La tavola rotonda dedicata al mercato del lavoro, organizzata nell’ambito del tradizionale appuntamento di fine estate con Marco Hannappel, Andrea Orlando, Luca Ruini, Monica Poggio e Luigi Sbarra

Se è vero che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, allora quest’ultimo non potrà in alcun modo, non essere al centro dell’agenda del governo che verrà, di qualunque bandiera sia. Con l’inflazione galoppante e una crisi energetica conclamata, unitamente a un Paese che invecchia e fa pochi figli, ecco che lavorare può assumere una nuova dimensione. Deve.

Di questo si è parlato al Meeting di Rimini nella tavola rotonda Una passione per il lavoro, alla quale hanno preso parte Marco Hannappel, presidente e amministratore delegato Philip Morris Italia, Andrea Orlando, ministro del Lavoro, Monica Poggio, ceo di Bayer Italia, Luca Ruini, presidente Conai, Luigi Sbarra, segretario della Cisl.

L’ESEMPIO FRANCESE

Partendo dal punto di vista dei manager, secondo Monica Poggio “occorre partire dall’orientamento dei giovani, bisogna dare delle indicazioni affinché le migliori competenze possano trovare il giusto posto nel mercato. E questo non è possibile farlo senza strumenti. Possiamo imparare anche da altri Paesi, penso alla Francia, dove l’educazione e la formazione sono tarati già sul futuro lavoro”, ha spiegato Poggio, ricordando come “oggi abbiamo in Italia due milioni di ragazzi che non studiano e non lavorano”. La manager ha ripreso poi l’esempio transalpino.

“In Francia, dove i numeri sono inferiori, da anni c’è l’alternanza tra scuola e lavoro, un sistema duale, per cui dopo la maturità c’è un’articolazione dell’offerta formativa decisamente più ampia. Insomma, percorsi precisi e in un certo senso più spendibili, con un inserimento in azienda da affiancare allo studio. Per anni abbiamo trascurato la formazione tecnica, dobbiamo formare persone, ma una volta arrivate sulla soglia del mercato del lavoro bisogna dargli gli strumenti adatti”.

DUE CASI ITALIANI

Proseguendo nel solco dei manager, Marco Hannappel, ha sottolineato l’importanza del cambiamento delle industrie e di come queste possano e debbano investire nel Bel Paese. “Faccio l’esempio dell’Italia, il più grande stabilimento al mondo di Philip Morris è in Italia, in Emilia. Oggi la fabbrica italiana esporta i prodotti più di chiunque altra, motorini o formaggi che siano. Abbiamo potuto e voluto continuare a investire in Italia, questa visione di lungo periodo ci ha consentito di ottenere efficienza, sostenibilità e risparmio, il tutto a favore dell’agricoltura italiana”, ha spiegato Hannappel.

“Poi c’è la ricerca e lo sviluppo, anche in questo siamo estremamente competitivi. Più si fa ricerca e sviluppo, più si usa il cervello delle persone. Una grande parte di questo processo viene sviluppato, nemmeno a dirlo, qui in Italia”. Il manager ha poi affrontato il tema delle competenze. “Esse non si possono sviluppare da sole, noi lo facciamo con i politecnici, con gli istituti industriali, questo rappresenta un momento di formazione che precede l’ingresso nell’azienda”.

Luca Ruini, presidente del Conai, il Consorzio nazionale imballaggi, ha citato l’esempio della scuola allestita dal Consorzio per sensibilizzare i giovani alla tutela dell’ambiente. “Questa nostra iniziativa è un esercizio molto legato al territorio, che costruisce dei percorsi di formazione e delle competenze che poi servono dentro le aziende. Sono due anni che la scuola ha il bilancio in pari e questo è un successo. Spesso si dice che per entrare in azienda basta l’Its (l’Istituto tecnico superiore, ndr). Non è vero, serve anche di più e quel di più la scuola del Conai lo può dare e lo ha dimostrato”.

UN PATTO PER IL LAVORO

C’è chi poi vede la necessità di un nuovo patto tra Stato e lavoratori. “Sono convinto che occorra liberarsi dell’illusione che il lavoro si crea per decreto. Non è così”, ha messo in chiaro Luigi Sbarra. “Ci sono state troppe interferenze legislative, troppo invasioni di campo. Il lavoro lo crea il mercato, abbiamo preso atto, per esempio, che il decreto Dignità, ha creato una miriade di contratti a termine. E lo stesso è stato per il reddito di cittadinanza, un’esperienza fallimentare, nonostante abbia contrastato la povertà. Una misura improvvida. Ora serve rimettere al centro il valore degli investimenti pubblici e privati, gli unici driver con cui creare lavoro e lavoro di qualità, ben retribuito e ben contrattualizzato. E poi basta con le politiche passive, l’Italia non investe da anni sulle politiche attive e sul capitale umano. Ora basta, è ora di una svolta”.

In scia al leader Cisl, anche il ministro Orlando. Per il quale è ora di realizzare un patto che “tenga insieme tre cose: il tema dei minimi salariali, quello della riduzione del cuneo fiscale e il rinnovo dei contratti”. Orlando ha sottolineato “che si discute spesso di un mercato del lavoro sul quale inizia ad avere un impatto molto significativo la curva demografica. Questo significa un cambio di paradigma: pensare al lavoro non solo a un fattore che va valorizzato e sul quale investire, ma un fattore sul quale una risorsa scarsa va custodita. Dire che serve una legge o che servono più leggi è riduttivo. Il tema di un dialogo sociale, del confronto, di un vero patto è la premessa per qualsiasi tipo di intervento”.

Il ministro del Lavoro ha ricordato che “il Pnrr mette in campo strumento funzionali a questo ragionamento: 4,5 miliardi di investimento sulle politiche attive non ha precedenti. Serve poi un compenso equo, dignitoso, per tutti i lavoratori. Bisogna fare uno sforzo per mettere insieme strumenti che garantiscano che non si possa andare sotto un compenso stabilito, normativo o pattizio, ma il tema fondamentale è come questo parametro può essere derivato dalla contrattazione”.

 

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