Israele e Turchia hanno formalizzato la riapertura delle relazioni che è in corso da diversi mesi e che è già passata per test operativi sensibili. Come dimostra la riapertura dei rapporti con l’Arabia Saudita, Erdogan in questi suoi cambiamenti di linea trova sponde di carattere economico-commerciale che possono servirgli a sollevare il Paese

“La normalizzazione dei legami con la Turchia è una risorsa per la stabilità regionale e un vantaggio economico per i cittadini israeliani”, ha dichiarato il primo ministro israeliano, Yair Lapid. La Turchia nominerà presto un ambasciatore in Israele e i due Paesi terranno una riunione economica congiunta nelle prossime settimane, ha aggiunto il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu.

Israele e Turchia hanno annunciato mercoledì 17 agosto la piena normalizzazione delle relazioni — che comporta il ritorno degli ambasciatori ad Ankara e Tel Aviv. La decisione che pone fine a una crisi diplomatica che dura da diversi anni è una grande novità nel Mediterraneo (e non solo nel quadrante geopolitico orientale). Le relazioni israelo-turche hanno attraversato una serie di crisi nell’ultimo decennio, l’ultima delle quali nel 2018, quando gli Stati Uniti, per decisone dell’amministrazione Trump (su cui Joe Biden non è mai tornato indietro) hanno spostato la loro ambasciata a Gerusalemme e la Turchia ha espulso l’ambasciatore israeliano da Ankara.

Sotto molti aspetti rientra in dinamiche già viste. Da parte israeliana continua la volontà di equilibrare i rapporti con Nazioni prima rivali, stabilendo relazioni — anche formalmente. Sotto quest’ottica la mossa con la Turchia ha lo stesso valore degli Accordi di Abramo, siglati tramite la  mediazione statunitense per la normalizzazione con alcuni Paesi arabi. Da parte turca, il riavvio del dialogo con Israele segue anch’esso un atteggiamento tattico che Recep Tayyp Erdogan ha iniziato a tenere non appena Biden ha vinto le elezioni. Ankara ha recuperato i rapporti con Egitto ed Emirati Arabi Uniti, che negli anni passati erano stati causa di forti tensioni nel Mediterraneo allargato.

L’approccio con Israele è iniziato da tempo, diventato pubblico con la telefonata di congratulazioni dopo l’insediamento del presidente Isaac Herzog nel luglio 2021. Da quel primo contatto — e dal successivo dialogo diplomatico — è stato costruito l’incontro che ha portato Herzog ad Ankara lo scorso marzo, e successivamente (a maggio) Çavuşoğlu a Gerusalemme. Questa era stata la prima visita in Israele di un ministro degli Esteri turco dopo 15 anni. Infine a giugno, quando Lapid era ancora ministro degli Esteri, si era recato ad Ankara nel quadro di uno sforzo israelo-turco per prevenire un presunto complotto iraniano per attaccare turisti israeliani a Istanbul.

Una vicenda quest’ultima in cui, sebbene non ancora formalizzato ufficialmente, il riavvio delle relazioni tra Israele e Turchia aveva già toccato il piano operativo. Piano in cui si è confermata in forma pratica la fiducia reciproca in costruzione. Soprattutto Israele ha potuto toccare con mano l’affidabilità della Turchia, che sta usando queste distensioni anche a proprio interesse, per cercare di recuperare da una pericolosa crisi economica. Come dimostra la riapertura dei rapporti con l’Arabia Saudita, Erdogan in questi suoi cambiamenti di linea trova sponde di carattere economico-commerciale che possono servirgli a sollevare il Paese, che tra un anno voterà alle presidenziali.

Un accordo sull’aviazione civile tra i due Paesi, insieme agli sforzi turchi contro il terrorismo e a quella che è stata vista come una risposta contenuta della Turchia all’ultima operazione israeliana a Gaza, sono stati altro elementi pratici che hanno portato alla decisione di procedere formalmente, secondo le informazioni in mano ai media israeliani. L’annuncio arriva per altro mentre la Turchia lancia una controversa operazione al nord della Siria, contro i curdi, ma coinvolgendo anche interessi degli uomini di Damasco. Attività in Siria che, con minore rumore e senza ufficialità, Israele porta avanti dal 2013 contro l’Iran e le milizie a esso collegate con cui Teheran ha aiutato il regime assadista.

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