La visita di Pelosi potrebbe essere stata per Xi Jinping l’occasione per stressare ulteriormente il dossier Taiwan e vedere fin dove potersi spingere. Ossia un pretesto per mosse che comunque avrebbe scelto di fare

La Speaker della Camera statunitense, Nancy Pelosi, è ripartita da Taiwan senza imprevisti. Ha seguito la sua fitta agenda di incontri e lasciato il suo messaggio, anche attraverso una spiegazione, tramite un op-ed sul Washington Post, delle ragioni che l’hanno portata a Taiwan: “Viaggiando a Taiwan, onoriamo il nostro impegno per la democrazia: riaffermiamo che le libertà di Taiwan, e di tutte le democrazie, devono essere rispettate”.

La visita di Pelosi ha creato molte polemiche a Pechino, dove è stata vista come un passo importante verso un possibile cambiamento della “One China” policy, ossia quella con cui Washington riconosce da quattro decenni la sovranità cinese sull’isola. Tant’è che la democratica statunitense, appena toccato terra, ha diffuso uno statement in cui specificava che niente sarebbe cambiato da parte americana sul rispetto dello “status quo” – ossia l’equilibrio delicatissimo per cui la Cina considera Taiwan un provincia da annettere, mentre Taipei vive una sostanziale (seppure informale) autonomia — in erosione.

“Il tempo e la tendenza a realizzare la riunificazione della madrepatria sono sempre saldamente nelle nostre mani”, dice in una dichiarazione di questi giorni l’Ufficio per gli affari di Taiwan del governo cinese. Ma le politiche nazionaliste del leader Xi Jinping hanno nel corso degli anni spostato lo status quo verso un piano inclinato, accelerando i processi. Pechino ha iniziato a insistere sulla necessità dell’annessione – anche con l’uso della forza. Pechino ha gestito la situazione innescata dalla visita di Pelosi anche con aggressività, e non tanto nei comunicati ufficiali del governo (lato ministero degli Esteri), ma nelle conversazioni private avute con i funzionari americani (secondo quanto gli Usa hanno raccontato ai medie in queste settimane) e nella movimentazione delle forze armate.


Il ministero della Difesa cinese ha comunicato che l’Esercito di liberazione popolare “lancerà una serie di operazioni militari mirate per contrastare” le azioni degli Stati Uniti, accusati di voler internazionalizzare la questione taiwanese e fomentare l’indipendentismo a Taipei e usarlo come carta contro la Cina.

L’Eastern Theatre Command di Pechino ha fatto sapere che condurrà esercitazioni live-fire (ossia con armi vere) attorno all’isola dal 4 al 7 agosto, ma probabilmente queste manovre penetreranno lo spazio marittimo taiwanese (e forse anche quello aereo) in quello che viene definita una “violazione gravissima” da Taipei (durante la stesura di questo articolo, nel pomeriggio di mercoledì 3 agosto, escono notizie su violazioni della linea mediana dello stretto da parte di diversi caccia cinesi).

Alcuni analisti stanno già parlando di una nuova (Quarta) crisi sullo Stretto di Taiwan, che arriverebbe in un momento delicatissimo in cui le pressioni cinesi su Taipei sono molto alte, accompagnate da una narrazione sempre più aggressiva. E mentre gli Stati Uniti hanno alzato il livello di ingaggio globale contro Pechino.

Tutte le manovre militari – che coinvolgono anche mezzi americani, dispiegati in forma di deterrenza nell’area – avvengono a distanza relativamente ravvicinata e potrebbero portare a incontri pericolosi o, peggio, a una collisione accidentale, che a sua volta potrebbe innescare ulteriori scontri ed escalation. A questo si aggiunge il rischio di pericolosi fraintendimenti, creati dai crescente livelli di sfiducia nelle relazioni bilaterali e della scarsa frequenza del dialogo al di sotto del livello dei leader.

