Forse non sarà la prossima settimana, ma la visita di Xi Jinping in Arabia Saudita è in programmazione, perché la Cina considera Riad (e il Golfo) un centro di interessi. La competizione con gli Usa è in evoluzione

Secondo le informazioni diffuse dal Guardian, in Arabia Saudita sarebbe già in corso la preparazione di un ricevimento di altissimo livello per accogliere il leader cinese Xi Jinping, che – stando alle informazioni del quotidiano inglese – dovrebbe recarsi a Riad la prossima settimana.

Un portavoce del ministero degli Esteri cinese ha dichiarato giovedì di non avere informazioni da offrire al momento, quando gli è stato chiesto di commentare la notizia. È probabile che la visita sia in fase di pianificazione, ma è possibile che non sia con tempi così stretti.

Xi ha rinviato molti appuntamenti in persona, evitando contatti diretti, seguendo la politica “zero Covid” cinese. Ora, mentre le misure si stanno allentando in Cina, è previsto che riprenda le attività di visita e viaggi all’estero. Se l’Arabia Saudita fosse una delle prima delle prime tappe, confermerebbe l’interessamento di Pechino nei riguardi del Paese e della regione mediorientale.

La Cina è stato il principale acquirente di petrolio saudita fino a che la Russia, per svicolare dalle misure restrittive occidentali legate all’invasione dell’Ucraina, non ha iniziato a vendere greggio e prodotti collegati a prezzi ribassati e speciali per Pechino. Riad tuttavia è visto dai cinesi come un partner più affidabile e soprattutto più strutturato di Mosca.

Le capacità economiche saudite sono molto superiori a quelle russe, e soprattutto il regno guida le dinamiche di una regione che ha un potenziale ampio (anche demografico) e una centralità internazionale (la Russia è invece ormai uno stato paria). Per Pechino la partnership con l’Arabia Saudita, e in generale con il Golfo, tocca diversi ambiti, dallo sviluppo tecnologico all’energia, fino a quello di carattere politico.

La Cina ha perseguitato sistematicamente i membri della minoranza musulmana uigura nella regione dello Xinjiang da diversi anni, orchestrando una politica di sorveglianza di massa, detenzione, tortura e rieducazione che i gruppi per i diritti umani hanno definito “genocidio”. Paesi come l’Arabia Saudita, sono passati da una politica di “silenzio” sulla persecuzione degli uiguri alla “complicità”, come dicono le organizzazioni che monitorano i diritti umani, per ragioni di interessi. E questo nonostante il regno sia il custode dei luoghi sacri dell’Islam – e dunque idealmente protettore di tutti i musulmani del mondo.

Questo genere di atteggiamento – una consapevole indifferenza – è molto apprezzato dai cinesi, che detestano invece quelle che definiscono interferenze su questioni interne. È d’altronde lo stesso metro che Riad chiede venga usato nei propri riguardi, ed è un punto di attrito soprattutto con gli Stati Uniti, dove l’amministrazione Biden ha elevato la questione dei diritti (umani, civili, democratici) a vettore di politica estera.

I sauditi sentono il peso delle posizioni della Casa Bianca democratica, solo in superficie risolto durante la recente visita del presidente a Jeddah. Pechino offre un modello differente, in parte più allettante per Riad. Ma per ora non ha la possibilità – e nemmeno l’interesse – di offrire la profondità (soprattutto in campo di difesa e sicurezza) della partnership che può offrire Washington.

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