E se Nancy Pelosi e Joe Biden si fossero messi d’accordo? Qualunque sia la reazione cinese, una terza guerra mondiale non sembra dietro l’angolo. E il blitz della speaker a Taiwan è riuscito a chiamare il bluff di Xi Jinping. L’analisi del generale Carlo Jean

La visita della speaker del Congresso Usa, la battagliera ottantaduenne Nancy Pelosi, aveva sollevato molte perplessità. Sembrava un’inutile provocazione alla Cina e al suo presidente Xi Jinping. Quest’ultimo deve affrontare fra breve il 20° Congresso del Ppc, ancora parzialmente indeciso se aumentare i suoi poteri. Inoltre, sta subendo numerose critiche per i negativi impatti economici della rigidità della sua politica dello “zero-Covid”. Infine, il presidente Biden sta cercando di ottenerne il sostegno per premere su Mosca per la fine della sua aggressione all’Ucraina o, almeno, per convincere la Cina a non sostenere la Russia aggirando il sistema delle dure sanzioni a essa imposte dall’Occidente.

L’interesse sia degli Usa che della Cina per Taiwan è simbolico, politico e strategico. Sotto i primi due aspetti è molto maggiore per Pechino di quanto lo sia per Washington. La riunificazione di Taiwan con la Cina continentale ha rappresentato una priorità per tutti i governi cinesi, gelosissimi della sovranità nazionale. Non per nulla il “caso Taiwan” ha dato luogo a dimostrazioni di forza da parte di Pechino, che hanno trovato un’immediata reazione americana, ad esempio con l’invio nello Stretto di Taiwan di due gruppi portaerei nel 1995-96.

L’adozione da parte Usa della “One China Policy” ha costituito il presupposto della visita a Pechino nel 1972 di Nixon e Kissinger e del suo allineamento di fatto contro l’Urss, che tanto contribuì alla fine della guerra fredda. Gli Usa non riconoscono Taiwan come Stato. Subordinano il suo ricongiungimento alla Cina al fatto che esso avvenga con mezzi pacifici, si sono impegnati, sin dal 1979, a rafforzare l’isola e hanno mantenuto fino a tempi recenti una “strategia ambigua”, basata sull’opportunità di intervenire o no a sostenerla con un intervento militare diretto in caso di attacco. Hanno anche evitato di sostenere le forze politiche indipendentiste dell’isola.

Solo recentemente, soprattutto dopo il fallimento a Hong Kong della formula “uno Stato due sistemi”, che avrebbe dovuto garantire rispetto delle libertà democratiche e rispetto dei diritti civili, gli Usa – pur non rinnegando la politica dell’“unica Cina” hanno affermato che interverrebbero militarmente con i loro alleati – in particolare con il Giappone – a difesa dell’isola.

Taiwan è strategicamente importante perché costituisce componente della “prima catena di isole” che intercetta le rotte del Pacifico dalla Cina continentale e dal Mar Cinese Meridionale. La sua importanza si è accresciuta sia per il sorgere del contrasto fra gli Usa e la Cina, come elemento determinante del nuovo ordine mondiale, sia per l’importanza attribuita nella strategia globale americana e in quella cinese all’interazione fra i regimi politici interni e la loro geopolitica, cioè al contrasto fra le democrazie liberali e le autocrazie, fra il Washington e il Beijing Consensus.

La concezione e la gestione del soft power sono diverse fra gli Usa e la Cina, come messo chiaramente in evidenza dal recente saggio della Repnikova su Foreign Affairs. Più ideologico da parte americana, più pragmatico ed economico da parte cinese. Ma entrambi si fondano sulla credibilità e sul prestigio. A questo riguardo, la vittoria conseguita dalla Pelosi sulla Cina, che minacciava terribili reazioni per la sua visita a Taipei, ha marcato un punto a netto favore degli Usa, amplificato anche dal fatto che nello stesso giorno è stata data la notizia dell’uccisione da parte della Cia del “nemico pubblico n°1”, il leader di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri.

Le roboanti minacce di ritorsione di Xi sono sembrate aria fresca. Anche le misure commerciali (blocco delle esportazioni di sabbia e dell’importazione di frutta e di pesce) e l’intensificazione delle esercitazioni navali e aeree cinesi attorno a Taiwan sembrano più che altro simboliche. Beninteso, è troppo presto per trarre conclusioni definitive. Molto dipenderà dalle ricadute interne alla Cina che avrà la visita della Pelosi e dalla solidarietà che Pechino riceverà per quella che è indubbiamente stata una grossa provocazione.

Resta un punto per me oscuro. Il presidente Biden aveva subito espresso la sua contrarietà alla visita della Pelosi a Taiwan. Non possedeva però i poteri costituzionali per impedirla. Mi sembra strano che il chairman del Congresso, che appartiene allo stesso partito del presidente, non abbia preso in considerazione la sua opinione, che era stata espressa prima della minaccia di rappresaglie da parte di Xi.

Una sua tempestiva rinuncia alla sosta a Taipei non avrebbe potuto essere attribuita al timore delle reazioni di Pechino. A parer mio, la Pelosi e Biden erano d’accordo. Facendo così mantenevano un certo margine di flessibilità e di libertà di decisione in caso di eventi eccezionali che sconsigliassero la visita all’ultimo minuto. Invece, con le sue pesanti minacce, decisamente eccessive, Xi si era legato le mani. Non poteva ritirarsi, né evitare la figuraccia che alla fine ha dovuto subire. Verrebbe da dire: “Alla faccia di tutto il pensiero strategico cinese che prevede sempre una notevole cautela prima di lanciarsi all’attacco e, comunque, una via di onorevole ritirata”.

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