Conversazione con l’economista e vicepresidente dell’Ispi. Bce e Fed sono in colpevole ritardo, hanno inondato i mercati di liquidità e ora che l’incendio è divampato provano a metterci un pezza. Il price cap da solo non basta, servono transizione e sganciamento del prezzo dell’elettricità da quello del gas. Ma certamente può ferire la Russia, alla quale non conviene chiudere i rubinetti

 

Se Francoforte ha deciso di farsi prendere dall’isteria da rialzo dei tassi, fa solo due fatiche. Qualcuno all’Eurotower avrebbe fatto meglio a svegliarsi prima del grande incendio dell’inflazione, invece che ritrovarsi a rincorrere il rialzo dei prezzi a colpi di 75 punti base. E lo stesso, attenzione, vale per la Federal Reserve, che agli occhi di molti osservatori è parsa fin da subito come la testa di ponte della nuova stagione della politica monetaria restrittiva. Franco Bruni, economista e vicepresidente dell’Ispi, l’Istituto per gli studi politici internazionali, ne è fermamente convinto. Ma c’è anche un’altra, grande, questione. La crisi energetica che rischia di rimandare l’Europa industriale indietro di 70 anni.

LE COLPE DELLA BCE (E DELLA FED)

“La Banca centrale europea si è certamente mossa in ritardo, così come la Fed. Per essere sinceri Francoforte è in ritardo da anni, ha immesso una grande quantità di liquidità nel sistema, all’indomani della grande crisi nel 2008, perseverando poi negli anni successivi con questa politica a suon di scuse che non stavano né cielo né in terra”, spiega Bruni. “A partire dal 2015 la Bce ha cominciato a inondare il mercato con il Qe, e lo stesso ha fatto la Fed, non riuscendosi più a fermare questo meccanismo. E adesso ambedue le banche centrali stanno cercando di tornare a una normalità, togliendo parte della liquidità, ma con enorme fatica”.

Allargando lo spettro del discorso all’inflazione, Bruni spiega come “la sola Bce può fermare la rincorsa dei prezzi ma se è da sola ci mette molto ma molto di più del normale. Ridurre la liquidità presente nel sistema è una condizione necessaria ma non sufficiente per fermare l’inflazione. Onestamente credo che accanto all’azione della Bce, che come ho detto, si è palesata con colpevole ritardo, serva un’azione politica da parte dei governi nazionali. Senza un simile binomio, ci vorrà molto tempo prima di fermare la spirale inflattiva”.

TETTO SI, TETTO NO

Altra questione, il price cap, su cui l’Europa cerca con molta fatica di serrare i ranghi (un eventuale accordo sul tetto al gas potrebbe arrivare non prima di ottobre). L’economista non si sbilancia. “Si tratta certamente di un fattore con il quale sopravvivere e forse anche per prevalere sulla Russia. Ma non può bastare, senza diversificazione e senza sganciamento del prezzo dell’elettricità da energia verde da quello del gas, il solo price cap serve a poco. E poi naturalmente la transizione, su cui l’Italia è un pezzo avanti. Semmai è indietro sul fronte del risparmio. Tutte queste cose non sono immediate, ci vuole tempo. Ma non possono non essere fatte”.

SPECULAZIONI RUSSE

Non è finita. “Il tetto al gas è certamente una misura che può far male alla Russia, perché Mosca incasserebbe meno e soprattutto una simile iniziativa può mettere fine o quanto meno frenare anche una certa speculazione della Russia sul prezzo del gas. Poi bisognerà vedere che succede, se cioè il male che facciamo a Mosca poi non viene in qualche modo girato verso di noi, attraverso una chiusura dei rubinetti. Qui però è rischioso per l’ex Urss dal momento che se smette di vendere gas e petrolio poi si indebolisce sul piano politico e militare e allora resistere e portare avanti la guerra per loro diventa molto complesso”.

 

 

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