Il sabotaggio dei gasdotti nel Mar Baltico potrebbe segnare il punto di non ritorno nel conflitto ibrido che vede il Cremlino sfidare l’Europa. Putin sta alzando la tensione ovunque e avrebbe svariati motivi per far esplodere le proprie condotte. In questa intervista, Matteo Villa analizza la guerra energetica e le strategie di Mosca. Per capire le conseguenze sull’Europa

Gli occhi del mondo rimangono puntati su quello che potrebbe essere il più importante punto di svolta nel conflitto geopolitico tra Russia ed Europa. Sia l’Ue che la Nato hanno descritto le grandi esplosioni nel Mar Baltico – causa della rottura dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 – come un “atto deliberato” di sabotaggio. La fuoriuscita massiccia di gas non consentirà di ispezionare da vicino i siti delle esplosioni per almeno una settimana, forse più, ma alcuni Paesi – Polonia e Ucraina – hanno già incolpato il Cremlino.

Secondo il Times, che cita una fonte nel settore della difesa britannico, probabilmente i russi avrebbero piazzato le cariche esplosive tempo fa utilizzando un sommergibile, del tipo che si può immergere anche da un semplice peschereccio. Rimane la domanda di fondo: perché mai Mosca avrebbe fatto saltare i propri gasdotti? Dunque Formiche.net ha raggiunto Matteo Villa, Senior Research Fellow presso l’Ispi, specializzato in politica energetica, che da tempo tiene d’occhio il versante geoeconomico della guerra ibrida di Vladimir Putin all’Ue.

Cosa ha pensato quando ha saputo delle fughe di gas nel Baltico?

Che era difficile non immaginarsi che ci fossero dietro i russi, per tantissimi motivi. Anzitutto arrivare in quella parte del Mar Baltico è incredibilmente complesso, un’operazione sofisticata che solo uno Stato può fare. Tre esplosioni in tre punti diversi, in profondità, dove l’accesso non è semplice. Non è stato un gruppo terroristico né tantomeno un incidente.

Su internet sta circolando il video di Joe Biden che tempo fa parlava di “porre fine” al progetto Nord Stream 2. E Mosca sta amplificando questa narrativa.

Complottismi. Biden non stava affatto dicendo che lo avrebbero fatto saltare ma che avrebbero trovato un accordo con la Germania. La realtà è che agli Usa non piace affatto che l’Ue sia a corto di gas, anche al netto del gas naturale liquefatto che gli vende, e rendere inoperabile i gasdotti è il contrario di quello che gli serve. Pagano il gas meno di noi, ma dalla loro prospettiva i prezzi sono quasi quintuplicati rispetto a quelli a cui erano abituati. È crisi energetica anche per loro, e con le midterm a un passo non m’immagino come Biden possa volerla aggravare.

E che vantaggio potrebbe aver avuto la Russia, invece?

Ci sono tanti motivi per cui Mosca potrebbe voler rendere ancora meno probabile che i due gasdotti entrino in funzione. Si tratterebbe di una mossa di ultimissima istanza (infatti avrebbe aspettato molto prima di colpire) che segnerebbe l’inizio della fase finale. Il segnale più forte possibile al mercato europeo, per gonfiare i prezzi, massimizzare gli introiti e spaventare l’Europa. Questo, agli occhi di Putin, potrebbe essere più importante di rendere inutilizzabili i gasdotti, che comunque erano già inutilizzati.

Perché siamo arrivati a questo punto?

Finora il gioco funzionava così: la Russia riduceva le forniture e gonfiava i propri ricavi. Se l’anno scorso entravano circa 100 milioni di euro al giorno, quest’anno siamo a 300 in media, con dei picchi di 600. Ma nell’ultima settimana i prezzi sono scesi a circa 160-170 euro/megawattora. A Mosca si sono dimezzate le entrate, sta tornando verso le rendite normali. Prima campava sul fatto che avesse messo l’Ue con le spalle al muro: poteva prendere due piccioni con una fava, massimizzare le rendite e la pressione geopolitica assieme. Ora pare che non possa più.

La distruzione del proprio gasdotto sembra comunque una mossa estrema.

