Come spiegava Cossiga, in Italia non esiste la cultura dell’intelligence come strumento di acquisizione di conoscenza, spiega il responsabile del settore Sistemi informativi e innovazione tecnologica dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara. Ma nel mondo attuale, “le agenzie non possono che rappresentare lo strumento di riferimento per la corretta acquisizione di quella conoscenza indispensabile a un Paese per affrontare le sfide del terzo millennio”

Antonio Teti è responsabile del settore Sistemi informativi e innovazione tecnologica dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara e docente di intelligence, cyber intelligence e cyber security presso lo stesso ateneo e in altre università italiane. Intervistato da Formiche.net, definisce la novità per l’Aise di “impiegare proprio personale” al fine di “attività di ricerca informativa e operazioni all’estero” come una “necessità attesa da tempo immemore”.

Come valuta la novità contenuta nel decreto-legge Aiuti bis relativo alle attività dell’Aise?

Più che una novità va considerata come una necessità attesa da tempo immemore. Una proposta in tal senso fu avanzata già nel 2007 dal presidente emerito Francesco Cossiga, uno dei pochi politici italiani che ne capiva di intelligence, di assegnare all’Aise compiti di “individuazione, contrasto e neutralizzazione delle minacce che, sul territorio estero, sono rivolte alla difesa esterna e alla sicurezza interna della Repubblica”. Egli sosteneva che per la conduzione di tali attività era necessario utilizzare metodi non convenzionali, in cui i fini devono prevalere sulla legalità formale dei metodi. Da decenni, tutte le agenzie di intelligence straniere conducono operazioni sotto copertura, dato che l’impossibilità di compierle renderebbe vana una parte consistente delle attività affidate alle suddette agenzie. Quello che mi auguro non accada è che il provvedimento possa vedere la luce in tempi biblici o addirittura annegare nei meandri della italica burocrazia, in funzione della realizzazione del regolamento che dovrà disciplinare “il procedimento di autorizzazione all’impiego, del presidente del Consiglio dei ministri o dell’Autorità delegata, ove istituita, nonché le relative modalità, condizioni e procedure, anche con riferimento alla specialità dei profili economici attinenti all’impiego del personale”.

Come spiega questo ritardo italiano?

La spiegazione è semplice: il ritardo che il nostro Paese storicamente accumula sistematicamente in materia di intelligence è figlio di un’atavica mancanza di questa specifica cultura. Lo ha sempre asserito lo stesso Cossiga, che evidenziava come in Italia non esistesse la cultura dell’intelligence come strumento di acquisizione di conoscenza. Egli sosteneva, altresì, l’esistenza di una dicotomia tra legalità e legittimità, ovvero che la legittimità è ciò che attiene alla natura degli interessi costitutivi dello Stato, mentre la legalità riguarda essenzialmente i fini. A tal proposito, in un’intervista rilasciata nei suoi ultimi anni, Cossiga affermò che “non esiste un solo servizio segreto al mondo che non sia illegale, ma l’illegalità del servizio è giustificata dalla sua conformità alla legittimità”. Va sottolineato che in quei Paesi ove insiste la cultura dell’intelligence, come per esempio nel Regno Unito o Israele, ai servizi segreti e alle attività che svolgono viene concesso il massimo rispetto e finanche un’alta considerazione in funzione della crescita di “importanza” del Paese sul piano internazionale. Non dimentichiamoci che le attività di intelligence svolte dai servizi segreti non si limitano a garantire la sola sicurezza nazionale, ma sono sempre più orientate verso l’intelligence politica ed economica.

Che cosa significa questo?

In un mondo in cui la globalizzazione informativa ha assunto la connotazione di deus ex machina per la gestione dei rapporti a livello geopolitico ed economico, le agenzie di intelligence non possono che rappresentare lo strumento di riferimento per la corretta acquisizione di quella conoscenza indispensabile a un Paese per affrontare le sfide del terzo millennio.

Quanto tempo potrebbe servire all’intelligence italiana per dare seguito sul campo alla novità contenuta nel decreto-legge Aiuti bis? 

Sul piano squisitamente operativo, l’Aise può contare su un bagaglio di esperienze e professionalità acquisite nel corso di decenni che ben poco ha da invidiare ad altre agenzie di intelligence straniere. Ciò rappresenta un elemento fondamentale sul piano delle capacità operative. Il problema che si potrebbe porre è invece quello della numerosità dell’organico. È un dilemma che ritengo estendibile anche all’Aisi. Il processo di potenziamento di un servizio segreto, è noto, non può prescindere soprattutto dalla crescita numerica e professionale del personale, e non può essere sottovalutato neppure l’aspetto della necessità di sviluppare nuove competenze professionali da mettere in campo. Mi riferisco soprattutto allo sviluppo di specialità nel settore cyber, all’interno del quale il mondo virtuale assume il ruolo di world information container. Sulla base di ciò, appare evidente la necessità di attivare percorsi formativi in grado di sviluppare rapidamente figure professionali innovative, specializzate nell’utilizzo di strumenti e tecniche di ricerca di informazioni nel mondo virtuale, come la Social Media Intelligence (Socint) e la Web Intelligence (Webint), due metodologie essenziali di ricerca e acquisizione di informazioni provenienti dai social media e dal web.

