A meno di voler chiudere gli occhi di fronte alle mire di Putin e, di conseguenza, considerare l’invasione dell’Ucraina con un fatto isolato, l’interrogativo che resta è come attrezzarsi di fronte a chi punta sulla sconfitta dell’intero Occidente, quale condizione per giungere a uno pseudo multilateralismo

Le incertezze mostrate dalla Ue sul tema del price cap sul gas sono comprensibili, ma non condivisibili. Sono comprensibili a causa della struttura stessa del Vecchio continente. La sua caratteristica resta quella di un’area monetaria non ottimale. Vale a dire dalla messa in comune di alcuni elementi, a partire dalla moneta, ma ancora lontana dall’aver raggiunto quella governance che dovrebbe rappresentare il minimo comune denominatore di un’Alleanza organica. Stati che vorrebbe avere un comune destino. Nei mesi passati, dopo il varo del Pnrr, sembrava che anche la Ue avesse trovato il suo momento hamiltoniano (l’hamiltonian momentum), ma così, purtroppo, non è stato.

Allora non c’era stata ancora la nascita di quella struttura costituzionale che avrebbe garantito ad una realtà, come degli Stati Uniti, debilitato dalle conseguenze della guerra di indipendenza, di divenire, almeno in prospettiva, il più forte Paese dell’Occidente. La guerra contro l’Inghilterra aveva prodotto lutti, distruzioni, sofferenze, ma anche un fortissimo debito pubblico. Che gravava in modo differenziato sui singoli Stati della Confederazione. Alcuni di questi, come la Virginia o altri Stati del sud, non ne avevano o li avevano saldati. Gli Stati del Nord invece ne erano ancora fortemente gravati.

Il capolavoro di Alexander Hamilton, giovane responsabile del Tesoro, fu quello di indicare il compromesso che avrebbe messo d’accordo i principali esponenti dei due schieramenti. Accordo che, alla fine fu siglato da James Madison e Thomas Jefferson, su pressione dello stesso Presidente George Washington. Il debito divenne federale, la nuova capitale dell’Unione fu spostata da Filadelfia al distretto di Columbia, che successivamente assunse il nome di Washington, in omaggio allo stesso Presidente. La vecchia Confederazione trasformata in uno Stato federale: quella configurazione costituzionale che ancora oggi conosciamo.

Alla base di quella vicenda un fatto prevalentemente economico – finanziario. Lo stesso che oggi ritroviamo in un‘Unione europea divisa, che non riesce a varare una misura – quella del price cap sul gas e sul petrolio – che sarebbe la prova regina della sua stessa esistenza in vita dal punto di vista istituzionale. Le ragioni di chi si oppone hanno una loro legittimità. L’Olanda non vuol rinunciare al tiraggio delle proprie esportazioni di gas dal vecchio giacimento di Groningen, che dovrebbe chiudere quanto prima, a causa dei pericoli sismici che il suo sfruttamento ha alimentato. Nè al vantaggio di poter gestire il mercato grazie a TTF (Title Transfer Facility): la (piccola) borsa di Amsterdam, che contribuisce, in modo eccessivo, alla crescita dei prezzi relativi, in un contesto estremamente speculativo.

La Norvegia, dal canto suo, anche se non fa parte dell’UE, ma solo dell’Associazione europea di libero scambio, insieme ad Islanda e Liechtenstein, è membro Nato, oltre che godere dei vantaggi della libera circolazione di beni, servizi, persone e capitali. Grande produttore di gas, ormai ha soppiantato la Russia, divenendo il principale fornitore europeo. Nei primi sette mesi dell’anno le sue esportazioni avrebbero raggiunto un valore pari a 60 miliardi di euro. Tre volte tanto quelle del corrispondente periodo dell’anno precedente. Inutile aggiungere quanto essa sia “scettica” sull’introduzione di un price cap. Che avrebbe come effetto una possibile riduzione del valore delle proprie esportazioni.

