Per la vincitrice la grande sfida politica è tutta diversa dal voto. Per riuscire a governare la leader di Fratelli d’Italia dovrà tenere conto non solo degli equilibri interni con gli alleati, ma anche con le opposizioni e con i convitati di pietra esterni, ossia i mercati internazionali

Riuscirà la leader di Fratelli d’Italia a governare per tutti gli italiani, quelli che hanno votato per lei e quelli che non lo hanno fatto, e a unire una nazione divisa come non mai? Questa la vera grande sfida della vincitrice di queste elezioni, la signora Giorgia Meloni.

Nei numeri del suo successo ci sono infatti anche i conti della spaccatura profonda del paese evidentemente sfiduciato profondamente dalla politica di Roma. L’astensione è stata la più alta nelle elezioni politiche della storia della repubblica. È andato alle urne appena il 64% degli aventi diritto. In Sicilia, dove si sceglieva anche il governo regionale, sono andati ai seggi appena il 26% degli iscritti (!), nonostante ci fosse da difendere il reddito di cittadinanza, tanto amato al sud, come spiegato da illustri commentatori.

I paragoni con l’astensionismo di altri Paesi non reggono. In America si vota in queste percentuali, ma lì per il diritto di posare la scheda nell’urna un cittadino deve perdere due giorni di voto. Inoltre in alcune zone c’è una lunga storia di “vote suppression”, si cerca di non fare votare elettori potenziali dell’avversario.

Nulla di tutto questo accade in Italia. L’astensione, con la scheda elettorale che arriva a casa e con il seggio a due passi dalla residenza, è una scelta politica esattamente come una croce sul foglio. È un voto di sfiducia al corpo parlamentare. Trascurarlo significa non volere vedere una gamba sempre più corta che fa traballare il tavolo della democrazia italiana.
Così il 26% di Meloni diventa il 17% circa del corpo votante. Il 44% dei voti al centrodestra diventa il 28% del totale del corpo degli aventi diritto. Tali numeri, per la legge elettorale attuale, si trasformeranno in una maggioranza assoluta in Parlamento.

È giusto così, perché al di là della frammentazione elettorale e la sfiducia massiccia dei votanti, il Paese ha bisogno di governabilità. Ma la debolezza del consenso sociale avrà bisogno di una grande azione politica per non staccare ulteriormente il Parlamento dall’Italia. Il riflesso indiretto dello scollamento interno sarà all’esterno. Il contesto internazionale finora ha promosso Meloni, ma con riserva. Cioè le ha dato tempo di provare a governare. Ma si sa che potrebbe sottrarle la fiducia ove non fosse contento di quello che vede.

Per l’Italia, oberata di un rapporto debito pubblico Pil sul 150%, perdere la fiducia internazionale significa un aumento verticale dei tassi di interesse e quindi il fallimento. Sarà iniquo, ingiusto, ma è l’economia di mercato, il sistema in cui viviamo. È come lamentarsi del caldo d’estate o del freddo d’inverno, per cambiare bisogna spostare l’Italia verso l’equatore o fare girare la terra diversamente intorno al sole: impossibile.

La cosa possibile è chiudere l’Italia al mondo, ma questo significa condannarla a diventare la Nord Corea. Improbabile che moltissimi italiani siano favorevoli.

In altre parole, Meloni o qualunque altro premier, deve calcolare i voleri dei mercati internazionali che in generale valgono circa il 50% degli equilibri di qualunque Paese. In Italia, con queste percentuali di astensionismo e sfiducia, valgono molto di più. Infatti dubbi esterni possono riflettersi e moltiplicarsi nei profondi dubbi interni e creare una spirale perniciosa o fortunata (a seconda dei punti di vista) più forte di ogni maggioranza parlamentare.

Quindi Meloni dopo i voti deve trovare la politica per convincere questi convitati di pietra interni ed esterni. Non sarà facile, ma nemmeno impossibile, perché oggi tanti sperano che abbia successo e scommettono sulla stabilità del Paese. Questo comunque passa anche per governare la sua maggioranza e il Parlamento. Qui i primi segni sono a suo favore. La Lega di Matteo Salvini, il leader forse più compromesso con il suo appoggio al presidente russo Vladimir Putin, e quindi più controverso dentro e fuori il Paese, è stato più che dimezzato. Oggi la Lega deve scegliere se cercare una rimonta, cacciando Salvini, o arroccarsi nella sua eredità salviniana, in ogni caso il suo peso oggettivo nel governo sarà limitato.

Forza Italia è stata migliore dove ha presentato candidati forti, come in Calabria. Nella regione FI, guidata dall’ex sindaco di Cosenza Mario Occhiuto, è andata oltre il 16%, più del doppio della media nazionale. Potrebbe essere quindi più facile per Meloni riportare a sé FI.

Il resto è la sinistra, che nella sua frammentazione di oggi dimostra di non riuscire a parlare con il suo elettorato. Non ha una identità, non sa se essere liberal, progressista o inseguire il piffero magico dei neo Masaniello.

Se e quando Meloni diventerà premier il suo governo dovrà parlare a loro, così come i governi Dc parlavano all’elettorato del Pci, questa la sfida più nuova forse per Meloni, il pezzo che potrà fare incastrare tutto, e senza il quale molto potrebbe traballare.

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