Fabrizio Coticchia racconta in un’analisi a due puntate, come viene affrontata la Difesa nei programmi delle coalizioni e dei partiti in corsa alle elezioni. In questo secondo articolo al vaglio gli impegni del Terzo polo e dei 5 Stelle

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AZIONE-ITALIA VIVA

Il programma di Azione e Italia Viva, che si presenta come polo alternativo e “terzo” (sebbene i sondaggi lo collochino saldamente al quarto posto), appare molto dettagliato sui temi della Difesa. È interessante notare come alcune delle proposte presentate vadano in senso totalmente contrario alla visione “territoriale e da caserma”, enfatizzando per esempio la necessità di affrontare gli urgenti squilibri nella spesa militare e nella composizione delle forze, ribadendo le volontà di riforma di un recente passato (mai pienamente attuate, si pensi al Libro Bianco), per esempio l’integrazione interforze, auspicata invano da decenni. Si tratta di proposte puntuali volte a superare quelle resistenze interne che invece sembrano venire sostenute dal programma di FdI in materia di organico. Anche in questo caso troviamo nel programma un forte sostegno al processo di sviluppo della Difesa europea, a partire dall’aumento delle spese (ampiamente condiviso in parlamento mesi fa, rispetto alla volontà di raggiungere il 2% entro il 2028). Non credo che il termine “esercito europeo” sia il più corretto da citare, anche alla luce dei contenuti dello Strategic compass, ma il programma di Azione-IV si concentra in effetti sulla proposta di dispiegare addirittura 60mila uomini dell’Ue.

La letteratura di relazioni internazionali ha messo in luce come, al di là dei gap capacitivi dal punto di vista militare, è il problema della “cacofonia strategia” (interessi, minacce e priorità percepite in modo assai diverso dagli Stati membri) che andrebbe prima affrontato e risolto a livello europeo. In tal senso mi sia consentito un afflato normativo in questa riflessione. Molti programmi si riferiscono alla difesa “dell’interesse nazionale”. Ma l’assenza di una riflessione strategica strutturata a livello nazionale impedisce da anni una definizione chiara di tali interessi, che non sono dati e costituiti, come vorrebbero far credere opinioni di moda basate più su cartine colorate che su teoria e analisi empirica. Sarebbe poi davvero auspicabile che il parlamento, spesso ai margini delle scelte in ambito di Difesa, sviluppasse processi specifici volti a incrementare il livello della discussione sulla difesa (si pensi alle lezioni apprese dopo decenni di interventi militari), coinvolgendo una vasta pluralità di attori (dalla ricerca alle Forze armate fino alla società civile) favorendo così la trasparenza e garantendo ai decisori un supporto adeguato.

IL MOVIMENTO 5 STELLE

L’esperienza al governo del Movimento 5 Stelle dimostra – al di là della dimensione simbolica volta a dialogare con una parte della constituency che potremmo definire molto superficialmente come pacifista – una sostanziale continuità nelle scelte di fondo della Difesa. Il richiamo esplicito nel programma alla collocazione atlantica e il pieno supporto alla Difesa europea confermano tale aspetto. L’opposizione a quella che viene definita “corsa al riarmo” appare volta propria a sviluppare quella retorica pacifista, tra l’altro tradizionalmente sostenuta a livello di opinione pubblica, prudente se non ostile all’aumento delle spese militari (apertamente auspicate invece da centro destra e Azione-IV). Non credo quindi che subentrerebbe, nel caso, un problema di coalizione (sulle tracce dell’esperienza del Conte II), ma al massimo alcune schermaglie dialettiche su questioni simboliche. Appare invece interessante notare, a livello più generale, una sorta di evoluzione: dall’aperto sovranismo di alcune formazioni politiche al tempo alle ultime elezioni a una versione molto più soft della difesa in modo appropriato ed efficace dell’interesse nazionale nei contesti multilaterali. È un peccato, a tal proposito, che il tema del rafforzamento della nostra struttura diplomatica (uno dei fattori centrali secondo la letteratura di studi europei per ottenere risultati a Bruxelles in linea con le posizioni nazionali) sia marginale nel dibattito e nei programmi.

PERCHÈ SERVONO STUDI DI SICUREZZA

Sul tema della collocazione internazionale dell’Italia non noto posizioni di rottura da parte delle due coalizioni e delle principali liste citate. Tali visioni si trovano altrove, penso al programma di Unione Popolare che auspica il “superamento della Nato” e un’aperta equidistanza con Stati Uniti, Russia e Cina. Pertanto, ritengo che sulle scelte di fondo (e al netto di shock esterni) sia comprensibile aspettarsi un grado elevato di continuità. Certo sulla Russia abbiamo visto alcune ambiguità evidenti, sia nei programmi, sia ancor di più nelle dichiarazioni di esponenti politici che sono stati apertamente, almeno fino a febbraio, strenui sostenitori (o amici personali) di Putin, giustificando e sostenendo il regime russo e finanche l’annessione della Crimea nel 2014. Al di là della doverosa attenzione al rischio di influenza esterna (a tal proposito, il tema cyber pare abbastanza sottovalutato dai programmi), non credo che sia molto utile considerare ogni riflessione critica come pro-puntinismo (per quanto esso sia certo presente, soprattutto a livello mediatico). Ritengo al contrario che proprio una riflessione strutturata ma aperta sulla politica estera – a partire dal livello istituzionale – possa aiutare i decisori nelle scelte specifiche ma anche nello sviluppare una convincente narrazione volta a sostenere con forza tali decisioni, evidenziando così la natura e le peculiarità delle democrazie liberali (così osteggiate a “oriente” ma anche all’interno del mondo occidentale). In generale, da accademico che si occupa di Difesa, auspico in Italia quello che in un articolo di inizio anni Novanta, Stephen Walt, definì come “Renaissance of security studies”, un rinascimento degli studi di sicurezza. Sperando ovviamente, con una battuta, che non si tratti di un rinascimento saudita.

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