Se il mondo del lavoro si sente rappresentato dalla destra sovranpopulista, ciò significa che le politiche portate avanti da questi partiti e movimenti sono giuste, che fanno gli interessi del mondo del lavoro e che, pertanto, la sinistra risolverebbe i suoi problemi di rappresentanza se ritornasse ad impegnarsi in quelle politiche che la destra gli ha scippato? Il commento di Giuliano Cazzola

“Nei mesi precedenti la crisi – hanno scritto due importanti ex dirigenti della Cgil, Sergio Cofferati e Gaetano Sateriale su Huffington Post – non c’è stata quella illuminata supplenza delle forze sociali (come nel 92/93 con Amato e Ciampi) a riempire il vuoto della politica e sostenere un governo “tecnico” ma determinato e risolutivo. Non sappiamo se per colpa di Draghi o per timore dei cosiddetti corpi intermedi, si è persino assistito – prosegue l’articolo – a una sorta di presa di distanza neutralista rispetto alle dinamiche politiche, come se fossero indifferenti rispetto al futuro economico e sociale del Paese. Qui si misura – è la considerazione centrale – una cesura rispetto alla consolidata “responsabilità nazionale” delle forze sociali ed economiche: deciderà la storia se questa cultura dell’ “indipendenza” dalla politica è una innovazione necessaria che rafforza le organizzazioni delle imprese e del lavoro oppure il segno del loro declino”.

Il messaggio è chiaro. Al di là della constatazione che i programmi non si pongono il problema dei coinvolgimento dei sindacati nelle sfide difficili da apportare, Cofferati e Sateriale sembrano rivolgere ai gruppi dirigenti delle organizzazioni sindacali, in particolare della Cgil, una precisa domanda: “Vi siete accorti che – a stare ai sondaggi e alle previsioni – sarà la destra a vincere le elezioni? È un esito che vi lascia indifferenti?”. L’indipendenza dalla politica si spinge fino al punto di prendere sul serio – come i sindacati non hanno mai fatto in nessuna parte del mondo e in ogni epoca della storia recente – la classica forma dell’autonomia dai padroni, dai partiti e dai governi, tanto da giudicare dai fatti anche un esecutivo di destra come non vi è mai stato in Italia? Se così è, se questa è la nuova linea, senza spingersi indietro ai tempi della prima Repubblica, quanto meno la Cgil dovrebbe presentare qualche scusa a Silvio Berlusconi, perché i suoi governi, fin dalle “gloriose” lotte del 1994 che concorsero a determinare le dimissioni del primo, non hanno avuto scampo, collezionando scioperi generali le cui motivazioni erano in prevalenza politiche.

Nel 2018, in occasione della vittoria delle forze populiste, il movimento sindacale italiano non ha esitato a mostrare l’altra guancia e a tenere una linea di condotta “tollerante” nei confronti del governo giallo-verde che lo aveva preso in contropiede realizzando quelle misure “identitarie” (reddito di cittadinanza e quota 100) a cui era molto difficile dire dei No espliciti, accontentandosi di qualche critica a colpi di fioretto. Poi è venuto il periodo d’oro del sindacato con la costituzione del governo giallo-rosso che legiferava sotto dettatura della Cgil (si pensi al blocco dei licenziamenti, alla cig in deroga e ai pdl del ministro Nunzia Catalfo sul salario minimo e la rappresentanza), tanto che le OOSS si associarono al coro di quanti giudicarono irresponsabile la caduta di quel governo e si aggiunsero al coro di chi preconizzava la formazione di un Conte 3.

Nei rapporti con il governo Draghi non è mai venuta meno l’ombra del sospetto nei confronti di un esponente di quei poteri forti che – secondo Maurizio Landini – perseguono solo l’obiettivo del profitto. Per quanto sia difficile individuare nei 18 mesi di attività del governo un solo provvedimento criticabile da posizioni di sinistra, Cgil e Uil nel dicembre scorso effettuarono persino uno sciopero generale a sostegno di motivazioni comprensibili solo da parte dei gruppi dirigenti, perché i lavoratori dimostrarono il loro smarrimento rifiutandosi di aderire all’astensione dal lavoro. Se è vero che il governo Draghi può vantare alcuni successi rispetto agli obiettivi affidati dal presidente della Repubblica, è altrettanto vero che dalla Cgil (e dalla succursale della Uil) non è venuto un sostanziale contributo. Dapprima con l’ostilità manifesta nei confronti del green pass poi con il disinteresse per il Pnrr e la contrarietà nei confronti di una collaborazione triangolare governo e parti sociali. Nel convegno del 1° settembre all’Acquario romano Landini aveva convocato un gruppo di leader di partito che andavano da Azione al Prc nel presupposto che la classe lavoratrice si sentiva più rappresentata dalla destra che dalle formazioni della sinistra. E invitava la sinistra a cambiare rotta.

In questa narrazione vi sono degli errori capitali. Il primo: se il mondo del lavoro – si sente rappresentato – purtroppo non solo in Italia, ma in altri Paesi è ancora peggio – dalla destra sovranpopulista, ciò significa che le politiche portate avanti da questi partiti e movimenti sono giuste, che fanno gli interessi del mondo del lavoro e che, pertanto, la sinistra risolverebbe i suoi problemi di rappresentanza se ritornasse ad impegnarsi in quelle politiche che la destra gli ha scippato. Ma se questo è vero – siamo al secondo errore – se la sinistra – almeno quella di orientamento riformista – non si decide a cambiare politica, un governo di destra finisce per essere una conseguenza inevitabile e forse anche una sorta di “male minore”, di interlocutore con il quale ci si può intendere. La Francia insegna.

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