Meloni sostiene che ci sia “chi sta facendo di tutto per spingere l’Ungheria nelle braccia” del leader russo. Il guaio è che il premier magiaro lo è già, e pure in quelle del presidente cinese

Giorgia Meloni sostiene che ci sia “chi sta facendo di tutto per spingere l’Ungheria nelle braccia di [Vladimir] Putin”. Il guaio è che Viktor Orbán è già “nelle braccia di Putin” e non da oggi, ma da diversi anni. Dal 2010 ha instaurato legami sempre più solidi con Putin e aperto le porte anche alla Cina di Xi Jinping.

Il governo ungherese ha favorito la posizione dominante di Huawei e ZTE nel comparto delle telecomunicazioni e delle tecnologie digitali ungheresi. Budapest è diventata una sorta di testa di ponte della Digital Silk Road. La minaccia è seria perché uno degli obiettivi della Via della Seta è espandere il totalitarismo digitale cinese caratterizzato da una pervasiva e capillare sorveglianza tecnologica di massa.

Inoltre, mentre i Paesi europei cercano di diversificare le forniture per ridurre la dipendenza dal gas russo, Orbán agisce nella direzione opposta. A fine agosto ha firmato un nuovo accordo con Gazprom per aumentare le forniture di gas russo all’Ungheria. L’aspetto ancora più problematico è che, nonostante l’invasione dell’Ucraina, l’Ungheria continua a collaborare con la Russia nel settore strategico della energia nucleare. Il 25 agosto il governo di Budapest ha sbloccato i lavori per realizzare due nuovi reattori della centrale nucleare a Paks. Questa decisione nasce  un accordo con il Cremlino che risale al 2014 per un investimento complessivo è di quasi 13 miliardi di euro. L’apertura del nuovo impianto é prevista per il 2030.

La Finlandia, invece, dopo il 24 febbraio ha fermato il progetto di energia nucleare che aveva intrapreso con la Russia a Pyhäjoki, nell’Ostrobotnia settentrionale. Per inciso, in Finlandia l’opinione pubblica è rimasta colpita dall’attacco militare russo alla più grande centrale nucleare in Europa, quella di Zaporizhzhia. Il colonnello Janne Mäkitalo, docente all’Università della Difesa di Helsinki, ha ricordato che “le centrali nucleari devono essere off-limits in qualunque tipo azione militare” e dichiarato che “l’attacco russo alla centrale nucleare era inconcepibile e faceva raggelare il sangue”.

Legittimare le politiche energetiche filorusse e quelle filocinesi in telecomunicazioni e digitale perseguite da Budapest è un segno di miopia politico-strategica a prescindere dalle violazioni stesse dello stato di diritto di cui i giornalisti ungheresi sono le prime vittime. A mio avviso Fratelli d’Italia dovrebbe lavorare per convincere Orbán a interrompere la cooperazione strategica pluriennale con la Russia e con la Cina invece di difenderlo a priori al Parlamento europeo come vittima del pregiudizo della sinistra, come sostenuto da Ignazio La Russa nella recente intervista a Formiche.net. Chissà che cosa avrà pensato Silvio Berlusconi quando il suo ex ministro ha definito il Partito popolare europeo il “partito della sinistra”.

I gruppi parlamentari dell’opposizione hanno giustamente criticato ministri come Carlo Calenda e Stefano Patuanelli perché nel 5G, nella banda larga e nella videosorveglianza hanno dato troppo spazio alle aziende cinesi in Italia. Ma proprio per questo Meloni non dovrebbe glissare su Orbán che ha fatto molto, molto peggio di loro in Ungheria.

Tutti i partiti italiani dovrebbero essere consapevoli dei pericoli insiti nelle decisioni assunte da Budapest il mese scorso: l’accordo con Gazprom per l’aumento del gas e l’autorizzazione ai lavori per i due nuovi reattori nucleari russi. Chi sostiene che non ci sarebbero motivi circostanziati per poter bloccare i fondi europei all’Ungheria dovrebbe spiegare agli italiani perché l’Europa dovrebbe finanziare un Paese che in materie di assoluta rilevanza strategica (transizione digitale ed energetica) favorisce e privilegia l’attività di aziende russe e cinesi.

Per fortuna l’Europa, sia pure con più di dieci anni di ritardo, sta finalmente aprendo gli occhi sulla disinformazione e sull’inquinamento mediatico, processi che agiscono in parallelo con la crescente dipendenza energetica e digitale a cui ho appena accennato. Nell’ultimo decennio anche in Italia la dipendenza energetica dalla Russia e quella digitale dalla Cina sono cresciute nel silenzio assordante dei media mainsteam. Solo l’intelligence, il Copasir e qualche dipartimento universitario hanno cercato di accendere i riflettori su quanto stava accadendo.

Non voglio sottovalutare ciò che l’Ungheria ha sbagliato in materia di stato di diritto e divisione dei poteri, ma come ho accennato il problema di fondo è più vasto. La guerra e la crisi energetica possono provocare conseguenze economiche devastanti. In Germania stanno iniziando le prime cause legali di grandi aziende tedesche contro il colosso russo Gazprom, il responsabile principale dell’esponenziale aumento dei prezzi delle bollette che colpisce drammaticamente le famiglie e le imprese italiane.

La domanda a cui rispondere é la seguente: è possibile evitare che la sempre più stretta cooperazione di Orbán con Putin e con Xi possano essere una spina nel fianco che colpisce non solo i valori, ma gli interessi strategici nell’Unione europea e nell’Alleanza atlantica di cui l’Ungheria fa parte?

Questa è la domanda cruciale a cui nessuno può possono sottrarsi. Agli ammiratori e agli amici italiani di Orbán ricordo che le scelte concrete compiute dal leader ungherese favoriscono i ricatti di Putin all’Unione europea in campo energetico e l’espansionismo tecnologico della Cina in Europa. Sarebbe l’ora che aprissero gli occhi altrimenti parlare di interesse della nazione diventa una insopportabile finzione retorica.

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