Due delle principali banche turche, su pressione degli Stati Uniti, interrompono gli accordi con il sistema di pagamenti russo pensato da Mosca per aggirare le sanzioni occidentali. Proprio mentre Ankara compra sempre più oro nero dall’ex Urss

La Russia può attendere e pazienza se da una parte si taglia un ponte e dall’altro se ne costruisce un altro. La Turchia, che con una mano aiuta Mosca (e se stessa), raddoppiando la quantità di petrolio importato dall’ex Urss portando i flussi sopra i 200mila barili al giorno, con l’altra le toglie ossigeno sul terreno dei pagamenti.

Come noto, le principali raffinerie turche, Tupras e Socar Star hanno incrementato sensibilmente l’utilizzo di greggio russo a scapito di quello proveniente dal mare del Nord, dall’Iraq e dal Nord Africa, accrescendo le entrate della Federazione. Star, nel dettaglio, compra oggi 90mila barili di greggio al giorno dalla Russia contro i 48mila di un anno fa. L’impianto di Tupras 111mila barili contro 45mila del periodo gennaio agosto del 2021.

Eppure, sul fronte dei pagamenti qualcosa non è andata per il verso giusto. Due delle più grandi banche turche, la IsBank e la Denizbank (controllata dalla Emirates Nbd), hanno infatti sospeso le transazioni con il sistema di pagamento russo Mir, dopo gli avvertimenti di Washington sul rischio di sanzioni. Gli Usa infatti considerano il sistema Mir un potenziale veicolo per finanziamenti illeciti. Di che si tratta?

Come raccontato nelle scorse settimane da Formiche.net, con la precipitosa fuga dei grandi produttori di microchip, ultimo tra tutti Intel, l’ex Urss è praticamente rimasta a secco. Senza considerare il rompete le righe di Visa, MasterCard, Apple Pay e Google Pay, che hanno sospeso da mesi le operazioni nel Paese a causa dell’embargo, spingendo gli stessi produttori di chip a fare fagotto. Di qui la mossa del Cremlino pensata sopravvivere all’estromissione dalla rete delle transazioni internazionali.

Ovvero la realizzazione del National Payment Card System, riconosciuto dalle sue iniziali russe Nspk, il meccanismo che gestisce il sistema monetario alla base delle transazioni con carte di credito in Russia. Una creatura che è il risultato degli otto anni di sforzi di Mosca per isolare il sistema economico russo dallo stress monetario occidentale. Connessa al Nspk è poi la società russa di carte personali, nota come Mir, che si basa proprio sull’infrastruttura del Nspk. Ad oggi, più di 100 milioni di carte di pagamento Mir sono state emesse dopo il lancio nel 2015, con l’obiettivo dichiarato di aggirare Swift, anche utilizzando il sistema di messaggistica russo Spfs.

Ora, le carte Mir non possono funzionare senza la componente tecnologica. Al Cremlino lo sanno, tanto da essersi rivolti a un cliente d’eccellenza, fedele alleato, almeno sulla carta: la Cina, attraverso UnionPay, conosciuta anche come China UnionPay, società di Shanghai che nel 2015 aveva già superato Visa e Mastercard per valore totale dei pagamenti effettuati dai clienti. L’obiettivo era far entrare carte cinesi, già provviste di microchip, nel circuito Mir.

Ma Ankara evidentemente deve aver cambiato idea, dopo un primo appoggio formale al progetto russo, sotto il peso, ha scritto il Financial Times, di una guida pubblicata dal dipartimento del Tesoro americano che ha avvertito le banche al di fuori del Paese dal rischio di stipulare o ampliare accordi con il sistema Mir. IsBank e la Denizbank sono solo le prime delle banche turche aderenti a Mir, almeno fino ad oggi. Le altre sono VakıfBank, Ziraat Bank e Halkbank. Queste ultime al momento non hanno annunciato alcun cambiamento nelle loro politiche. Ma chissà.

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