Quali sono le sfide poste dalle tecnologie emergenti sulle attività dell’intelligence all’estero?

Molteplici. Un tempo poteva essere sufficiente per una spia possedere un’identità di copertura” che poteva facilmente essere supportata da un passaporto o alcuni documenti falsi e qualche tecnica di mascheramento personale. Al giorno d’oggi, l’adozione di questi soli pochi “attrezzi” rappresenterebbe per l’agente quasi un autentico suicidio per la sua copertura. La credibilità di una spia va costruita soprattutto sul piano “digitale”, per esempio mediante la presenza del proprio profilo sui social network, su specifici portali web e con il possesso di uno smartphone utilizzato da tempo. Un individuo privo di un profilo su Facebook, Instagram o Twitter, al giorno d’oggi, produce immediati sospetti e diffidenza da parte di chi lo sta analizzando. Allo stesso modo, produrrebbe un vero alert l’analisi di un profilo social creato solo pochi giorni o mesi prima e finanche corredato da minimi e mediocri contenuti. Ciononostante, va chiarito che anche un’identità di copertura accuratamente costruita può essere smascherata.

Ci faccia un esempio.

Per esempio, per demolire la sua falsa identità sarebbe sufficiente intercettare una foto dell’agente presente in Internet e scattata in un particolare momento storico di cui non si ha memoria. Non dimentichiamoci poi le conseguenze derivanti dalla proliferazione di dispositivi di sorveglianza remota a livello mondiale. Le tecnologie di riconoscimento facciale hanno raggiunto dei livelli di efficienza elevatissimi e le applicazioni di face recognition possono consentire di ricercare e identificare automaticamente, e in tempi brevissimi, i volti delle persone inquadrate, onde poterli poi associare a quelli registrati in un database. Le tecnologie digitali e la rete Internet hanno imposto ai servizi segreti l’adozione di modelli di gestione delle operazioni di copertura al limite della perfezione, che non lasciano alcuno spazio a improvvisazioni e superficialità.

La globalizzazione ha alimentato l’ecosistema informativo. Che cosa significa ciò per l’intelligence?

Come sappiamo, attualmente la maggioranza delle informazioni viaggiano in rete, ma occorre precisare che molte informazioni, finanche personali, vengono inserite principalmente sui social dai rispettivi utenti senza la cognizione che tali informazioni possono rappresentare il migliore combustibile per la conduzione di attività di intelligence. Per esempio, il caricamento ininterrotto di immagini, dati, post, video all’interno del cyberspace può consentire, in molti casi, di realizzare dei “prodotti di intelligence” ad ampio spettro e di particolare valore, soprattutto per quanto concerne il contrasto alla criminalità organizzata e al terrorismo internazionale. Ciò posto, grazie anche all’utilizzo di piattaforme di intelligenza artificiale opportunamente progettate, è possibile condurre delle operazioni di virtual human intelligence (Vhumint) che possono produrre una conoscenza specifica su un particolare evento, individuo, organizzazione o settore di riferimento, con un notevole risparmio di tempi e costi in funzione della tipologia di attività svolta in modalità virtuale. Va evidenziato altresì che l’assimilazione continua di dati presenti nel cyberspace impone anche l’utilizzo di sistemi tecnologici in grado di “filtrare” dal mare magnum di dati digitali raccolti, solo quelle che possono garantire un elevato livello di attendibilità o credibilità. La disinformazione sta assumendo un ruolo inverosimile nel mondo per quanto concerne la propaganda e il condizionamento psicologico online. A tal proposito, basti pensare che solo in Italia, secondo uno studio condotto da Agcom nel 2019, la disinformazione sugli argomenti inerenti la cronaca e la politica era pari al 56%.

In questo scenario, chi è favorito?

Chi saprà gestire le sfide del terzo millennio. Mi riferisco alla capacità di intercettare e governare velocemente i cambiamenti epocali in atto a livello planetario. Non parliamo solo di tecnologie digitali, ma anche della comprensione delle mutazioni politiche, sociali ed economiche che stanno trasformando l’intero mondo. Per vincere questa sfida occorrono professionalità accertate, grande senso di responsabilità e menti aperte al cambiamento. Malcom X disse: “Il futuro appartiene a coloro che si preparano per esso oggi”.

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