L’editore tedesco e ceo di Alex Springer, Mathias Döpfner, ha definito la sua “scommessa più grande” quella di rendere apartitici i suoi media, secondo lui il miglior posizionamento che potrebbe assumere un giornale. Ma nel passato, tra ironia e serietà, ha espresso più volte la sua opinione, in alcuni casi schierandosi apertamente con Trump. Un gruppo mediatico da decine di miliardi che dice di essere super partes è credibile?

Rimanere sulla notizia, senza lasciare traccia della propria opinione, è una regola del giornalismo, una delle prime ad essere violata. Lo sa bene l’editore Mathias Döpfner, Ceo del gruppo di media Axel Springer che, tra i tanti, detiene i tedeschi Bild, Die Welt, il polacco Fakt e, da qualche tempo, anche lo statunitense Politico. Quella che al Washington post lui stesso definisce la sua “scommessa più grande e contraria”, ovvero dimostrare che essere apartitici è in realtà il posizionamento di maggior successo”, si è in realtà dimostrata vera solo nelle intenzioni. È sempre il Wp a ripercorrere la storia del giornalista, scrittore ed editore, che durante la sua carriera non ha mai nascosto la sua opinione.

Ci mancherebbe, si potrebbe obiettare a buon ragione. Tuttavia, l’esigenza che ha spinto Döpfner nel (provare a) dare ai suoi giornali un tono neutro è la direzione che stanno prendendo i media, specialmente negli Stati Uniti. Mentre New York Times e Washington Post si spostano sempre più su posizioni di sinistra, quelli conservatori sembrano cedere di fronte alla versione di Donald Trump, chi per una questione di clickbait chi perché realmente allineato alle idee dell’ex presidente. Per tale ragione “vogliamo essere il principale editore digitale nelle democrazie di tutto il mondo”, ha aggiunto Döpfner. Ciononostante, è lo stesso Wp a evidenziare alcune esternazioni dell’editore tedesco che smentirebbero le sue intenzioni.

In una mail inviata ai suoi dirigenti e letta dal quotidiano statunitense, Döpfner scriveva: “Vogliamo riunirci tutti per un’ora, la mattina del 3 novembre, e pregare che Donald Trump torni a essere presidente degli Stati Uniti d’America?”. Il commento era ironico, a detta del mittente, visto che in quel periodo il governo aveva deciso di portare Google in tribunale per abuso di dominio sul mercato, ma non è servito per evitare le critiche che sono arrivate. Specie perché Döpfner, in linea generale, approvava il lavoro dell’ex amministrazione conservatrice. Soprattutto su cinque delle sei questioni che l’editore ritiene fondamentali nel periodo storico che stiamo vivendo: difesa della democrazia contro gli autoritarismi di Russia e Cina, far sì che gli alleati Nato aumentino i loro contribuiti finanziari all’Alleanza, riforme fiscali, ricerca della pace e della stabilità in Medio Oriente e combattere i monopoli tecnologici. Su tutti questi temi, “nessuna amministrazione americana ha fatto di più negli ultimi cinquant’anni” di quella di Trump.

Quindi l’editore di Politico è un sostenitore trumpiano? Non proprio. In primis, perché Döpfner ha sminuito le sue parole definendole pura ironia nei confronti di quelli che “odiano” il tycoon. E poi, soprattutto, perché il giornale online non lesina bastonate sull’ex presidente quando le cose non tornano. L’esempio massimo è la pubblicazione della bozza della sentenza con cui la Corte Suprema avrebbe cancellato quella sull’aborto di Roe v. Wade, suscitando le ire dei conservatori. Ma anche la condanna che Döpfner ha riservato per i fatti del 6 gennaio a Capitol Hill, motivati e fomentati dal rifiuto di accettare la sconfitta elettorale. “Rimosso dalla realtà dal suo narcisismo”, scriveva su Business Insider, “non è in grado di fare i conti con la sua sconfitta e, quindi, anche incapace di far fronte ai suoi rivali democratici”. Seguono anche critiche sull’inefficienza e la poca sensibilità mostrata dai repubblicani di fronte all’emergenza climatica.

Ad ogni modo, la sua ambiguità ha suscitato un po’ di brusio nell’ambiente. Lawrence O’Donnel, conduttore di MSNBC, si è infatti chiesto se Politico sia diventato “di proprietà di un mentitore sostenitore di Trump in Germania? Come dovrebbero/possono i lettori tenerne conto in ciò che leggono?” ha scritto su Twitter. Discorso simile quello portato avanti da Dan Frookin, giornalista di Press Watch, che si è domandato “cosa diavolo significhi contrarian quando lo spettro dei media spazia dal negare la verità all’abbracciarla? Ignorare la verità?”.

Insomma, la questione tiene banco e vedendo il passato di Döpfner si può dire che, nonostante dica il contrario, l’editore ha da sempre avuto un’influenza politica. Axel Springer, d’altronde, non ha mai tenuto nascoste nel corso degli anni le sue considerazioni anti comuniste, su cui con molta probabilità anche Döpfner si è ritrovato. Lo scorso anno, in un’intervista al Wall Street Journal, spiegava infatti quali fossero i valori che qualsiasi dipendente (alias, giornalista) della sua azienda avrebbe dovuto seguire “come una costituzione”: un’Europa unita, diritto di esistenza dello Stato di Israele – Döpfner si definisce un “sionista non ebreo” – e i principi del libero mercato. E non ci sono deroghe. Nel 2021, aveva fatto issare una bandiera israeliana nella sede della società, dopo un’esplosione di matrice antisemita avvenuta in Germania seguita agli scontri a Gaza. Alcuni dipendenti si indispettirono, perché la considerarono un aperto schieramento dell’azienda nel conflitto israelo-palestinese. “Sono molto franco con voi”, aveva chiarito Döpfner allo staff, “una persona che ha un problema con una bandiera israeliana issata qui per una settimana, dopo le manifestazioni antisemite, dovrebbe cercare un nuovo lavoro”.

Alle regole interne non si transige, quindi, ma non ci sono paletti alle idee personali, ha assicurato. Neanche laddove vengono toccati amici o conoscenti degli editori, come d’altronde previsto dal codice giornalistico. Che richiede anche un’apoliticità, ma soprattutto un’apartiticità, all’interno degli articoli. Le stesse che Döpfner vorrebbe che fossero sempre adottate dai suoi giornali, per differenziarsi dalla concorrenza e per non omologarsi alla polarizzazione in corso nel mondo dei media. Il che però non vuol dire abbracciare battaglie di destra e di sinistra per bilanciare i contenuti di un giornale, ma riportare solamente le notizie. Un lavoro tutt’altro che banale.

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