O cediamo al ricatto della guerra di logoramento che la Russia sta conducendo nei confronti di noi tutti aumentando la nostra dipendenza e dando via libera a un fine mai ai ricatti, o ci assumiamo con coraggio il prezzo da pagare per gli errori fatti in passato. Il commento di Laura Harth

Looking for an easy fix. Era prevedibile la piega presa recentemente dal dibattito pubblico europeo sulle sanzioni imposte alla Russia. A Praga, da dove scrivo, questa fine settimana 70.000 persone – da destra a sinistra – hanno sfilato contro il prezzo imposto dai Paesi dell’Unione europea all’aggressione russa contro l’Ucraina. Anche in Italia la questione sanzioni preme sempre più sulla campagna elettorale. È inevitabilmente il segno dei tempi duri che viviamo. Tra i prezzi energetici alle stelle e l’inflazione galoppante, è soltanto naturale che famiglie e aziende si interrogano sulle ragioni di questo dolore inflitto. Un dolore che con l’avvicinarsi dell’inverno e la chiusura del gasdotto Nord Stream I vedrà solo accentuarsi nelle settimane e i mesi a venire. È quindi logico che i cittadini si attendono delle risposte politiche.

Quel che non è naturale è la velocità con la quale alcuni leader e partiti politici o opinionisti si fanno portavoce della favola per cui il dolore vissuto dalla società italiana – o europea – sia solo e unicamente auto-inflitto e possa essere risolto con il semplice rimuoversi dalle sanzioni.

Non solo questo approccio da bacchetta magica sposa esplicitamente la propaganda e la strategia messe in campo dal Cremlino dal primo giorno dalla sua invasione il 24 febbraio scorso, ignora pericolosamente le ragioni per cui questa strategia abbia successo. Per decenni, le scelte politiche compiute da un’intera classe dirigente europea sono state quelle di renderci strategicamente dipendenti da regimi come la Russia o la Cina: dall’energia ai prodotti a basso prezzo (ci ricordiamo la mancanza del materiale sanitario all’inizio della pandemia e le minacce di Pechino di trattenere quei prodotti di prima necessità ai Paesi che osarono sollevare domande scomode sulle origini del virus?) o l’intreccio dei mercati finanziari che ha e continua a mandare enormi flussi di denaro occidentale nelle mani di chi li usa per farci guerra. Scelte fortemente sponsorizzate da tali regimi attraverso meccanismi di cooptazione e/o minacce. Scelte fatte dalle nostre classi dirigenti talvolta anche con le migliori intenzioni di far fronte facile a problemi interni e nella coniugata speranza a lungo preponderante che l’appeasement e l’integrazione economica globale avrebbe portato quei regimi a cambiare. Fu l’approccio realpolitik di cui l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel sarà per sempre l’emblema.

A nulla erano valsi gli avvertimenti lanciati dagli oppositori di tali regimi – in patria o al di fuori – che gli stessi meccanismi che portarono ad apparenti soluzioni a breve termini ci avrebbero resi facilmente ricattabili qualora i regimi in questione ne avrebbero sentito il bisogno. Previsioni rivelatesi – purtroppo – fin troppo accurati. Non c’è da gioire per aver avuto ragione quando milioni di persone si trovano a pagarne il prezzo. C’è però da arrabbiarsi quando messo di fronte alla triste realtà, vi è chi torna a proporre lo stesso easy fix che ci ha portato all’odierno baratro.

L’utilizzo di parole dal gergo dei tossicodipendenti non è casuale. Poche istanze assomigliano di più a quanto sta accadendo che non quello della tossicodipendenza. Una volta creatasi la dipendenza – a causa di difficoltà personali, per cooptazione da falsi amici o per peer pressure –, piuttosto che far fronte alle enormi difficoltà e dolori della disintossicazione, è più facile cercare l’easy fix: termine usato per descrivere l’atto per cui un tossicodipendente torna ad assumersi la droga di cui è dipendente per ragioni fisiche o psicologiche, perché interrompe i sintomi di astinenza e fa credere al dipendente di stare meglio. In parole semplici: combattere il male con lo stesso male, incoraggiato dai falsi amici che la droga te l’hanno venduta per iniziare.

È inutile fingere che il disintossicarsi dalle dipendenze strategiche che si sono creati per decenni sarà un processo societario più facile che quello che passa un tossicodipendente quando cerca di abbandonare le droghe. Non ci sono easy fix per rettificare la trappola storica in cui ci siamo lasciati cadere. Con le dichiarazioni aperte di altri regimi – in primis la Repubblica popolare cinese che si prepara all’intensificarsi della guerra che sta menando alla democrazia e ai diritti umani nel mondo col rendersi il più autonomo possibile tutt’al contempo premendo per aumentare le dipendenze strategiche ed economiche altrui della stessa Cina – duole dire che quasi sicuramente diventerà molto peggio prima che le cose migliorino.

La scelta che abbiamo davanti è quindi storica. O cediamo al ricatto della guerra di logoramento che la Russia sta conducendo nei confronti di noi tutti aumentando la nostra dipendenza e dando via libera a un fine mai ai ricatti, o ci assumiamo con coraggio il prezzo da pagare per gli errori fatti in passato. A breve termine l’ultima opzione sarà indubbiamente più dolorosa e pertanto impopolare. Ma è l’unica via per creare quella resilienza futura che ci renderà più sani e forti in futuro.

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