“Oggi Giorgia Meloni, in quanto presidente dei Conservatori e Riformisti Europei, è una sorta di raccordo culturale e politico di tutte le famiglie del conservatorismo. Fare una critica all’Ue? Non significa essere antieuropeisti”. Intervista a Giampaolo Rossi, già consigliere di amministrazione della Rai

È Giorgia Meloni il raccordo culturale e politico di tutte le famiglie del conservatorismo, sia europeo sia d’oltreoceano, dice a Formiche.net Giampaolo Rossi, già consigliere di amministrazione della Rai e da sempre l’uomo più vicino alla leader di FdI nella tv di Stato. In questa analisi Rossi, che alcune voci indicano in un ruolo apicale nella Tv di Stato di domani, mette l’accento non solo sulla cifra politica dell’exploit di FdI, ma anche sul peso specifico culturale, conservatore e reaganiano, di questa operazione.

Modello culturale di Reagan per Fratelli d’Italia: quali i pregi e quali i punti critici?

Il pregio fondamentale di quel modello di conservatorismo era la sua capacità, che un tempo si chiamava fusionista, di tenere insieme le diverse anime del conservatorismo americano e che FdI sta provando a riabilitare in un nuovo modello di conservatorismo italiano. Reagan usava un’immagine molto emblematica di quello che dovrebbe essere il suo partito repubblicano, usando la metafora dello sgabello a tre gambe.

Ovvero?

Sostanzialmente diceva che il movimento conservatore americano era come uno sgabello a tre gambe. Se si tagliava e si toglieva una delle tre gambe, lo sgabello cadeva. Le tre gambe erano in termini semplici l’anima della nazione intesa come la difesa degli interessi nazionali; l’anima economica della destra economica liberale ma fondata sull’idea delle libertà; e l’anima sociale, che era molto legata anche alla dimensione dei valori religiosi della comunità. Ecco il conservatorismo.

E in Italia?

Un conservatorismo moderno, che sia un conservatorismo nazionale in Italia, deve tener conto di queste tre grandi culture politiche da porre al centro del nostro agire anche come conservatori europei. Ovvero l’idea di una destra che ponga la libertà dell’individuo rispetto allo Stato e la libertà economica dell’impresa rispetto allo Stato come elemento fondamentale, oltre ad un conservatorismo sociale legato ovviamente alla nostra identità religiosa e, fondamentalmente, alla tradizione italiana.

Come risponde a certe critiche che sono state avanzate dagli avversari di FdI, ovvero che è impossibile dirsi conservatori in uno spirito riformatore?

Secondo me questa critica non ha molto senso, perché i conservatori sono riformisti per definizione, in quanto il pensiero del conservatorismo non è un pensiero che immagina una realtà immobile, ma immagina una realtà in movimento e capace di essere governata. Quindi, all’interno di qualsiasi movimento conservatore, c’è una necessità di progettare il futuro, di modificare la realtà in cui noi viviamo, ma tenendo fermi alcuni valori che sono quelli che reggono il Pil e il tessuto sociale di una nazione: senza strappi, ma legati a una visione di tipo tradizionale. E’ proprio nei processi di accelerazione storica indotti dalla tecnologia e indotti da una globalizzazione governata molto male, che c’è bisogno di maggiore conservatorismo, perché quegli elementi di conservazione e di tutela della nostra tradizione, della nostra identità, del tessuto sociale consentono di adottare le riforme migliori per il cambiamento.

Perché fino ad oggi nel nostro Paese è mancato questo scatto “conservatore”? Negli Stati Uniti il partito repubblicano da sempre va oltre leader e situazioni, invece in Italia c’è stata una frammentazione partitica.

Probabilmente perché il nostro è un Paese in cui le culture politiche postbelliche si sono dovute confrontare con la grande eredità delle ideologie totalitarie. Quindi la destra è stata comunque identificata con l’esperienza fascista e non con quello che era il percorso delle culture liberali e repubblicane, che erano comunque culture minoritarie in termini di numeri all’interno del paese. E la sinistra era identificata con la dittatura sovietica e con l’esperienza del comunismo internazionalista. Da dopo la caduta del Muro di Berlino è avvenuto un processo di cambiamento delle nostre culture politiche. La sinistra, con grande fatica, non avendo mai dovuto fare i conti con la propria storia e vivendo quasi, per così dire, per diritto divino un principio di impunità, ha pensato di trasformarsi automaticamente in una nuova sinistra riformista o laburista, con diverse esperienze che poi non hanno portato grandi risultati.

E a destra?

