Alla luce delle rivelazioni americane sui finanziamenti russi torna di grande attualità un altro rapporto dell’Alliance for Securing Democracy. È il prodotto di una task force composta da diversi membri attuali del Consiglio di sicurezza nazionale e presieduta da Avril Haines, la mente dietro la scelta dell’amministrazione Biden di diffondere notizie a scopo preventivo (in Ucraina e non solo)

Alla luce delle rivelazione degli Stati Uniti sui finanziamenti russi per 300 milioni di dollari a 20 Paesi nel mondo è tornato di grande attualità un rapporto publicato nell’estate del 2020 e realizzato da Josh Rudolph, esperto di malign finance dell’Alliance for Securing Democracy presso il German Marshall Fund, e da Thomas Morley, ricercatore presso lo stesso istituto. Formiche.net è stato il primo media a ricordarlo.

Ma non è l’unico documento che risuona d’interesse oggi a essere stato diffuso da quel centro studi in quell’anno. Ce n’è un altro.

Il titolo è “Linking Values and Strategy: How Democracies Can Offset Autocratic Advances”. È stato realizzato a metà 2020 e pubblicato a fine ottobre dello stesso anno, cioè prima delle elezioni presidenziali e anche dell’insediamento dell’amministrazione Biden, da una task force bipartisan di 30 esperti statunitense di sicurezza nazionale e politica estera messa in piedi dall’Alliance for Securing Democracy. “Non tutti i membri della task force sono d’accordo con ogni argomento o raccomandazione, ma il rapporto complessivo riflette il consenso generale al meglio delle capacità degli autori”, si legge in premessa.

Il rapporto è dedicato alla “persistente minaccia asimmetrica” che gli Stati Uniti e le altre democrazie liberali devono affrontare da parte delle autocrazie “che mirano a rimodellare l’ordine globale a loro favore” sfruttando le sfide interne delle democrazie e usando “un’ampia gamma di strumenti in ambito politico, economico, tecnologico e informativo per minare le istituzioni e le alleanze democratiche, impedire le critiche ai propri regimi e sistemi di governance”. È la sfida tra modelli, richiamata spesso dall’amministrazione Biden. Anche in ambito tecnologico. Già nel suo discorso di conferma al Senato a inizio dell’anno scorso, il segretario di Stato americano Antony Blinken aveva evocato “un divario crescente tra tecno-democrazie e tecno-autocrazie”.

“Gli autocrati possono far leva su queste fratture e limitazioni nel breve termine, ma nel lungo termine le caratteristiche democratiche conferiscono enormi vantaggi strategici”, si legge nel sommario del rapporto. “I vantaggi degli Stati Uniti comprendono una società civile vivace, un’economia dinamica e competitiva, un settore privato innovativo e una solida rete di alleanze. Sfruttare questi punti di forza richiede una strategia nazionale per contrastare i progressi autocratici, cogliendo i vantaggi dei sistemi aperti, costruendo la resilienza delle istituzioni democratiche e sfruttando la fragilità dei regimi autoritari”.

Come farlo? Tra le raccomandazioni due risuonano oggi attualissime: “Prendere l’iniziativa nell’information competition, realizzando una campagna globale per smascherare le false promesse degli autoritari e raddoppiando il sostegno ai media indipendenti e al libero accesso all’informazione”; “Condividere informazioni e coordinare risposte unificate con alleati e partner per contrastare e scoraggiare gli sforzi di interferenza autoritaria”.

Tra gli autori del documento c’è Laura Rosenberger, che oggi si occupa di Cina al Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca. Tra i 30, invece, ci sono altri che oggi lavorano al Consiglio per la sicurezza nazionale: il consigliere Jake Sullivan, Kurt Campbell, coordinatore per l’Indo-Pacifico, Tarun Chhabra, responsabile tecnologia, e Thomas Wright, a capo delle strategie. Figurano poi Kathleen Hicks, attualmente numero due del Pentagono, Derek Chollet, consigliere del dipartimento di Stato, e figure del mondo repubblicano come il deputato Michael Turner.

A presiedere la task force sono due pesi massimi. Il primo, vicino al mondo repubblicano ma critico verso l’ex presidente Donald Trump, è Eric Edelman, sottosegretario al Pentagono per le politiche (il più alto incarico civile al dipartimento) durante l’amministrazione di George W. Bush, in precedenza ambasciatore in Turchia e Finlandia. La seconda, vicina al mondo democratico, è Avril Haines, che a quel tempo, dopo essere stata vicedirettrice della Cia e viceconsigliera per la sicurezza nazionale nella prima amministrazione di Barack Obama, lavorava nel settore privato. A inizio del 2021, però, la sua è stata la prima nomina dell’amministrazione Biden a essere confermata al Senato: direttrice dell’Intelligence nazionale, posizione da cui ha guidato la scelta delle agenzie statunitensi di diffondere informazioni a scopo preventivo sulla mobilitazione delle truppe russe prima dell’invasione dell’Ucraina.

Si è trattato di un “utilizzo del materiale e delle informazioni raccolte che credo venga incanalato in un percorso strategico orientato a fare in modo che la comunità occidentale possa rispondere di conseguenza”, ha spiegato Andrea Spiri, dottore di ricerca in Storia politica dell’età contemporanea e docente all’Università Luiss “Guido Carli”, a Formiche.net. Una scelta che sembra continuare con le rivelazioni della diplomazia statunitense relative ai finanziamenti russi. “Credo che gli Stati Uniti non abbiano né l’intenzione né la convenienza a destabilizzare il quadro politico italiano, a mettere in stato di fibrillazione – per giunta a pochissimi giorni dal voto – un Paese alleato che gioca un ruolo strategico in un Mediterraneo oggi sempre più epicentro degli equilibri globali”, ha detto Spiri. “Queste informazioni sono state veicolate per alimentare un nuovo alert alla comunità occidentale, un invito a farsi trovare coesa”.

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