliono rischiare che la rivitalizzazione dell’intesa con l’Iran, di cui anche Cina e Russia sono parte, venga usata dai Repubblicani per strumentalizzazioni politiche a uso e consumo del consenso alle MidTerm.

In precedenza, il portavoce del dipartimento di Stato, Ned Price, ha dichiarato che non c’è alcuna garanzia che si possa giungere a un’intesa, affermando che “l’esito di queste discussioni in corso rimane ancora incerto, poiché permangono delle lacune”. A quanto pare potrebbe essere necessario un po’ più di tempo per giungere alla luce verde finale, ammesso che questa sia possibile, ma le ultime dinamiche hanno tutte un senso più ottimistico rispetto al mood di pochi mesi fa. Sebbene siano accompagnate da posizionamenti tattico e narrazioni di interessi.

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