A Baku cresce l’insoddisfazione per come la Russia sta gestendo il deconflicting nel Nagorno-Karabakh. Mosca è accusata di essere alleata dell’Armenia, mentre l’Azerbaigian potrebbe approfittare delle concentrazioni che il Cremlino deve affidare all’Ucraina per ulteriori mosse. Il deconflicting è necessario per evitare ulteriori scontri

Le ultime tensioni tra Armenia e Azerbaigian si sono verificate in territorio armeno, ma sempre nelle regioni contese del Nagorno-Karabakh. Scontri armati – che i due fronti si accusano a vicenda di aver causato – hanno portato nei giorni scorsi alla morte di almeno 49 armeni: un dato che indica come quanto successo non sia stata una semplice schermaglia di frontiera.

L’intervento russo – gendarme che si è arrogato il compito di controllare la situazione – ha creato i presupposti per un cessate il fuoco lampo, il 13 settembre, che è stato rapidamente violato (e probabilmente tornerà a essere vuotato). Tra i due Paesi è in corso una tregua raggiunta dopo i 44 giorni di guerra sospesi nel novembre 2020 (dopo quasi settemila morti e dopo che gli azeri avevano conquistato una fetta di territorio controllato dagli armeni da più o meno tre decenni).

Ma la pace è lontana. La partita è complicata, perché oltre al confronto tra Yerevan e Baku, sono coinvolti equilibri in un’area strategica – il Caucaso – in cui attori come Turchia, Russia, Iran e in parte Cina vogliono giocare le proprie carte. E come spesso accade un hotspot di instabilità diventa una buona occasione per muovere in partite a scacchi complesse.

Lo dimostra il peso che Ankara ha riposto sul dossier, coinvolta perché condivide con gli azeri una fratellanza turcofona (e turco-etnica) che ha valore strategico per la narrazione e la diffusione della presidenza Erdogan. I droni turchi sono anche in questo teatro un vettore di politica internazionale e hanno aiutato Baku ad avere il sopravvento durante gli intensi scontro di due anni fa. Dall’altra parte, l’Armenia ha legami con l’Iran (che non disdegna però la cooperazione con l’Azerbaigian) e accordi di alleanza con la Russia.

La questione armeno-azera è marker delle complessità del Caucaso. In un’immagine: nei giorni scorsi, i cristiani armeni manifestavano con in mano le bandiere iraniane, gli azeri sciiti con quelle di Israele (entrambi i Paesi sono fornitori militari di Yerevan e Baku, e in una situazione di scontro militare certi fattori pesano più del portato ideologico e storico).

Un’altra immagine delle complessità della situazione la fornisce Washington: la presidente della Camera statunitense, la democratica Nancy Pelosi, ha dichiarato che si recherà in Armenia, mentre nel frattempo, il deputato democratico Adam Schiff ha presentato una risoluzione non vincolante di condanna dell’Azerbaigian.

Quanto accade tra i corridoi dei legislatori americani è anche frutto di un’intesa attività di lobbying condotta (da tempo) dal governo armeno attraverso società di consulenza americane e gruppi etnici negli Usa. Risultato: top ranking democratici del più ideologizzato degli apparati statunitensi si trovano a dare sostegno all’Armenia, alleata di Iran e Russia, che sono due dei pezzi più rappresentativi del modello autoritario contro cui i Dems raccontano la presidenza Biden.

Questa linea presa da Pelosi e Schiff è considerata da alcuni ambienti statunitensi troppo esposta, troppo coinvolta e troppo rischiosa. Per gli Stati Uniti il conflitto del Nagorno-Karabakh ha un valore relativo (anzi, sotto un’ottica di controllo imperiale, si potrebbe ipotizzare che possa essere considerato come un dossier che trova coinvolti rivali e competitor dell’America, dunque niente di male come oggetto di sfiancamento e distrazione).

La linea suggerita dalla strategia americana è quella del de-conflicting. Dal punto di vista strategico, gli Stati Uniti trarrebbero grandi vantaggi da una stabilità nel Caucaso meridionale. A maggior ragione su questa posizione dovrebbe trovarsi l’Europa. Diversi fattori stanno spingendo americani ed europei a ripensare il modo in cui guardano alla regione, tra cui il potenziale di nuove fonti e rotte di petrolio e gas per l’Europa.

Il Corridoio meridionale del gas – che coinvolge i gasdotti South Caucasus Pipeline (Azerbaijan, Georgia), Tanap-Trans Anatolian Pipeline (Turchia) e, appunto, il Tap ( Grecia, Albania, Italia – ha rinnovato l’interesse per il Caucaso e l’Asia centrale come potenziali fonti di energia, trasporto globale, logistica e, potenzialmente, partnership produttive e commerciali. La regione è anche un cuscinetto strategico tra Iran, Cina e Russia.

Vista l’importanza dell’area – che diventa ancora maggiore se guardata dall’Italia, che da Baku importa il 10% del gas – per Bruxelles, Washington e Roma dovrebbero aumentare l’impegno nella regione, in particolare con la Georgia e l’Azerbaigian, cercando di incrementare la cooperazione in materia di sicurezza con entrambi – a cominciare dalle attività di sminamento nella regione (un’attività pratica fondamentale per la popolazione).

D’altronde, per gli Stati Uniti, l’attuale conflitto è, come prevedibile, pieno di questioni contrastanti. Sebbene il regime armeno eserciti una forte pressione per ottenere sostegno politico negli Stati Uniti, è innegabilmente usato dalla Russia per espandere la proprio influenza nel Caucaso.

Dall’altra parte, l’Azerbaigian è sempre più importante per la stabilità a lungo termine della regione. Gli azeri restano preoccupati per le “forze di pace” russe nell’area contesa e, con Mosca impegnata in Ucraina, potrebbero cercare di consolidare l’influenza e superare questa preoccupazione. D’altronde è la storia recente a dargli fiducia, dopo aver conquistato con successo il territorio nell’ultimo conflitto. E la Russia è garante del controllo di corridoi di circolazione protetti e del contesto securitario, ma è anche alleato dell’Armenia.

A luglio la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha concluso a Baku un accordo destinato ad aumentare la fornitura di gas azero all’Europa ma criticato per aver indebolito la posizione armena – e favorito la leadership autoritaria azera. Da Bruxelles la linea è stata pragmatica, ci sono priorità, e i flussi dall’Azerbaigian all’Ue stanno aumento, passando dagli 8,1 miliardi di metri cubi del 2021 ai 12 miliardi di metri cubi attesi a fine 2022.

Baku è su una posizione di forza aumentata anche da un precedente: l’alleanza russo-armena prevede l’assistenza diretta in caso di conflitto, ma Mosca ha glissato su questa clausola già due anni fa e ci sono i presupposti che possa farlo di nuovo – anche alla luce del conflitto ucraino e degli equilibri con la Turchia.

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