I nuovi capitalisti dello Spazio, dei quali Elon Musk è il front-runner, puntano al mercato globale delle telecomunicazioni lanciando costellazioni da migliaia di satelliti prodotti in catena di montaggio. Una rivoluzione che presenta rischi e opportunità, come qualcuno in Europa ha ben compreso. E l’Italia? L’opinione dell’ingegnere esperto aerospaziale

Da tempo sottolineiamo come la Starlink di Elon Musk stia congestionando l’orbita terrestre bassa con migliaia di satelliti aggredendo il mercato globale delle telecomunicazioni, sinora nelle mani di un pugno di società che possiedono poco più di un centinaio di satelliti in orbita geostazionaria.

Ora però le cose cambiano. L’operatore americano di telefonia mobile T-Mobile – 80 miliardi di dollari di fatturato nel 2021 – e la Starlink hanno siglato un’alleanza tecnologica per utilizzare le rispettive frequenze di trasmissione e dare copertura mobile ovunque siano assenti le reti cellulari convenzionali. L’iniziativa riguarderà inizialmente gli Stati Uniti, ma punta ad estendersi in tutto il mondo.

Presentato come rivoluzionario, l’accordo solleva ancora molti interrogativi sulla sua attuazione e sul suo modello economico. Ma chi pone questi dubbi è in realtà molto spaventato dall’effettiva concretizzazione di un tale sistema.

Oggi, come spiegano T-Mobile e SpaceX, si potranno consentire comunicazioni basilari, cioè messaggi di testo e dati, se le condizioni di copertura satellitare e terrestre lo consentiranno. Però, entro qualche anno quando Starlink avrà riempito l’orbita bassa con 42mila satelliti anche questi problemi saranno superati. Ecco perché gli operatori satellitari tradizionali non dormono sonni tranquilli.

Uno di questi, la Eutelsat di Parigi che opera 36 satelliti geostazionari e ha fatturato 1,2 miliardi di euro nel 2021, sta correndo ai ripari. Nel 2021 ha acquistato il 25% della società londinese OneWeb che opera una costellazione da 450 satelliti in orbita bassa (sui 680 previsti) per fare concorrenza a Starlink, e adesso vuole investire tra i 3,5 e i 4,5 miliardi di euro per lanciare entro pochi anni i satelliti di seconda generazione.
Con questa mossa, Eutelsat di fatto sta mettendo pressione sulla Commissione Europea, in particolare sul commissario francese Thierry Breton della Dg-Defis, il quale sponsorizza un progetto, ancora in via di definizione e dal costo stimato in 6 miliardi di euro, per una costellazione di satelliti di proprietà Ue per comunicazioni sicure con crittografia quantistica. Breton guarda quindi con sospetto alle mosse di Eutelsat con OneWeb, anche perché la società francese è pure nel team selezionato dalla Dg-Defis per il suo progetto.

È probabile che il governo francese, che di fatto sostiene l’operazione di Eutelsat, avrà un ruolo fondamentale nell’avvicinare i due progetti e infine farli coesistere. Parigi dovrà chiarire la sua strategia tra i due programmi nei prossimi mesi, e così si dovrebbe capire anche come ciò sarà compatibile con il concetto di “sovranità tecnologica europea” che Breton richiama per il progetto Ue.

La Ceo di Eutelsat, Eva Berneke, non nasconde le difficoltà. “Le questioni di sovranità legittime per gli Stati complicano invece i nostri progetti”, ammette e non dispera di vendere i suoi servizi satellitari alla Commissione. In fondo, grazie all’acquisizione di OneWeb, Eutelsat ha già una costellazione satellitare in orbita con frequenze assegnate e ricavi in crescita, e ne potrà migliorare le prestazioni con la prossima generazione di satelliti. Il blocco delle forniture dei vettori Soyuz a Arianespace per effetto delle sanzioni occidentali alla Russia, ha ritardato il completamento della costellazione che dovrebbe comunque avvenire entro il 2023 grazie a due lanci con il vettore GSLV indiano e tre con il Falcon della SpaceX. Nel frattempo la Commissione europea sarà probabilmente ancora alle prese con le fasi preliminari del suo progetto.

