Il critico d’arte, candidato a Bologna con Noi Moderati: “Meloni ha due rivali interni molto ingombranti. Berlusconi si è ritagliato il ruolo di garante della moderazione, assumendo posizioni rassicuranti di ancoraggio ai valori dell’europeismo. Salvini, che fino a qualche tempo fa era il maggiore azionista della coalizione, ora è visibilmente ridimensionato”

L’approccio dissacrante è proverbiale. E in questa convulsa campagna elettorale il suo apporto è stato spesso sagace, ironico e auto-ironico. Vittorio Sgarbi si appresta al duello felsineo contro Pier Ferdinando Casini per il quale lo sfidante aveva auspicato ironicamente, appunto, la carica di senatore a vita. Il critico d’arte, da uomo libero come si è sempre professato, le canta a destra e le suona a sinistra senza esclusione di colpi. Se non di scena. Nella sua intervista a Formiche.net Sgarbi parte da una considerazione sull’editoriale del Corriere in cui Galli della Loggia imputa ai programmi politici, l’assenza di risoluzioni sui temi legati alla scuola e alla cultura.

Neanche il centrodestra, di cui lei è esponente, parla di scuola e cultura?

Il centrodestra ha scelto di non avere il partito della cultura. O meglio, scegliendo la formula di ‘Noi Moderati’ con Maurizio Lupi, il mio partito – Rinascimento – è stato sostanzialmente compresso. È una posizione azzardata, perché io ho dato vita al vero partito che promuove e fa della cultura la sua cifra peculiare.

Lei è candidato nel collegio bolognese. Non certo un gioco da ragazzi. 

Ho accettato una sfida quasi impossibile. A Bologna potrebbero verificarsi almeno due scenari: gli elettori del Pd, non sentendosi rappresentati da Casini che non incarna i valori della sinistra, potrebbero scegliere di dare la preferenza a chi è dato per vincente in termini di coalizione. Oppure Bologna potrebbe essere l’unica città nella quale il Pd, pur perdendo in tutta Italia, riuscirà a vincere.

Lei che vive il dietro le quinte. Come sono realmente i rapporti fra Salvini, Meloni e Berlusconi?

Molto conflittuali.

Quindi smentisce l’idillio apparente. 

Diciamo che in un’ipotesi di governo deve far prevalere la ragione di Stato su tutto, ma è evidente che Meloni ha due rivali interni molto ingombranti. Berlusconi si è ritagliato il ruolo di garante della moderazione, assumendo posizioni rassicuranti di ancoraggio ai valori dell’europeismo. Salvini, che fino a qualche tempo fa era il maggiore azionista della coalizione, ora è visibilmente ridimensionato.

Che cosa li può tenere assieme, nell’ipotesi di un futuro governo?

Evitare di assistere ancora una volta alla formazione di governi tecnici, di larghe intese. Finalmente, il centrodestra potrebbe avere l’occasione per comporre un governo che sia davvero lo specchio dell’espressione popolare.

A proposito di Europa, c’è più di una preoccupazione sul futuro posizionamento dell’Italia nello scacchiere internazionale qualora Meloni dovesse diventare premier. 

È una follia. In Europa non può esserci un pensiero unico dominante. Polonia e Ungheria sono nell’Unione. E il fatto che Salvini e Meloni abbiano in qualche modo appoggiato la linea orbaniana è funzionale al far diventare l’Europa più cristiana e più identitaria. Ma pur sempre Europa.

Con che ruolo si vedrebbe lei nel prossimo governo?

Mi vedrei come addetto al patrimonio artistico nazionale. Un ruolo attivo, dedicato esclusivamente alla salvaguardia del nostro patrimonio. Se è stata creata un’autority contro la corruzione, è giusto crearne un’altra per la tutela della bellezza. Anzi, forse è più importante quest’ultima.

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