Dalla resistenza ucraina alla sopravvivenza di Taiwan. Mentre la campagna elettorale italiana si scalda, nel Paese è atteso un test atlantista che dirà molto della sua politica estera futura e presente. Il commento dell’ambasciatore Giovanni Castellaneta

Che sia finito un periodo “d’oro” per i rapporti transatlantici tra Italia e Stati Uniti? Durante il governo Draghi il nostro Paese era riuscito a riacquistare credibilità e prestigio internazionale, soprattutto grazie alla riaffermazione del proprio convinto atlantismo e ad un rafforzamento delle relazioni tra Roma e Washington dopo alcuni anni “difficili”. Oggi siamo però di fronte ad una situazione radicalmente diversa, a causa della mutata situazione politica interna nel nostro Paese e anche alla luce della complessa congiuntura internazionale.

Che la grande finestra di opportunità apertasi grazie a Mario Draghi si sia già chiusa? Ciò non è detto, ovviamente a patto che chiunque vinca le elezioni politiche del 25 settembre confermi in maniera chiara ed inequivocabile l’appartenenza filo-atlantica ed europeista dell’Italia, magari con una accresciuta attenzione ai nostri interessi nazionali ed un pizzico di patriottismo.

Da parte degli Usa non c’è sicuramente alcun veto rispetto al “colore” politico della coalizione che risulterà vincente dalle urne: l’unica linea rossa da non superare è legata alla posizione che verrà assunta nei confronti di Russia e Cina. Inoltre sarà bene che la futura squadra di governo sia formata da persone dalla solida reputazione internazionale, dotate di un background professionale solido. Insomma, dovranno avere un comprovato track record delle loro esperienze e posizioni, requisito considerato molto più importante nell’ottica pragmatica degli yankee rispetto a vaghe promesse che rischiano di essere facilmente disattese.

Bisogna poi considerare attentamente la delicata situazione politica che stanno per attraversare gli Stati Uniti. Joe Biden è già sulla “graticola” a causa del rallentamento dell’economia (nell’ultimo trimestre gli Usa sono entrati in recessione tecnica) e il rischio di una sconfitta alle elezioni di mid-term (che si svolgeranno a inizio novembre) è concreto. L’amministrazione democratica deve sperare che l’inchiesta giudiziaria sull’assalto a Capitol Hill riveli inequivocabilmente eventuali responsabilità di Donald Trump, che sarebbe dunque ridotto quantomeno ad una condizione di impresentabilità politica in vista delle elezioni presidenziali del 2024.

Nel frattempo, Biden sta attraversando una fase complicata anche in politica estera: mentre la guerra in Ucraina sembra ancora ben lontana dal trovare una soluzione, i rapporti con la Cina si stanno facendo sempre più tesi come testimoniato dalla visita di Nancy Pelosi a Taiwan.

Una “fuga in avanti” che la speaker della Camera avrebbe forse potuto evitare in un momento così delicato per gli equilibri geopolitici alla luce delle molteplici aree di crisi già presenti: dalla guerra in Ucraina alle frizioni nei Balcani tra Serbia e Kosovo, passando per la probabile svolta autoritaria in Tunisia ed alla confusa situazione in Libia.

Il viaggio della Pelosi ha versato ulteriore benzina sul fuoco e rischia di rendere la situazione internazionale ancora più incandescente del caldo di agosto, fornendo inoltre a Pechino una possibile scappatoia rispetto alla sostanziale equidistanza che aveva mantenuto fino ad ora tra Washington e Mosca rispetto all’invasione dell’Ucraina. Ora la palla è nel campo della Cina, che potrebbe calciarla nella porta degli Usa facendo leva su armi di natura commerciale che danneggerebbero non solo l’economia degli Stati Uniti ma anche quella dei Paesi asiatici che sono alleati di Washington.

Insomma, si apre probabilmente una fase nuova per i rapporti transatlantici, sicuramente caratterizzata da una maggiore incertezza: almeno fino a novembre, quando il quadro politico sia in Italia che negli Usa dovrebbe essersi ormai delineato. L’importante è che, qualunque cosa accada, si resti nel perimetro dei valori che hanno sempre caratterizzato la comunità occidentale ed euroatlantica, rifuggendo da pericolose deviazioni già tentate negli ultimi anni e che hanno prodotto ben pochi risultati. Un rischio che sembra scongiurato dall’attuale situazione internazionale che non concede di percorrere vie alternative rispetto a quella euro-atlantica, anche in ragione delle priorità interne legate all’implementazione dei fondi del Pnrr.

La perdita di una leadership come quella di Mario Draghi rende l’Italia più esposta e potenzialmente vulnerabile all’influenza di potenze tendenzialmente egemoniche come la Russia; allo stesso tempo, un eccessivo indebolimento della Casa Bianca in caso di vittoria repubblicana alle prossime elezioni di midterm a novembre ,potrebbe provocare un ulteriore allontanamento delle due sponde dell’Atlantico. È fondamentale che sia Roma che Washington restino consapevoli dell’importanza di lavorare insieme, specialmente in una fase così delicata delle relazioni internazionali dove le democrazie liberali sono minacciate da potenze sempre più autoritarie.

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