Proposte per il nuovo governo: urgente avviare una stagione di investimenti in infrastrutture, che ci permetta di risalire la classifica europea e ci renda davvero competitivi. L’analisi di Stefano Cianciotta

Uno degli effetti della pandemia è stato quello di accelerare l’ingresso delle infrastrutture digitali nell’agenda delle istituzioni. Il Governatore di Bankitalia Visco ci ha ricordato nei mesi scorsi che l’Italia è al diciannovesimo posto tra i Paesi Ue per grado di sviluppo delle connessioni, che la rete fissa a banda larga copre meno di un quarto delle famiglie contro il 60 per cento della media europea.

Se aggiungiamo a questi richiami i punti del documento conclusivo della Task Force del ministro Colao (Infrastrutture, Digitalizzazione, Sburocratizzazione), le modalità e i tempi delle azioni con i quali il nuovo Governo e gli enti locali investiranno sul tema delle infrastrutture fisiche e digitali ci diranno molto del futuro dell’Italia. E delle capacità del nuovo centrodestra targato Giorgia Meloni.

TERZULTIMI IN EUROPA

Le infrastrutture in condizioni di crescente efficienza e di rispetto dell’ambiente sono essenziali per l’ammodernamento del sistema produttivo e per migliorare la qualità della vita dei cittadini.

Fino al 2008 l’Italia investiva in media il 3,4% del Pil in infrastrutture, e se nel 2009 gli investimenti raggiungevano quota 29 miliardi, nel 2017 ammontavano a soli 16 miliardi. Disinvestire nell’ultimo decennio nelle infrastrutture è costato ogni anno al nostro Paese almeno un punto di Pil (60 miliardi all’anno). L’Italia per investimenti sulle infrastrutture è terzultima in Europa con 1,8%. Solo Irlanda e Portogallo fanno peggio. Se la media europea è del 2,7%, in alcuni Paesi nordici e baltici e sorprendentemente anche in Grecia invece si supera il 4%. Al primo posto c’è l’Estonia con il 5,6% (in prevalenza sono investimenti digitali).

I DEFICIT ITALIANI

Nella dotazione e qualificazione delle grandi reti di comunicazione italiana ci sono evidenti deficit. Dal punto di vista della logistica, infatti, emergono una limitata capacità intermodale dei grandi nodi di scambio infrastrutturali (porti, aeroporti, interporti) e urbani, e una difficile interconnessione tra le reti e tra i livelli stessi di rete (da nazionale a locale).

Se dal 2008 al 2016 il problema principale delle stazioni appaltanti pubbliche era quello di individuare le risorse economiche da destinare agli investimenti, dal 2016 paradossalmente il tema si è spostato sulla reiterata incapacità delle amministrazioni locali di programmare, pianificare ed eseguire gli interventi, vanificando nei fatti importanti misure di rilancio per le infrastrutture previste dal Governo Gentiloni già nella programmazione di Bilancio del 2017 (+23% di risorse), e confermate dal Governo Conte 1. I Comuni (+ 108% di imposizione fiscale dal 2008 per fronteggiare la diminuzione dei trasferimenti dallo Stato) hanno ridotto nel triennio 2017-2019 la spesa per investimenti in opere pubbliche di circa 2,5 miliardi.

Un risultato fortemente negativo dopo un 2016 che si era chiuso con una diminuzione di spesa di 1,7 miliardi, nonostante la possibilità concessa dall’allora Governo Renzi ai Comuni virtuosi di andare in deroga al Patto di stabilità.

NUOVA STAGIONE PER LE INFRASTRUTTURE?

Oggi, poi, che gli investimenti infrastrutturali sono collegati in modo così evidente allo sviluppo dell’energia, e quindi alla tenuta dello sviluppo industriale e sociale del Paese, un fattore più degli altri sarà decisivo per colmare il gap infrastrutturale dei territori italiani: la capacità della politica di investire culturalmente sulle opere, imparando a comunicare ai territori il valore strategico delle infrastrutture.

Se non si riuscirà nella delicata operazione di detonare questa esasperata conflittualità che da quasi trent’anni caratterizza in tutti i territori italiani il rapporto tra la conservazione dell’ambiente e la realizzazione di nuovi investimenti (dopo Tav e Tap si pensi al tema dei rigassificatori), il Paese difficilmente farà quella accelerazione che i veti ideologici non possono più impedire.

Su questo Giorgia Meloni, che inevitabilmente dovrà affrontare con gli Stati Europei il capitolo del Pnrr con una revisione che appare inevitabile alla luce del conflitto ucraino e della crisi energetica dell’ultimo anno, non dovrà avere tentennamenti.

Il futuro del Paese passa da una nuova stagione di infrastrutture, che supera finalmente la demonizzazione del privato e di tutto quello che deriva dal sistema industriale.

(Articolo pubblicato su Competere)

Condividi tramite