Il percorso, a destra, è stato molto più articolato, molto più profondo e oggi rende impossibile integrare le grandi esperienze delle culture laiche e liberali con la destra. L’esperienza passata del berlusconismo è stato il tentativo di costruire un partito liberale di massa. Ma anche lì, in realtà, la tradizione liberale dentro Forza Italia era fortemente minoritaria, perché c’era una narrazione incentrata solamente nella figura di Antonio Martino e di pochi intellettuali che appartenevano alla famiglia del liberalismo italiano. Buona parte dell’esperienza di Forza Italia da un lato confluiva come una parte del riformismo socialista craxiano e dall’altro del mondo della destra cattolica della vecchia Dc.

Quale il laboratorio oggi di Fratelli d’Italia?

Sta provando a rimettere insieme le grandi famiglie della destra con le diverse declinazioni di una destra sociale, di una destra liberale e di una destra nazionale incentrata sul tema della difesa dei nostri interessi nazionali.

Il link culturale che si sta creando con l’universo repubblicano americano è l’elemento in più non solo per un per una sorta di legittimazione internazionale, ma anche per una visione strategica?

Io credo che sia fondamentale, perché quel link non è semplicemente un passaggio doveroso in termini politici, ma è proprio un confronto con le esperienze più avanzate del conservatorismo internazionale. Oggi Giorgia Meloni, in quanto presidente del Partito dei Conservatori e Riformisti Europei, è una sorta di raccordo culturale e politico di tutte le famiglie del conservatorismo, sia europeo che d’oltreoceano. Questo link è fondamentale con il mondo del conservatorismo americano o con il mondo del conservatorismo britannico, ma nello stesso tempo all’interno di quello stesso partito che presiede Giorgia Meloni ci sono le esperienze del conservatorismo israeliano, del Likud e quello di tantissimi partiti e movimenti europei. Quindi il ruolo che Fratelli d’Italia sta giocando attraverso il suo ruolo internazionale è proprio quello di costruire un grande raccordo dei diversi movimenti conservatori che possono essere uno strumento importante non solo del dialogo tra Europa e Stati Uniti, ma anche come base per affrontare le grandi sfide che l’Occidente oggi si trova a dover affrontare nelle crisi internazionali.

Quale la sua opinione sul fatto che l’Europa sia in questo momento al centro nello scontro dei super players? Ad esempio, quale potrebbe essere una riforma conservatrice e repubblicana per migliorare anche i processi decisionali della Commissione?

Allora, vedo un tema fondamentale: innanzitutto uscire dall’idea che ogni volta che si pone un’osservazione o una critica ai meccanismi dell’Unione Europea significa essere antieuropeisti. L’europeismo è parte integrante del Dna storico della destra e soprattutto della destra italiana: questo fin dal dopoguerra, quando la sinistra inneggiava al sogno sovietico e comunista. Quindi è possibile immaginare certamente un’Europa diversa che abbia un ruolo politico nelle grandi attivazione dei processi globali. L’idea è quella di un’Europa confederale, cioè di un’Europa che non venga concepita come un superstato burocratico, dominato da élites o da centri di potere che non hanno nessuna legittimità popolare. Ma che tenga conto del valore portante delle singole nazioni, dei singoli Stati democratici e che possa confluire, attraverso dei processi decisionali coesi di identità nazionali e di democrazia centrale, come spazio di libertà con quello che è l’impegno dell’Europa comune. L’Europa confederale oggi è la soluzione, a fronte anche di tutti i fallimenti che stiamo vedendo.

Non solo conservatorismo reaganiano in economia e in politica internazionale, ma anche per i media. Potremmo vedere per esempio una Rai che si riforma in questo senso?

Ma lì è un po’ più difficile, perché il servizio pubblico radiotelevisivo è una prerogativa non solo dell’Italia, ma del modello di televisione pubblica europea. E i servizi pubblici esistono in Europa come baluardo fondamentale della democrazia e del pluralismo. Le nostre leggi e anche le sentenze della Corte Costituzionale riconoscono il valore della Rai come servizio pubblico, proprio perché la Rai deve svolgere un ruolo di narrazione del complesso immaginario simbolico della nostra nazione. Quello che secondo me bisognerebbe auspicare, attraverso anche una vera riforma della Rai è di garantire le risorse necessarie che sono state sottratte in questi anni da riforme di sinistra che hanno depauperato il servizio pubblico radiotelevisivo che, ricordo, è il centro dell’intera industria culturale del Paese. Osservo che un intero segmento culturale della nostra industria non vivrebbe senza la Rai, a partire dal sistema audiovisivo, ma deve tornare ad essere il luogo della narrazione, della molteplicità identitaria del nostro Paese e non più la narrazione riservata ed elitaria di un gruppo ristretto di intellettuali e di centri di controllo del potere dell’immaginario. Ecco, la Rai torni a rispondere ai propri editori, ovvero i cittadini che pagano il canone e non i circoli di Capalbio o dei salotti radical chic.

@FDepalo

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