Ecco il limite vero della posizione della Lega: ridurre il problema delle sanzioni a un fatto puramente tecnico, che annulla i sottostanti problemi di carattere politico. L’analisi di Gianfranco Polillo

Con un tempismo degno di miglior causa, nel momento in cui Recep Tayyip Erdogan, l’autocrate leader della Turchia, affermava che la Crimea doveva tornare all’Ucraina, annullando la precedente annessione da parte della Russia, Matteo Salvini rilanciava il suo vecchio anatema contro le sanzioni disposte contro il Cremlino. Al meeting di Rimini, le parole del leader della Lega sono risuonate forti e chiare: “Non vorrei che le nostre sanzioni stessero alimentando la guerra”.

Continuando con lo stesso tono ha aggiunto: “Guardiamo i numeri, chiedo di valutare l’utilità dello strumento: se funziona andiamo avanti, ma se colpiscono più i Paesi sanzionatori che la Russia sanzionata avvantaggiano chi le subisce e alimentano la guerra anziché favorire la pace”. Semplice buon senso meneghino, si potrebbe aggiungere. E allora speriamo che “Bruxelles ci stia pensando”, ha concluso.

Quello di Salvini è un vecchio cavallo di battaglia. Contro le prime sanzioni, quelle decise a seguito dell’annessione da parte di Mosca della Crimea, nel 2014, il segretario della Lega si era pronunciato più volte. “Danneggiano le imprese italiane”, aveva tuonato in ogni occasione. Ma i numeri non erano stati analizzati con la necessaria attenzione. Si sarebbe infatti scoperto che le esportazioni italiane, in Russia, non superavano l’1,5 per cento del totale complessivo (dati dell’ultimo Def). Un piccolo danno, indubbiamente, ma tale da dover rovesciare una scelta di carattere strategico, andando contro un Occidente, verso il quale si dirige la quasi totalità delle esportazioni italiane?

Questo è il limite vero della posizione della Lega: ridurre il problema delle sanzioni a un fatto puramente tecnico, che annulla i sottostanti problemi di carattere politico. L’impegno dell’Europa e dell’Italia a favore dell’Ucraina non è solo un atto di solidarietà. Ovviamente c’è anche quello, ma riflesso di una valutazione di carattere più generale.

Obiettivo del Cremlino, Vladimir Putin lo ha detto in decine di occasioni, è rovesciare i rapporti di forza a livello mondiale. Sostituire al dominio dell’Occidente, una nuova santa alleanza centrata sul binomio euroasiatico – le teorie di Alexander Dugin – e sostenuta dagli altri Paesi componenti i Brics. Vale a dire Brasile, India e Sud Africa.

Si badi bene, Putin parla di dominio dell’Occidente, non di egemonia. Lessico tipicamente gramsciano. Ritiene, in altre parole, che non esista una giustificazione storica-culturale dell’attuale status quo. Essendo l’Occidente solo decadenza e degenerazione. E che quindi è finalmente giunto il momento di ricacciarlo indietro. Ne deriva pertanto che l’invasione dell’Ucraina altro non è che il primo atto di una lunga guerra. Di cui, fin da oggi, si intuiscono le prossime mosse. Che poi le armi faranno sentire nuovamente la loro voce nella martoriata penisola balcanica o in qualsiasi altro posto ai confini della vecchia Europa, sarà solo questione delle future e imprevedibili circostanze della prossima congiuntura.

Intanto i Paesi più esposti, come la Finlandia e la Svezia, da sempre neutrali, sono stati costretti a chiedere l’adesione alla Nato. Scelta non compresa da Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Mentre lo stesso Enrico Letta, nonostante le professioni di atlantismo, ha preferito girarsi da un’altra parte e accogliere, nelle proprie fila, i due dissidenti. Il che la dice lunga sulla coerenza delle diverse forze politiche italiane. “Parigi val” sempre “bene una messa”, come aveva insegnato, nel lontano Cinquecento, Enrico di Navarra.

Ma torniamo a Salvini. Benissimo: le sanzioni sono uno strumento rozzo per combattere il putinismo. Forse addirittura controproducente. E allora, qual è l’alternativa? Aumentare la pressione della Nato, fino a sfiorare lo scontro diretto? Oppure far finta di niente, come i tacchini che aspettano la festa del Ringraziamento?

Intervenire oggi, seppure con i limiti che tutti conosciamo, ha indubbiamente un costo. Ma l’inerzia di oggi, domani, può costare molto di più: fino a mettere in discussione il bene più prezioso che l’Occidente ancora garantisce. Quel sistema di libertà che consente anche a chi dissente di poter esprimere le proprie idee.

Questo, in definitiva, è il punto vero della questione. Non si tratta di essere amerikani, con la k. Ma di avere un’esatta percezione delle relative differenze. Nel confronto tra i diversi regimi, che oggi caratterizzano la geopolitica del mondo, l’Occidente, con tutti i suoi limiti e i suoi errori, resta il modello migliore a nostra disposizione. Ignorare questa verità elementare può essere fatale. Specie se chi non condivide questa posizione si candida alla guida del Paese.

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