La norma che rende più difficile l’abbandono selvaggio da parte delle imprese, voluta dal ministro Orlando, rischia di disincentivare gli investimenti delle stesse aziende. L’economista e storico spiega perché

Andrea Orlando lo aveva annunciato in modo trionfale, basta con le delocalizzazioni selvagge. Il decreto aiuti Ter, approvato la scorsa settimana, portava in dote una stretta per chi fa fagotto dall’Italia senza un motivo credibile, magari incassando generosi aiuti pubblici. “In Consiglio dei ministri abbiamo rafforzato le norme sulle delocalizzazioni selvagge avvicinandoci allo spirito originario della mia proposta di un anno fa”, aveva chiarito il ministro del Lavoro .

Per il quale sono “sempre di più le imprese che vanno via da un giorno all’altro senza preoccuparsi dei lavoratori, delle famiglie e del tessuto sociale, economico e produttivo delle comunità. Oggi un altro passo avanti con la soddisfazione di avere il sostegno, rispetto a qualche tempo fa, largo di politica e istituzioni”. Il decreto ancora è stato approvato lo scorso 16 settembre e si oppone alle delocalizzazioni senza freni sanzionando gli imprenditori che agiscono in modo sconsiderato.

In particolare il decreto Aiuti ter stabilisce che le aziende che decidono di procedere alla delocalizzazione della produzione fuori dai confini nazionali senza sottoscrivere con le organizzazioni sindacali il piano per limitare le ricadute occupazionali dovranno pagare sanzioni più pesanti. Il datore di lavoro dovrà anche restituire i contributi eventualmente ottenuti dallo Stato. Nello schema del decreto si fa riferimento prima di tutto alle tempistiche che le aziende che vogliono delocalizzare o chiudere l’attività devono rispettare per presentare il piano per limitare le ricadute occupazionali ed economiche. Nel caso di mancata sottoscrizione del piano con le organizzazioni sindacali, riporta il testo, le sanzioni già previste per le imprese che delocalizzano sono aumentate del 500%.

Ma per l’economista Giulio Sapelli, intervistato da Verità&Affari, la stretta altro non è che un boomerang. “La priorità di un Paese , per le sue politiche industriali non deve essere quella di punire le aziende che investono, ma quella di creare un tessuto imprenditoriale capace di generare occupazione e di ricollocare i lavoratori che vogliono cambiare settore”, spiega Sapelli. Parlando della possibilità, prevista dalla norma stessa, di restituire i contributi statali ricevuti in caso di abbandono selvaggio, l’economista fa una precisazione.

“Posso essere anche d’accordo, si tratta di una norma mutuata dalla Francia. Ma va applicata correttamente, nel senso che la multinazionale che lascia il Paese senza motivo, è giusto che restituisca una parte dei fondi ricevuti. Però ripeto, una simile norma, nel suo complesso, può disincentivare le stesse aziende a investire in Italia”. Sapelli poi si dice scettico sulla possibilità che un governo di centrodestra possa cambiare le regole: “non vedo molti esponenti esperti di cultura imprenditoriale. E chi potrebbe averla, penso a Giancarlo Giorgetti, si limita alla sola fase propositiva”.

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