Escalation militare e dito sul grilletto nucleare: mentre il mondo è riunito all’annuale Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente russo minaccia l’Occidente con un discorso rivolto in gran parte anche all’interno della sempre più insofferente società post-sovietica. Il commento di Gianfranco D’Anna

Parossismo in salsa russa. Isolato e circondato dall’Occidente e da alleati sempre più perplessi, Vladimir Putin alza il livello della sfida al mondo con un discorso esasperato che evidenzia tutti i punti deboli delle iniziative strategiche annunciate per uscire dalla critica situazione in cui ha precipitato il suo Paese.

“Diffidato” da Cina e India a al vertice di Samarcanda, costretto dalle sconfitte sul fronte e dalle continue scoperte dei massacri di civili compiuti dall’armata russa in Ucraina a disertare l’annuale Assemblea generale delle nazioni Unite, vetrina dei governi di tutto del mondo,  Putin ha scelto di andare fino in fondo, sulla pelle del popolo russo. Un discorso alla nazione senza pathos, glaciale. Specchio della sua complessa personalità.

Sintomatica della crescente distanza dal regime da parte degli studenti e dei giovani la scelta della mobilitazione parziale evidenza la scelta forzata di evitare l’arruolamento dei ventenni e di puntare soltanto su gli over 40 e 50 che hanno già fatto il servizio militare. E che comunque prima di almeno due mesi non saranno pronti per il fronte.

Anche la rivendicazione dei referendum nelle regioni occupate è un segnale di debolezza e insieme una minaccia spuntata di usare atomiche tattiche. La scellerata eventualità dell’impiego di armi nucleari implica infatti il cinico e disumano sacrificio di centinaia di migliaia, se non di milioni, di abitanti di quelle stesse regioni appena annesse alla ormai mitologica Grande Madre russa.

Trincerato al Cremlino il presidente russo si è circondato dagli oltranzisti della “guerra totale” contro l’“Occidente collettivo”, termini che sembrano riprecipitare la storia, invertendo la prospettiva, ai giorni tragici del bunker di Berlino assediato dall’Armata Rossa. Con Dmitrij Medvedev nel ruolo nefasto di Joseph Goebbels, il ministro della propaganda nazista.

Rinunciando agli introiti di gas e petrolio e mandando al massacro altri due milioni di soldati ma senza la concreta possibilità di produrre armamenti a causa delle sanzioni, quanto potrà durare Putin? Domanda che ci si pone a Mosca prima che a Washington, Londra e Bruxelles. Da sei mesi a un anno sarebbe stata la risposta degli analisti e dell’intelligence dietro le quinte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite di New York.

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