Non era mai successo che le forze taiwanesi si trovassero costrette a sparare colpi di avvertimento contro velivoli (in questo caso droni) cinesi. Martedì un altro tassello dello status quo sull’isola è saltato sotto le pressioni cinesi. La presidente Tsai chiede controllo alle sue forze armate, mentre approfondisce le relazioni con Washington. Il conflitto è inevitabile?

La difesa di Taipei ha per la prima volta sparato colpi di avvertimento contro droni cinesi. Un altro pezzettino dello status quo attorno a Taiwan si è rotto. La vicenda avviene in mezzo a una delle fasi di più alta tensione dell’ultimo decennio, innescata dalla reazione violenta di Pechino alla visita della Speaker della Camera statunitense, Nancy Pelosi, a inizio agosto. 

Martedì, il 30 agosto, i soldati taiwanesi hanno sparato razzi contro tre droni non identificati che volavano a bassa quota sulla contea di Kinmen – un raggruppamento di isole distanti pochi chilometri dal mainland cinese ma amministrate da Taipei. Successivamente hanno aperto il fuoco, con colpi di avvertimento, contro un drone che è rientrato nell’area sopra una delle isole, secondo il Comando della Difesa di Kinmen. Non ci sono stati danni.

Lo scambio sottolinea quanto la campagna di pressione di Pechino contro Taiwan sia intensificata, diventata martellante dopo il controverso viaggio di Pelosi sull’isola all’inizio del mese. La Cina ha tenuto esercitazioni militari su larga scala, ha schierato droni e jet da combattimento e ha lanciato missili tra le acque di Taiwan. Ossia, Pechino ha sfruttato la situazione per alzare ulteriormente il livello della pressione contro la Repubblica di Cina, dimostrando la volontà di alterare lo status quo.

Martedì la presidente Tsai Ing-wen ha esortato le forze taiwanesi a rimanere calme ma pronte a prendere contromisure. “Voglio dire a tutti che più il nemico provoca, più noi dobbiamo essere calmi”, ha detto. “Non provocheremo dispute ed eserciteremo l’autocontrollo, ma ciò non significa che non contratteremo”.

Mentre la Cina ha dimostrato chiaramente la fermezza nella volontà di annettere l’isola (che per dottrina il Partito comunista cinese considera una provincia ribelle), gli Stati Uniti e Taiwan sono andati avanti con l’approfondimento delle relazioni. Sono in corso colloqui formali riguardo a un accordo commerciale, ci sono state operazioni (di routine) di transito delle navi da guerra statunitensi lungo lo Stretto di Taiwan, e si discute di una vendita sostanziosa (1,1 miliardi di dollari) di armamenti.

Taiwan si sta rafforzando con la consapevolezza che forse il momento di un’aggressione cinese si sta avvicinando. L’idea – secondo la cosiddetta “strategia del porcospino” – è di rendersi una fortezza difficilmente penetrabile senza subirne dure conseguenza. Contemporaneamente l’approfondimento di relazioni internazionali permette a Taipei di creare legami tali da permetterle forme di protezione davanti a un’eventuale invasione di Pechino.

Dopo Pelosi, diversi legislatori statunitensi si sono recati a Taiwan in segno di sostegno, facendo infuriare il Partito/Stato cinese, che il 16 ottobre si riunirà per una plenaria congressuale che dovrebbe restituire il risultato, storico, del conferimento del terzo mandato da segretario, e capo dello stato, a Xi Jinping – il quale ha fissato l’annessione, “pacifica”, di Taiwan tra gli obiettivi da ottenere entro il centenario della Repubblica popolare (nel 2049).

Un gruppo guidato dal senatore Edward Markey è atterrato sull’isola a metà agosto, mentre la senatrice Marsha Blackburn è arrivata venerdì scorso. Questa settimana, il governatore dell’Arizona, Doug Ducey, incontrerà Tsai e i rappresentanti delle aziende di semiconduttori. Il settore è ciò che rende Taiwan particolarmente importante sul piano commerciale globale, perché ha aziende come la TSMC che sono uniche sul pianeta.

“Non ci sono garanzie in tutto questo, ovviamente, se non che il futuro della Cina e di Taiwan terrà il mondo sul filo del rasoio”, ha scritto Howard French su Foreign Policy: “Questo fa sì che lavorare in modo intelligente per evitare un conflitto sia importante quanto prepararsi ad affrontarlo”. Mentre le tensioni sull’isola continuano a surriscaldarsi, i politici e i commentatori politici si pongono le domande sbagliate, suggerisce French: il punto non è chi vincerà (teoricamente la Cina ha forza schiacciante, ma Taiwan potrebbe arrivare ad avere la possibilità di chiudersi a riccio e difendersi). Piuttosto, sarebbe necessario concentrarsi su come prevenire un conflitto sull’isola che sembra inevitabile – con conseguenze globali.

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