Risposte sbagliate a problemi serissimi, che indeboliscono ancor più la realtà nell’incapacità di tenere testa alla competizione internazionale, con salari al lumicino. Il commento di Raffaele Bonanni

Decenni fa nel campo della sinistra italiana, i delusi dall’abbandono delle vecchie parole d’ordine politiche, ricorrevano ad una formula semplice per sottolineare lo scontento nei confronti dei loro leader: chiedevano loro di dire qualcosa di sinistra. Si era convinti che in quel modo si potesse rimediare ai malumori della base provocati da linee riformiste adottate.

Anche in questi frangenti di difficile campagna elettorale, nella galassia di sinistra si avverte scattare lo stesso meccanismo: bisogna affermare sui problemi del lavoro parole di sinistra. Il tema però è che queste affermazioni, quando non fanno ulteriori danni, è solo un abbaiare alla luna. Sappiamo cosa propongono i 5 Stelle e le formazioni della sinistra antagonista.

Ma chi lo avrebbe detto che proprio ad Enrico Letta toccasse riportare di 15 anni indietro le posizioni del suo partito sul lavoro, se leggiamo la proposta di questa campagna elettorale. Il pensiero che emerge con forza proviene sempre dalla stessa errata analisi. Ci sono disoccupati? Bisogna indennizzarli con un un reddito fisso, appunto con un Reddito di cittadinanza. Salari bassi? Ecco un bonus integrativo che risolve il problema. Occorrono flessibilità nella organizzazione del lavoro? Ecco servito il contrario: il ripristino delle antiche rigidità. Insomma tutto quello che ricorda il vecchio ordine del lavoro, secondo questo modo di ispirarsi, non può che andare bene. Persino al vecchio collocamento si vuol ridare un ruolo pur di contrapporlo alle efficienti agenzie private del lavoro.

Dunque risposte sbagliate a problemi serissimi, che indeboliscono ancor più la realtà miserrima che commentiamo ogni giorno, della incapacità di tenere testa alla competizione internazionale e di salari al lumicino.

Eppure sarebbe logico porsi l’obiettivo di aumentare il salario legato alla quantità e qualità della produzione con nuove politiche retributive e fiscali; così come intraprendere una azione potente che si ponga l’obiettivo di pagare di più le flessibilità del lavoro. Per costoro la flessibilità equivale sempre alla precarietà e si deve combatterla. Non si vuol capire che la flessibilità nel lavoro è un requisito inscindibile con l’attuale organizzazione del lavoro.

Lo era già prima con la piena internazionalizzazione dei mercati, ed ancora di più oggi con la pervasiva e galoppante rivoluzione digitale. Va compreso che la flessibilità diventa precarietà quando è mal retribuita e non sostenuta dai diritti sociali e dalla formazione continua. Dunque, invece di sostenere politiche di privilegio fiscale per salari e welfare per i lavoratori flessibili, chiudono gli occhi sulla realtà, e le risposte sono sempre quelle che andavano bene in altre epoche. Cosicché le domande nuove non vengono soddisfatte e quelle vecchie inservibili creano danni e frustrazioni.

È in questo clima surreale e di sensazione di impotenza che a taluni può sembrare giusto il Reddito di cittadinanza. Tale provvedimento concepito per non approdare alle attività lavorative o ad occasione di professionalizzazione, soprattutto per i giovani è stato messo in piedi con un sistema più cervellotico e diseducativo che si poteva concepire; il più chiaro esempio del degrado politico in cui siamo giunti.

Qualcuno in questi giorni, per segnalare la singolarità di questa esperienza sociale, ha azzardato che il Reddito di cittadinanza non legato a nessuna prestazione lavorativa, e che riguarda tre milioni di fruitori – costando sinora ai contribuenti ben 50 miliardi di euro – assume sempre più le sembianze di uno scambio elettorale tra ceto politico e fruitori del reddito stesso. Nel mentre si consolida la distanza tra istruzione e università e mondo della produzione, molte professioni altamente qualificate non sono reperibili nel mondo del lavoro, e i salari italiani sono agli ultimissimi posti della classifica proprio per lo smarrimento di ogni senso che regge una realtà economico-sociale.

Ecco perché le presenze più avvertite della politica e del sociale dovranno cessare ogni compromissione con tali irresponsabilità e contrapporsi alla avanzante strategia risarcitoria che da qualche anno si applica indifferentemente senza applicare l’unica logica ragionevole: ad ogni diritto preteso da fruire, deve corrispondere un dovere che lo giustifichi sul piano economico e sul piano della utilità pubblica. È ora di cambiare verso, se non vogliamo che si perda il senso del lavoro, ma anche il senso culturale e politico che dovrebbe reggere la Repubblica.

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