OneWeb era stata salvata dalla bancarotta nel 2020 dal governo britannico e dall’operatore telefonico indiano Barthi; in seguito Eutelsat aveva acquisito una quota del 23% e ora sta negoziando un takeover di maggiorana che però lascerà una “golden share” a Londra. Sarà molto interessante vedere come procederà questa “cordiale entente” franco-britannica nello Spazio, perché la Airbus Defence & Space a la Thales Alenia Space si stanno scaldando ai box per proporre a Eutelsat la produzione dei futuri satelliti, ma il governo britannico sarà molto attento a garantire lavoro qualificato nel Regno Unito.

Comunque sia, le mosse di Eutelsat sono apprezzate dagli azionisti al punto che uno dei principali, la banca d’investimento pubblica Bpifrance, che già deteneva il 22,65% della società, a inizio agosto ha aumentato la propria partecipazione acquistando un ulteriore 2,67%. Un segno tangibile del sostegno della Francia alla strategia societaria. Gli altri azionisti principali di Eutelsat, cioè Isalt (Investissements Stratégiques en Actions Long Terme), Lazard Asset Management Pacific Co. e la China Investment Corp. non escludono passi successivi di ulteriore sostegno.

Ora, come talora abbiamo fatto in passato vale la pena di ricordare un po’ di storia italiana, a futura memoria del prossimo governo.
Sin dagli anni ‘60 l’Italia aveva intrapreso una politica lungimirante nel nascente mercato delle telecomunicazioni satellitari creando la Telespazio (joint venture tra Stet, Italcable e Rai) che era azionista dei consorzi Eutelsat, Intelsat e Inmarsat. L’Italia era presente nelle organizzazioni internazionali dei servizi downstream e nel contempo sviluppava un’industria manifatturiera nazionale per dotarsi di capacità produttiva, cosa che avvenne con i satelliti Italsat F1 e F2 di Telecom e con i Sicral del ministero della Difesa.

In un mondo competitivo e sempre più affamato di telecomunicazioni il poter disporre di capacità e di presenza sia nella manifattura che nei servizi consentiva di sviluppare un settore economico ad alta innovazione e possibilità di crescita.

Accadde però qualcosa che cambiò il contesto, le privatizzazioni. Nel 1999 la Telecom Italia, in cui era confluita la Telespazio tramite la ex-Stet, fu acquistata per 61mila miliardi di lire, a debito, dalla Olivetti, controllata dalla lussemburghese Bell, che poi nel 2001 la cedette alla finanziaria Olimpia di proprietà della Pirelli, a Edizione Holding di Benetton, a Banca Intesa e a Unicredit. I nuovi soci dopo pochissimi mesi vendettero a Lehman Brothers tutte le partecipazioni nei consorzi satellitari, cioè il 20,4% di Eutelsat, il 2,8% di Intelsat, il 2,1% di Inmarsat ed il 3,9% di New Skies Satellites.

In pratica tutto il capitale investito dallo Stato italiano nelle comunicazioni satellitari in tre decenni fu svenduto – pardon, privatizzato – nell’arco di qualche settimana.

Una volta privatizzati – pardon, svenduti – i servizi satellitari era la volta della manifattura. Infatti, dopo solo quattro anni la proprietà dell’azienda manifatturiera che aveva costruito i satelliti Italsat e Sicral fu trasferita a una joint venture con la francese Alcatel che ne acquisì anche la maggioranza.
Per provare a immaginare il futuro che ci attende bisogna conoscere il passato, la storia, ma non per ripetere gli stessi passi o per sclerotizzarsi in ricordi e rimpianti lamentosi. Bensì per avere visione e saper pensare anche con pensieri laterali a opportunità nuove, impreviste e imprevedibili.

Le telecomunicazioni satellitari stanno diventando un elemento importantissimo per servizi IoT globali – pensiamo solo al settore automotive – e la rivoluzione in atto è solo all’inizio. Affrontarla con schemi rigidi può rivelarsi fatale mentre coglierne le opportunità può essere decisivo. L’inversione di tendenza, che speriamo non veder disattesa nel prossimo futuro da chi avrà la responsabilità di governo del settore, è ancora possibile se si colgono le opportunità con visione, competenza e conoscenza, anche della storia.

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