Dopo il voto sia a sinistra che a destra si potrebbero avviare processi di scomposizione e ricomposizione degli schieramenti. Il problema è che nel frattempo c’è bisogno di governare il Paese

Così, mentre il Palazzo si arrovella per capire se i “pupazzi prezzolati” da potenze estere evocati da Mario Draghi, con riferimenti a Lega e Movimento 5 Stelle nell’analisi di molti commentatori, troveranno giovamento oppure no nelle urne per questa loro collocazione, la campagna elettorale si avvia alla conclusione in un crescendo di polemiche ma senza un vero filo conduttore. Ancora una volta, infatti, la realtà nella sua veste più drammatica ha fatto irruzione negli arabeschi inseguiti da molti leader.

Prima con la “guerra del gas” scatenata da Vladimir Putin, e poi in queste ore con la tragedia delle Marche che inchioda tutti, non solo i politici, alle loro responsabilità  e che spiega che non c’è più tempo per la prevenzione perché bisogna agire subito. Solo che nessuno sa bene come fare nell’immediato preferendo proiettarsi in un futuro indefinito. E questo perché alcune misure urgentissime finirebbero per essere impopolari: cosa che tutte le forze politiche evitano accuratamente visto che il piagnisteo del giorno dopo magari porta voti mentre le scelte rischiano di toglierli. Partiti abituati da decenni ad inseguire gli umori dell’opinione pubblica puntando a farsene interpreti invece che investire su idee e programmi a più lunga scadenza, a sentire quella musica si tappano le orecchie.

Ma, appunto, tutto questo nel confronto tra le forze politiche manca. Anzi cresce la paradossalità di quelli che chiedono si sospendere la campagna elettorale per affrontare le emergenze (in un giorno? in due?) così implicitamente riconoscendo che l’uragano di parole è più dannoso di quello di pioggia e vento. Paese stupefacente.

Comunque sia, sullo sfondo si stagliano alcune partite – che per quel che riguarda vari capipartito diventano di vera e propria sussistenza – che meritano un accenno prima che si aprano le urne perché dopo è troppo facile. È palese che in una tornata elettorale, e di fronte a un elettorato ormai ultra fluido, rischiano un po’ tutti i vertici di partito ancorché blindatissimi nei collegi con i supporter da solo stessi messi in lista. Però quelli per i quali le urne assomigliano ad una roulette russa sono situati in entrambi gli schieramenti di centrosinistra e centrodestra. Si tratta di Enrico Letta e di Matteo Salvini.

Pe Letta, perdente annunciato nelle previsioni nonostante gli occhi di tigre via via scoloriti negli appelli al voto utile grillino, il punto è molto semplice. Spazzata via la prospettiva di essere comunque primo partito, se davvero sconfitta sarà il capo del Nazareno subirà un doppio e congiunto processo dove il verdetto è già scritto. Quelli che infatti volevano l’accordo cn il Movimento 5 Stelle lo accuseranno di aver gettato al vento la possibilità di almeno essere concorrenziali con il centrodestra. Quelli che puntavano sull’intesa col Terzo Polo idem, solo col segno politico rovesciato. È difficile ritenere che Letta uscirà indenne da una simile duplice morsa. E i più maligni giurano che non solo il segretario ma l’intero Partito democratico è a rischio spaccatura. Anche perché c’è un dato che fa riflettere. Se davvero i sondaggi verranno confermati e il Movimento 5 Stelle otterrà una percentuale più vicina al 15 che al 10 per cento, vorrà dire che la presenza nel panorama politico dei Cinquestelle è un dato strutturale non più transeunte. Vuol dire che con Giuseppi, il Partito democratico dovrà comunque fare i conti, sia nella veste di lotta di stampo massimalista che in quella di governo di stampo riformista. E le tensioni potrebbero diventare insostenibili.

Sul fronte opposto s’agita la sagoma dell’ex Capitano. La caduta di consensi della Lega fa il paio con quella grillina della prima fase della legislatura. Solo che adesso il Movimento è in ripresa mentre il Carroccio se va bene tiene sulla trincea del 12-13 per cento. Archiviato il Papetee, per Salvini è stata una continua discesa di consensi, per nulla tamponata da mosse politiche all’altezza. Di conseguenza se, al rovescio del Movimento 5 Stelle, la Lega dovesse ottenere percentuali più vicine al 10 che al 13, è verosimile pensare che il numero uno leghista finirà sul banco degli imputati. Sia a sinistra che a destra si avvierebbero così processi di scomposizione e ricomposizione degli schieramenti, da tempo preventivati su queste colonne. Il problema è che nel frattempo c’è bisogno di governare il Paese. Draghi si è tirato fuori. Sotto a chi tocca.

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