Renzi e Calenda promettono il ritorno del metodo Draghi e invece faranno un regalo a Meloni, come scrive Stefano Ceccanti? Oppure riusciranno a smuovere lo scalcinato bipolarismo italiano (ri)portando alle urne scontenti e disillusi?

Se quella tra Pci e Dc fu fusione fredda, quella che si è realizzata tra Calenda e Renzi può tranquillamente dirsi gelida. Mesi e mesi a rinfacciarsi scorrettezze “arabe” e avventurismi solitari; poi l’aggancio in extremis tra l’ex ministro ed Enrico Letta diventato “singolo” in fatto di strategie e alleanze per l’addio al M5S di rito contiano e infine la giravolta con annesso rinnegamento di accordi già presi, hanno portato i due cavalli più bizzosi del panorama politico ad unirsi sotto uno stesso simbolo.

Unione dettata da esigenze elettorali, permeata da uniformità di vedute su molti temi ma inevitabilmente fragile in quanto accroccata all’ultimo minuto e per alcuni nient’altro che posticcia. Un attimo dopo la chiusura delle urne, è la spiegazione di tanto scetticismo, tutti e due torneranno a fare i battitori liberi perché la voglia di protagonismo di entrambi è troppo forte per essere compressa in gruppi parlamentari unitari e in un comune disegno politico.

Può essere. Le intese dettate dalla necessità – prima di tutte quella di sopravvivenza a cui si aggiunge la convenienza imposta dal meccanismo elettorale – normalmente sono costruite sulla sabbia: il lavacro del voto dei cittadini porta via tutto e subito.

Tuttavia ci sono due elementi che meritano attenzione ed invitano ad approfondire la questione. Il primo è che i due contenitori politici di centrodestra e centrosinistra – monumento all’immobilità di uno schema consunto eppure non sostituibile il primo; perennemente alla ricerca di una identità e di agganci con i fermenti dell’elettorato il secondo – da tempo mostrano la corda e mobilitano le energie e le voglie di un segmento di opinione pubblica che agogna un’offerta politica diversa e più attraente.

Di un terzo polo o di una terza via di offerta politica se ne fecero paladini esponenti politici d’antan che tuttavia esprimevano un sentire dotato di forte capacità esperenziale: e fu la volta del Partito della Nazione di Casini e Tabacci non a caso ancora oggi lì a inventarsi un futuro per sé. Fu un tentativo che fallì ancora prima di iniziare ma coglieva la necessità inespressa di una fetta non trascurabile di elettorato. Poi arrivò il ciclone Beppe Grillo che sulle stesse basi potremmo dire “ideologiche” costruì il MoVimento capace di scardinare il bipolarismo farlocco italiano e di imporsi come prima forza politica nazionale.

Apparentemente i due tentativi muovevano da opzioni opposte: basato sulla rabbia e sulle paure del ceto medio di impoverirsi il secondo; più attento alle logiche e alla grammatica politica del Palazzo il primo. Entrambi, tuttavia, consci che i campi larghi dei due contenitori di destra e sinistra erano in realtà accampamenti di cartapesta: un soffio e volavano via.

Adesso il M5S ha esaurito la sua spinta propulsiva e restano solo brandelli di anti-sistema e attaccamento al potere cuciti assieme col filo della velleità. Ma la voglia e il desiderio di una possibile scelta di chi insiste a recarsi nella cabina elettorale che sia alternativa ad entrambi gli schieramenti, resta.

Di qui discende il secondo punto. Se c’è un popolo di scontenti ma non avventuristi, che è non deluso ma assai di più della politica e però capisce che senza non c’è salvezza, la domanda vera diventa quanto l’accoppiata Calenda-Renzi possa valere elettoralmente e soprattutto a chi dei due schieramenti possa far più male togliendo voti. A prima vista, a temere di più dovrebbe essere il centrodestra e segnatamente Forza Italia.

L’arrivo in Azione delle due ministre forziste Carfagna e Gelmini (non Brunetta che preferisce restare fermo un giro) obbedisce a questa logica. E quanto a Renzi, la sua battaglia garantista e contro “il partito dei giudici” – dice niente la candidatura di Cafiero de Raho nel partito di Conte? – assicura simpatie e interesse. Dunque competizione “moderata” per togliere voti a quel che resta delle truppe del Cavaliere? Forse. Ma forse anche no.

Stefano Ceccanti, costituzionalista del Pd, ha scritto una dettagliata analisi per demolire quel tipo di narrazione rifacendosi all’eterogenesi dei fini, concetto caro ad un intellettuale cattolico come Piero Scoppola: mettere in campo una iniziativa per realizzare un determinato obiettivo ma al contrario delle tue volontà, l’iniziativa produce un esito opposto a quello voluto. Il risultato è così condensato da Ceccanti: il terzo polo promette Draghi ma favorirà Meloni. Queso perché il binomio centrista Calenda-Renzi “ha aumentato le possibilità di una vittoria ampia del centrodestra”. A supporto, un’analisi dell’Istituto Cattaneo dove il blu dei seggi al centrodestra occupa praticamente quasi tutta la cartina dell’Italia.

Sarà come sarà, il Terzo Polo (ma è quarto, gridano i critici sottolineando che il M5S di Conte è accreditato di percentuali maggiori) è in campo e scaturisce da una spinta precisa di una porzione non trascurabile di elettorato. E allora la realtà è che potrà avere successo ed essere protagonista del dopo voto non se rosicchierà qualche rimasuglio qua e là quanto se convincerà a sceglierlo una fetta degli elettori in cerca di rappresentanza che hanno in animo di disertare i seggi o l’hanno già fatto. Apparentemente mission impossible o quasi. Però, hai visto mai…

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