Infatti è possibile che l’abbia fatto anche per invocare le clausole di forza maggiore. Nel 2021 Gazprom ha giocato la partita in modo geniale, riducendo le forniture all’Europa di quel tanto che bastava a far lievitare i prezzi (da 20 a 100-150 €/MWh a fine anno). Poi a dicembre ha aumentato i flussi perché doveva ottemperare ai contratti ed evitare le penali. L’anno scorso, insomma, ha ridotto quanto più possibile senza finire in violazione contrattuale. Quest’anno la maschera è caduta, è evidente che Putin utilizzi il gas come leva geopolitica. Già si sono appellati alla turbina, poi se saltano le condotte…

… possono evitare le multe in sede internazionale invocando force majeure. E comunque Mosca dispone di altri gasdotti verso l’Europa.

È anche vero che quelli sono utilizzati parzialmente. I tre grandi canali sono Yamal, via Bielorussia, il sistema di condotte ucraine e TurkStream, a sud, che passa per la Turchia. Quest’ultimo è utilizzato massimo al 55%, quello ucraino è sotto il 20%. Yamal è a zero. Nord Stream pure, da fine agosto.

Proprio in queste ore Gazprom ha minacciato di sanzionare Naftogaz, l’operatore ucraino, facendo intendere che potrebbe interrompere i flussi via Ucraina verso l’Europa. È realistico pensare che possa succedere?

Certo. Ma farlo significherebbe perdere ancora più leva. Penso che serva vedere la minaccia in relazione alla discussione europea sul tetto al prezzo del gas, che per come sta venendo formulato non metterà realmente a rischio le entrate di Mosca. A ogni modo, l’Ue si sta preparando, dunque anche il Cremlino segnala che si prepara per andare allo scontro. Putin ha sempre mostrato che non sarà il primo a cedere, come quando ad aprile ha interrotto le forniture ai Paesi che non si sono adeguati al sistema di conversione in rubli. Se sfidato, va allo scontro duro.

E questo ragionamento vale anche per Nord Stream. Preso atto dell’inefficacia della vecchia strategia, e pronto all’escalation, Putin lo fa saltare.

Già. E c’è ancora un altro aspetto, anche se entriamo nella fantapolitica: potrebbe averlo fatto anche per contrastare chi all’interno di Gazprom si oppone all’uso politico del gas e cerca di guardare ai dividendi dei prossimi anni. Per Putin rendere inutilizzabili i tubi equivarrebbe a bruciare i ponti, la mossa rispetta la logica dell’escalation e preclude altre direzioni.

Tornando all’Italia, oggi il ministro Cingolani ha annunciato che gli stoccaggi sono pieni al 90%. Negli ultimi giorni è emerso che potremo superare l’inverno anche senza gas russo. È vero?

Sì – possiamo addirittura fare a meno di quello norvegese, che viene acquistato sempre più dalla Germania – ma ammesso che l’inverno non sia troppo rigido, riduciamo i nostri consumi del 10% (ora siamo a meno 7%), facciamo ricorso alle riserve strategiche nazionali e ci rassegniamo ad arrivare a marzo con pochissimo gas negli stoccaggi. Serve che i rigassificatori entrino in funzione il prima possibile, ma il mercato del gnl rimarrà comunque molto “tirato” nei prossimi anni. Dunque dovremmo affrontare un 2023 molto duro. Probabilmente una recessione, come anche il resto d’Europa. Con il gas norvegese potremmo stare un pochino più tranquilli perché non arriveremmo vicini allo zero.

E l’Ue può superare l’inverno senza gas russo?

In media, sì. Diversi singoli Paesi, no. Sarebbe un bel problema per la sicurezza energetica europea, senza gas russo gli Stati come Ungheria e Bulgaria sarebbero messi malissimo. Ma si tratterebbe di un gioco a somma zero, perché interrompendo i flussi via Ucraina – che arrivano in Ungheria – il Cremlino colpirebbe il suo più grande alleato europeo. Razionalmente avrebbe più senso continuare a ridurre e non fermare i flussi. Però Putin è imprevedibile, magari vuole colpire l’Ue anche a costo di far saltare l’Ungheria.

Un all-in.

Sì, come la minaccia nucleare e il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream. Equivarrebbe a tagliarsi una mano, è il contrario della strategia sapiente, da scacchista, che Putin ha adottato finora. Ma sembra evidente che abbia scelto lo scontro duro, anche perché messo alle strette. Forse ha deciso che è il momento di tirare tutti i fili. Per anni abbiamo parlato del rischio di legare la sicurezza energetica europea alla Russia, e ora si sta realizzando: siamo a fine partita.

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