Conversazione con Marco Di Liddo, capo dell’Unità analisi del CeSI: in Ucraina presto potrebbero cambiare le condizioni meteorologiche e complicare l’avanzata, mentre la resistenza nei territori occupati dalla Russia potrebbe organizzarsi. La Crimea? Un fronte intoccabile per Mosca. Il rischio delle nucleari tattiche

Mentre Russia e Ucraina si accusano vicendevolmente di bombardare la centrale nucleare di Zaporizhzhia, e l’Onu lancia l’appello per demilitarizzare l’area, i bombardamenti russi crescono di intensità e l’evoluzione in Crimea resta un fattore di attenzione.

L’attacco alla base di Zaki di pochi giorni fa per ora sembra seguire un andamento già registrato: gli attacchi contro la penisola che i russi hanno annesso nel 2014 (e che la maggior parte della Comunità internazionale identifica come ucraina) sono stati sporadici. I fronti dei combattimenti più caldi per ora restano quelli della linea di Kherson per il quadrante sud occidentale, quella di Kharkiv a nordest e il Donbas.

Secondo Marco Di Liddo, responsabile degli analisti del CeSI, è “difficile immaginare che la Crimea diventi un fronte caldo con combattimenti ad alta intensità”, anche se le forniture militari occidentali stanno rafforzando le capacità di azione di Kiev.

“Colpire la Crimea per gli ucraini – continua di Di Liddo – dà dimostrazione di capacità di operazione su lunghe distanze e dà un riverbero completo alle dichiarazioni del governo ucraino secondo cui la guerra finirà solo quando tutto il territorio ucraino tornerà sotto il controllo di Kiev, Crimea compresa”.

Questo crea un contesto complesso, “un’arma a doppio taglio”, in quando la Russia considera la Crimea un territorio intoccabile, “molto più importante di tutti gli altri fronti aperti — aggiunge — su cui non può mostrarsi vulnerabile e per questo potrebbe essere costretta a rappresaglie molto dure, andando a colpire obiettivi che possono controbilanciare il valore di un attacco subito in Crimea (per esempio altri missili su Kiev)”.

L’Ucraina finora ha negato coinvolgimenti sia nell’attacco di Zaky sia in uno precedente sul quartier generale della Flotta del Mar Nero – la principale compagine militare presente nella penisola. È del tutto plausibile che Kiev voglia evitare di alzare l’asticella, lasciando a Mosca uno spazio per una narrazione alternativa dei fatti – le esplosioni a Zaky sono state raccontate come accidentali, non come il frutto di un’operazione ucraina, per esempio.

“La leadership politica russa aveva dichiarato che un attacco sulla Crimea avrebbe scatenato una reazione da giorno del giudizio: una volta diffuse certe minacce sarebbe difficile farle cadere, perché altrimenti si perderebbe di credibilità, soprattutto per quel che riguarda il fronte interno, che per il Cremlino è il lato più importante perché senza la presa sui russi (la cui maggioranza ancora supporta l’azione in Ucraina, ndr) significa andare in sofferenza”, spiega Di Liddo.

Meglio lasciar correre, almeno per ora. “Pensiamo all’Afghanistan, sebbene siano due guerre completamente diverse: anche in quel caso – aggiunge – il sostegno al conflitto era ampio tra la popolazione finché non se n’è sentito il peso sulla quotidianità dei cittadini e non si sono iniziate a contare le bare dei soldati caduti rientrare in patria però. Senza presa interna, i piani di Vladimir Putin vanno in tilt.

È in corso una guerra d’attrito, dove però l’avanzata russa, la cosiddetta “operazione militare speciale”, seppure lenta ancora può essere raccontata positivamente. Mosca ha ambizioni ampie, nega la dignità statuale ucraina e considera l’esistenza stessa del Paese un errore della storia (prima dei bolscevichi e poi della presidenza Yeltsin): questo fa pensare che nel corso del tempo gli obiettivi potrebbero tornare ad allargarsi verso Kiev o Odessa? “Mosca considera l’Ucraina sotto la propria sovranità e nega che esista un popolo ucraino degno di questo nome: stante ciò, per ora resto della convinzione che prima o poi, ci volessero anni, punteranno a prendersi tutto il territorio ucraino fatta eccezione della fascia più occidentale”.

Davanti a questo il punto interrogativo riguarda la capacità di resistenza di Kiev. Per Di Liddo, la superiorità tecnologica delle armi occidentali è reale, vista nei vari casi in cui le bolle di difesa russe sono state penetrate. Ma c’è una questione di numeri. Quello che viene fornito attualmente non è sufficiente a far pensare a una controffensiva su larga scala, e poi più prosegue la guerra più le armi saranno necessarie. “E va valutato — ragiona l’analista — che i Paesi occidentali sono in una fase generale di incertezza politica ed economica, e dunque, al di là delle intenzioni, bisognerà vedere quanto i vari governi che adesso stanno assistendo Kiev saranno disposti a rischiare crisi interne per investire risorse per supportare l’Ucraina”.

Lo scenario potenziale nel breve periodo è che le aree conquistate dai russi nel Donbas possano essere oggetto di referendum e successivamente – come successo con la Crimea – annessi. Quello è un cambiamento di scenario, perché significherebbe che i combattimenti, per Mosca, si sposterebbero in quello che viene considerato territorio russo, “e questo significa che ci sarebbe una diversa applicazione della dottrina militare”, spiega Di Liddo. Per assurdo, la Russia potrebbe decidere di azionare lo strumento nucleare, perché dichiarerebbe di essere stata attaccata in casa propria (la recente revisione sull’uso delle armi strategiche lo permetterebbe de iure)”.

Se questo è uno scenario anche di carattere politico, secondo l’analista del CeSI, sul piano strettamente operativo c’è da valutare il cambiamento delle condizioni meteorologiche nei prossimi mesi, quando arriverà il brutto tempo e si renderà più problematico procedere con le attività militari a terra.

“Infine, sempre parlando di scenari futuri, va valutato un fattore a cui stiamo dando poca attenzione: come si organizzerà la resistenza nei territori occupati? Un’ipotesi da non scartare è che questa resistenza possa innescare una sorta di scontro partigiano. E val la pena ricordare che questo tipo di guerriglia l’Ucraina l’ha fatta già due volte nella storia recente: all’indomani della Rivoluzione di Ottobre e dopo la fine della Seconda guerra mondiale”.

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