Per ragioni, a loro volta diverse, lo sono oltre l’Ungheria, dato il rapporto preferenziale di Orbán con Putin, la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la stessa Polonia. Anche se in quest’ultimo caso, l’avversione nei confronti del nuovo Zar rappresenta un sentimento prevalente. Membri del gruppo Visegrad, la loro dipendenza dal gas russo raggiunge valori prossimi all’80/100 per cento del totale. Una debolezza che spiega la prudenza del gruppo rispetto ad azioni che potrebbero indispettire ulteriormente Mosca. La quale, a sua volta, consapevole del suo potere di interdizione, non ha esitato un solo momento, nel minacciare di tagliare completamente ogni fornitura ai Paesi che avrebbero aderito alla proposta di price cap. Sia che questo fosse stato riferito alle sole importazioni russe o al più generale commercio di prodotti energetici.

L’insieme di questi timori ha prodotto un effetto domino, che ha colpito principalmente la Germania di Olaf Scholz. Che, in passato, non aveva certo brillato per decisionismo. Anche in questo caso fin troppo stretto il legame con Mosca, da cui dipende per le forniture di gas. Nel 2021, stando ai dati di Arera, i soli consumi di gas tedeschi sono stati, i più alti dell’intera Europa con una percentuale pari al 19,2 per cento del totale di questi ultimi. Si spiegano allora le oscillazioni della delegazione berlinese. Titubante fin dall’inizio, poi apparentemente favorevole, al punto da far sbilanciare la stessa Ursula von der Leyen, ed, infine, nuovamente scettica. Motivando il tutto con un (peloso) endorsement a favore del gruppo Visegrad.

In questo bailamme, la cosa che più impressione è confrontare i dati sulle diverse bilance dei pagamenti dei singoli Paesi europei. Già nello scorso primo trimestre (il secondo sarà ben peggiore), il surplus delle partite correnti dell’Eurozona, ancora leggermente positivo, è crollato del 98 per cento, rispetto ad un anno fa. Mentre quello dell’Ue a 27 da attivo com’era, per un valore che superava i 108 miliardi di euro, si è trasformato in un passivo di più di 8 miliardi. Ancora in surplus, seppure in diminuzione, risultavano essere solo la Danimarca, la Germania, l’Irlanda e l’Olanda. Per tutto il resto: profondo rosso.

Che quindi in Europa, come nell’America dei padri fondatori, esistano divergenze di natura economica e finanziaria è fin troppo evidente. Diverso è invece il contesto. Allora il “non detto” era la paura delle possibili reazioni inglesi, all’indomani della proclamazione dell’indipendenza nazionale. Da qui la necessità di individuare quelle soluzioni, come poi avvenne, in grado di accelerare al massimo l’unificazione nazionale, e al tempo stesso garantire all’Unione la massima potenza. In Europa, invece, quel paradigma va rovesciato.

A meno di voler chiudere gli occhi di fronte alle mira di Putin e, di conseguenza, considerare l’invasione dell’Ucraina con un fatto isolato, l’interrogativo che resta è come attrezzarsi di fronte a chi punta sulla sconfitta dell’intero Occidente, quale condizione per giungere ad un pseudo multilateralismo. Che altro non sarebbe che la foglia di fico del dominio russo – cinese, passivamente sostenuto dagli altri Paesi che compongono i Brics. In questo secondo caso la guerra contro Kiev, altro non è che la prima battaglia per un “nuovo inizio” rivolto a modificare la geopolitica del XXII secolo. Il blocco delle forniture di gas e petrolio verso l’Europa il tentativo di scardinarne gli attuali equilibri, aggredendo la Nato e scompaginando la struttura politica del Vecchio Continente.

Se questo secondo schema, come ormai dovrebbe essere chiaro, è l’esatta rappresentazione della realtà, allora, qualsiasi ritardo nell’approntare una risposta adeguata, non fa che favorire il gioco di Putin. Quindi il price cap sui prodotti energetici, a partire dal petrolio (circa l’80 per cento degli introiti russi), non vuole essere un aiuto all’Ucraina (ovviamente c’é anche quello), ma la risposta più adeguata rispetto alla prima azione di guerra ibrida della Russia contro tutti i popoli europei. Di fronte ad una simile iniziativa si possono anche calare le braghe, con un’incoscienza degna di maggior causa. Ma, per favore, non diteci che tutto questo possa essere giustificato da quel pugno di dollari, che gli (oggettivi) alleati di Putin, vorrebbero guadagnare sul tavolo verde di una congiuntura artificialmente drogata.

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