Travolti da una tra le peggiori crisi economiche della storia, i libanesi hanno provato ad aggrapparsi alle criptomonete anche come atto di protesta. Difficile che però possa essere una svolta per il futuro. Viaggio a Beirut di Lorenzo Santucci

Per il Libano sembra essere tutto una questione di fiducia. Ancor di più quando si parla di denaro, che i cittadini hanno visto volatilizzarsi dalle loro tasche, ritrovandosi senza più niente a causa di quella che rischia di diventare tra le prime tre crisi economiche più dure dal XIX secolo ad oggi, secondo quanto calcolato dalla Banca Mondiale. I risparmi dei libanesi si sono dimezzati, dato che ritirare al tasso di cambio impone una svalutazione drammatica della moneta, rispetto invece ai canali informali che nel Paese vengono, a buon ragione, preferiti a quelli ufficiali.

Tradotto, la fiducia nelle banche è ormai da anni prossima allo zero e si cercano altre vie, anche se più instabili. D’altronde una protesta non guarda in faccia a dettagli del genere: si punta dritti all’obiettivo (trovare soldi, anche solo per sopravvivere) con l’unico scopo di raggiungerlo. Ecco allora che per molti libanesi l’alternativa al denaro tradizionale è stata trovata nelle criptomonete. Non tracciabili, antisistema e più redditizie: la moneta digitale aveva tutte le caratteristiche per sfondare.

Ci è riuscita, specie dopo la rivoluzione dell’ottobre di tre anni fa, quando anche la pazienza di un popolo con grandi capacità di adattamento come quello libanese si era esaurita. In quel momento, “i problemi finanziari ed economici che si erano accumulati hanno iniziato ad emergere”, afferma a Formiche.net Ibrahim Jean Dib, ingegnere libanese, emigrato ad Abuja dove lavora presso la Soject Nigeria Limited. E nel frattempo alimenta la sua passione per il mondo crypto con un alcune operazioni di trading. Un giorno, quanto prima possibile, spera di coronare il tutto aprendosi un’attività in proprio. “La crisi economica ha indotto le banche ad applicare misure di controllo del capitale sui conti dei depositanti, riducendo al minimo la possibilità di prelevare contanti dai loro conti”, continua. “Fu l’inizio del fallimento del sistema bancario libanese, che alla fine ha creato una totale mancanza di fiducia tra le banche e la popolazione”.

A dare un’ulteriore spinta agli investimenti in cryptomonete – Bitcoin su tutte – sono state anche quelle riforme mai attuate dalla politica, richieste a gran voce dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi) come garanzia per gli aiuti di cui il Libano necessitava e tutt’ora necessita con urgenza. Niente riforme, niente soldi e, quindi, una crisi economica che si è aggravata giorno dopo giorno. Man mano che la situazione peggiorava, la lira libanese continuava a perdere valore a disancorarsi sempre di più dal dollaro, cui era legata. Il cambio è ancora fermo a 1/1.500 ma, nella vita reale, oscilla sulla suglia di 1 a 30.000. Il massimo storico è stato quando ha raggiunto quota 38.000, “perdendo oltre il 95% del suo potere d’acquisto”. Tanto che, per differenziarli, quelli nelle banche venivano chiamati “Lollars”, giocando con “Lol”, laughing out loud, ridere ad alta voce. Come a dire, una presa in giro.

Così, sempre più persone hanno cominciato a pensare che questa fosse una strada migliore da percorrere per salvare i propri risparmi. “Mentre alcuni libanesi hanno fatto ricorso a metodi più tradizionali, investendo negli immobili o in metalli preziosi come l’oro, altri hanno iniziato a farlo nelle criptovalute a grande capitalizzazione e in quelle più affermate, come bitcoin ed ethereum, per preservare il valore del proprio denaro nella speranza di vederlo aumentare nel tempo”, prosegue Ibrahim. Alcuni di questi hanno ad esempio investito in macchine per il mining di bitcoin e hanno creato veri e propri centri per estrarli direttamente, per immagazzinare le monete ricavate o venderle per trarre profitto. L’utilità e il fascino di Bitcoin, così come di tutti gli altri tipi di monete digitali, risiedono anche nella velocità del trasferimento di denaro. E, in un Paese avvolto da una crisi economica come quella che sta vivendo Libano, questo dettaglio è tutt’altro che secondario.

A credere che questa fosse la scelta giusta, inoltre, è stato il boom di qualche anno fa. “Molte persone sono state in grado di trarre profitto dal ciclo rialzista del mercato di Bitcoin e delle criptovalute, che è durato all’incirca dalla metà del 2020 fino alla fine del 2021, e che ha portato Bitcoin da un valore di 4.500 dollari nel marzo 2020”, a pandemia appena iniziata, “a un massimo storico di 69.000 dollari nel novembre dello scorso anno”. Poi, il crollo dell’ultimo periodo (“I prezzi si aggirano all’incirca sui 24.000 dollari per Bitcoin, mentre stiamo parlando”, oltre 36.000 se si compara alla lira libanese) che ha portato nubi e domande sul futuro. Non per Ibrahim, convinto di come “gli utenti stanno crescendo con il passare del tempo e una maggiore adozione finirà per generare prezzi più alti”. Quindi, benefici per i detentori.

Ciononostante , rimane un grande punto di domanda attorno alle criptomonete. Tra le idee spuntante in mente alla Banque du Liban per arginare la crisi economica c’era proprio quella di lanciare una propria moneta digitale entro il 2021. Non è avvenuto e, probabilmente, non avverrà mai. “A mio avviso”, sostiene Ibrahim, “è un progetto che non susciterebbe troppo interesse da parte della popolazione”. In primis, “perché il Paese non dispone ancora delle infrastrutture necessarie per utilizzare appieno una moneta digitale”. Subito dopo, “poiché la gente si è di nuovo abituata a trattare con il contante, in mancanza di fiducia e credibilità del settore bancario”. In Libano, pertanto, è tutta una questione di fiducia. Bitcoin ha provato a dare una sterzata, anche con risultati interessanti. Ma che sia un’àncora di salvezza a cui il Paese possa aggrapparsi sembra essere utopia.

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