Come spiega Amanda Hsaio del Crisis Group, una delle conseguenze più durature della crisi dello Stretto di Taiwan del 1996, e della grande dimostrazione di potenza militare statunitense che ha comportato, “è che ha contribuito a catalizzare le decisioni di Pechino di prendere più seriamente la modernizzazione militare e di investire maggiormente nelle proprie capacità di difesa”. È questo il genere di rischi di questa crisi che, come sostiene Bonnie Glaser del German Marshal Fund, è forse destinata a durare a lungo.


La Cina potrebbe aver usato la questione della visita di Pelosi come un’occasione. Da tempo Pechino sta cercando di dimostrare la propria determinazione nei confronti di Taipei, e quella personale del leader Xi (la storia di suo padre intrecciata con Taiwan, la sua attività da governatore del Fujian e dello Zhejiang, il suo incontro deludente del 2015 con l’allora presidente Ma Ying-jeou). Come  spiegato da Joseph Torighan, dell’AU’s School of International Service, “qualsiasi siano le pressioni politiche da affrontare, [Xi] non vuole passare alla storia come la persona che ha permesso a Taiwan di allontanarsi ulteriormente dall’eventuale riunificazione”.

Per questo l’obiettivo è annettere Taiwan anche con la forza, dato che la riunificazione pacifica è una narrazione politica che sta in piedi solo perché sorretta dalla propaganda cinese, mentre nessuno a Taiwan la condivide. E Xi è pronto a utilizzare qualsiasi fattore scatenante che potrebbe essere presentato come una modifica unilaterale dello status quo da parte di Taiwan.

Ma il fine delle reazioni anche eccessive di Pechino è piuttosto quello di erodere lo status quo per plasmarlo a proprio favore, per arrivare a corrodere gradualmente la determinazione di Taiwan e degli Stati Uniti a resistere. Il piano di lunga gittata potrebbe essere un rovesciamento interno a Taipei (per questo alla Cina serve di rafforzare le proprie posizioni in vista delle presidenziali taiwanesi del 2024). Un procedimento preferibile a una costosa invasione (“costata” in termini economici, ma anche e soprattutto simbolici). In questo caso, stressare la risposta militare (tramite le movimentazioni delle truppe e la retorica) serve anche a comprendere quanta resilienza c’è a Taiwan e soprattutto su Taiwan.

Dalla guerra russa in Ucraina, Xi ha capito che la reazione occidentale a mosse troppo azzardate può essere severa e forte. Ma ha anche rafforzato la narrazione su un Occidente (leggere: Stati Uniti) provocatore e portato a ingerenze su affari che riguardano la sovranità altrui. Un elemento condiviso con la Russia (e con altri come l’Iran) che è un utile proxy retorico visto che attecchisce anche all’interno della sfera di pensiero occidentale, oltre che in una parte di mondo che è in cerca di un modello a cui agganciare i propri desideri di sviluppo.

È un confronto profondo che avviene in un clima di crescente ruvidità. La Cina potrebbe cogliere l’occasione della visita anche per testare le proprie capacità attraverso un’esercitazione anfibia su larga scala, che giustificherebbe come risposta a una “mossa aggressiva” degli Stati Uniti, ha detto Oriana Skylar Mastro, un’esperta di difesa cinese di Stanford: “Quindi penso che la sfrutteranno come un’opportunità per fare progressi che potrebbero essere problematici, ma (che) volevano fare comunque a prescindere dalla visita di Pelosi”.

È alla luce di tutto questo che negli Stati Uniti cresce il pensiero sul se combattere per difendere Taiwan. “Difendere Taiwan ha senso per gli interessi economici, le libertà e la sovranità degli americani “, dice Elbridge Colby, ex numero due del Pentagono, perché, spiega, e le ambizioni della Cina non si limitano quasi certamente a Taiwan. Piuttosto, sembrano cercare la prima egemonia sull’Asia e la preminenza globale da lì”. Il problema a Washington è come evitare di arrivare al punto di scontro e innescare un equilibrio di potenza che possa congelare lo status quo.

 

 

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