Il summit della Shanghai Cooperation Organization è un’occasione utile alla diplomazia di Pechino per rilanciare slogan come l’amicizia tra i popoli. Ma dietro c’è il progetto di una governance globale alternativa influenzando anche l’opinione pubblica occidentale

Una governance globale alternativa. È l’obiettivo dei Paesi riuniti a Samarcanda per il summit della Shanghai Cooperation Organization.

Nei giorni scorsi Shavkat Mirziyoyev, presidente dell’Uzbekistan, ha affidato ad alcuni giornali la presentazione del vertice. Come raccontato su Formiche.net, in Italia è stato il Giornale a pubblicare il suo intervento. Senza mai citare la guerra in Ucraina il leader parla di “periodo dinamico, molto ricco di molteplici eventi e tendenze”, di un’epoca “ancora imprevedibile e sconosciuta” che verrà. “Il sistema attuale della cooperazione internazionale, fondato su principi e norme universali, comincia a vacillare in modo significativo”, scrive. “L’antica città di Samarcanda, la perla della Grande Via della Seta”, continua, può essere il teatro dell’avvio di “nuova fase della vita della Sco”.

Frase molto simile a quella utilizzata dall’ambasciata cinese a Roma sul suo profilo Twitter, che si rivolge a oltre 43.000 follower.

Come ha spiegato il Washington Post, l’appuntamento in Uzbekistan può essere l’occasione per le autocrazie di “forgiare un ordine mondiale alternativo non dominato dall’Occidente”. Il viaggio del leader Xi Jinping “è volto a segnalare la fiducia di essersi assicurato un terzo mandato un tempo impensabile, nonché a rafforzare il suo desiderio di essere visto come leader di un’alleanza di nazioni anti-occidentale”, ha dichiarato Craig Singleton, senior fellow della Foundation for Defense of Democracies ed ex diplomatico statunitense, allo stesso giornale.

Il summit può essere un punto di svolta per la Cina e questa alleanza anti Occidente. Inevitabile, dunque, la mobilitazione della diplomazia online e offline a suon di slogan come “amicizia tra i popoli”, “promozione delle relazioni”, “cooperazione” e molto altro. È vero anche in Italia.

L’ambasciata cinese a Roma da qualche tempo sembra quella russa, ha evidenziato recentemente Giulia Pompili sul quotidiano Il Foglio. Rispondendo a un articolo pubblicato su Panorama che accusava la Cina di eseguire “prelievi forzati di organi” da esseri umani”,  il portavoce della sede diplomatica di Pechino a Roma aveva scritto: “Esortiamo i relativi media italiani a sapere e conoscere obiettivamente la verità”. Un po’ “come la Russia quando dà lezioni di giornalismo ai suoi, incarcerandoli”, ha osservato Pompili evidenziando la svolta comunicativa dell’ambasciata cinese. Il profilo Twitter è un fritto misto di foto di panda, immagini da e sullo Spazio ma anche deliri di Rogers Waters sulla situazione internazionale, accuse agli Stati Uniti di rubare il petrolio alla Siria e fumetti che ritraggono la speaker della Camera statunitense Nancy Pelosi come un asino.

Una trasformazione che sembra lo sbocco naturale per la comunicazione impostata due anni fa. Allora a guidare l’ambasciata c’era Li Junhua, che spesso ha vestito i panni del “lupo guerriero”. Il diplomatico lasciato Roma con il governo Draghi, dopo esserci arrivato tre anni fa quando il rapporto bilaterale sembrava filare liscio sulla Via della Seta. Li è volato a New York come vicesegretario generale per gli Affari economici e Sociali. Oggi le redini della sede diplomatica a Roma sono nelle mani di Zheng Xuan, che a inizio agosto ha duramente criticato la visita di Pelosi in Taiwan con un messaggio pubblicato dall’Ansa e un’intervista al quotidiano La Verità di Maurizio Belpietro (cioè lo stesso direttore di Panorama).

Caso esemplare della comunicazione dei diplomatici cinesi verso l’Italia e sull’Italia è quello di Hua Chunying, portavoce del ministero degli Esteri di Pechino. È colei che il 15 marzo 2020, all’inizio della pandemia, via Twitter aveva alimentato la fake news degli italiani che dai balconi avrebbero cantato “Grazie, Cina”. Un’operazione, che, come rivelato da Formiche.net, poteva contare su un esercito di bot sui social per rilanciare i contenuti pro Pechino e che, come spiegava Pagella Politica, si inseriva “in quella che sembra essere una più larga operazione da parte di Pechino per minimizzare le possibili responsabilità del governo cinese nella diffusione iniziale del Covid-19 e per veicolare il messaggio che la Cina venga apprezzata all’estero per come ha gestito, e sta gestendo, l’emergenza coronavirus”.

In quei giorni la testata statunitense Axios parlava di “una pagina” presa in prestito dalla Cina “dal manuale della disinformazione russa”. Laura Rosenberger, allora a capo dell’Alliance for Securing Democracy e senior fellow del German Marshall Fund, oggi senior director Cina al Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, spiegava che ci sono tre tattiche “che Pechino ha applicato nella sua campagna propagandistica sul coronavirus che ricordano chiaramente la strategia russa”: la diffusione di “teorie del conflitto multiplo”; l’amplificazione di “siti web complottistici” che, secondo l’esperta, non offrono alcuna trasparenza sui finanziamenti ma promuovono quelle teorie “che lo Stato intende sostenere” e l’uso coordinato di account Twitter di diplomatici e ambasciate, assieme ai media del regime, per dare più spinta alle teorie complottistiche.

Obiettivo, ieri come oggi: penetrare il sistema mediatico italiano e influenzare l’opinione pubblica. Una specialità delle autocrazie.

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