Libano e Israele trattano sui confini marittimi grazie alla mediazione degli Stati Uniti. Ma a Beirut Hezbollah ha tutti gli interessi a evitare l’intesa e continuare a stressare la propria posizione aggressiva

Le discussioni tra Israele e Libano sulle dispute marittime rischiano di arrivare a uno stato di tensione a causa delle opposizioni che Hezbollah, gruppo politico armato sciita, sta creando all’interno del governo di Beirut. Comportamento che segna, come da decenni a questa parte, le ambiguità del Paese dei Cedri.

Se da un lato funzionari israeliani, libanesi e dell’amministrazione Biden restano ottimisti dopo i colloqui di questa settimana sulla possibilità di raggiungere un accordo sulla disputa per i confini marittimi tra Israele e Libano, dall’altro c’è un potere che frena e porta il Paese verso lo scontro con lo stato ebraico (mosso da interessi interni e dai collegamenti con i Pasdaran).

La disputa si concentra su un’area di poco meno di 500 chilometri quadrati sul Mediterraneo orientale. La zona è potenzialmente ricca di gas e rientrerebbe in un progetto israeliano che dovrebbe entrare in funzione in autunno, e potrebbe risolvere alcuni dei problemi del Libano. Ma il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha minacciato di riaprire la guerra mai pacificata dal 2006 se i diritti del Libano non saranno preservati.

L’inviato statunitense per le questioni energetiche, Amos Hochstein, si sta occupando delle mediazioni. È stato a Beirut all’inizio della settimana per incontrare la leadership confessionale libanese: ha visto il presidente, il maronita Michel Aoun, il primo ministro, il sunnita Najib Mikati, e il presidente del Parlamento, lo sciita Nabih Berri, e altri funzionari – difficilmente vedrà emissari diretti di Hezbollah, almeno ufficialmente, visto che l’organizzazione viene considerata un gruppo terroristico da Washington.

I tre leader libanesi hanno respinto per ora la richiesta di Israele di ottenere uno dei potenziali giacimenti di gas nell’area contesa in cambio di un compromesso su un altro potenziale giacimento di gas. Aoun, Mikati e Berri hanno anche rifiutato la proposta di condividere i potenziali introiti con Israele o di organizzare uno sforzo congiunto per la produzione di gas in una parte dell’area contesa, sostenendo che sarebbe stato l’equivalente della normalizzazione con lo stato ebraico.

Su questo quadro Hochstein sta mediando, dopo essere passato per un incontro con il primo ministro israeliano ad interim, Yair Lapid, e con il suo team negoziale. L’aspetto positivo è che alcune delle letture ottimistiche sulla situazione sono uscite da uomini vicini a Berri, che da anni interpreta le posizioni sciite di cui è parte anche Hezbollah. Riuscirà il Libano a uscire dallo schema che lo ha visto vittima da anni di un sistema politico che affossa il Paese (anche per colpa di posizioni ideologiche usate spesso per difendere interessi di certi partiti e personaggi)?

(Foto: Twitter, il porto di Beirut fotografato da Amos Hochstein)

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