“Il Partito democratico ha delle responsabilità colossali nell’applicazione distorta del federalismo fiscale, che è alla base della scarsa capacità dei Comuni di fornire servizi ai cittadini”. Intervista all’economista e scrittore

Quale questione meridionale fuoriesce dalle urne di domenica scorsa? È possibile che l’analisi sul flusso dei voti rispecchi una nuova forma di disagio nel sud del Paese che prescinda, per certi versi, dalla misura spot del M5S, quel Reddito di cittadinanza che nel meridione ha trovato più consensi?

Il dato da cui partire è quale percezione ha questo Sud post globalizzazione, post biennio Covid e soprattutto post caro bollette, che adesso si troverà catapultato in un inverno complicatissimo non solo per cittadini e imprese meridionali, ma particolarmente per loro. Formiche.net lo ha chiesto all’economista e scrittore Gianfranco Viesti, professore di economia all’università di Bari ed editorialista di Messaggero e Mattino.

È riduttivo sostenere che il M5S sia stato votato al sud per merito del Reddito di cittadinanza? Più nello specifico, esiste ancora irrisolta una questione meridionale che è tale dai tempi di Stefano Jacini e che neanche le misure assistenzialistiche grilline hanno sanato?

Pensare che chi ha votato M5S sia solo un percettore del Rdc è una colossale sciocchezza. Però osservo che il Reddito di cittadinanza non è una misura assistenzialista, è uno strumento di welfare che si ritrova in tutti i Paesi europei e che, a differenza dell’assistenzialismo, rompe il circuito tra il beneficiario e chi glielo fa ottenere, che invece era tipico delle pensioni di invalidità di alcuni anni fa. Quello era assistenzialismo, perché era una distorsione dell’assistenza a fini di consenso personale politico.

In che senso?

A danno delle risorse pubbliche venivano concesse pensioni di invalidità a chi non ne aveva diritto. Al contrario, il reddito di cittadinanza è una misura di welfare e quindi anche questa terminologia molto diffusa nel racconto che si fa di quello che succede io la trovo profondamente distorsiva. La misura presenta criticità che sono state perfettamente individuate dalla relazione presentata al ministro Orlando nell’ottobre dell’anno scorso. Il governo Draghi avrebbe avuto tutto il tempo per correggere gli errori di impostazione iniziali che furono fatti dal governo gialloverde quando è stata scritta la misura. Il punto chiave, su cui credo non si rifletta abbastanza, è che il Rdc rompe il rapporto di sudditanza con l’intermediario che ti fa avere il beneficio. Ovviamente, come per tutte le grosse misure di politica economica, è soggetta a miglioramenti applicativi, è soggetta a forme di illegalità, di truffe, così come ci sono per il 110 o per l’evasione fiscale: non è che i beneficiari siano tutte persone oneste. Ci sono delle persone disoneste che acquisiscono il beneficio in maniera irregolare.

Quale la sua opinione sul flusso elettorale nel Meridione? Oltre ai voti grillini, con o senza il fattore Rdc, perché il ceto medio o i non militanti hanno scelto Fratelli d’Italia?

Intanto bisognerebbe analizzare i dati assoluti, ma posso dire che certamente vedremo che all’interno del centrodestra c’è stato un posizionamento verso Fratelli d’Italia simile a quello nazionale. Ma quanti voti in più abbia avuto il centrodestra rispetto al 2018 è una cosa che non ho ancora capito. Quel numero definitivo vorrei guardare per capire quanto sono effettivamente cresciuti, perché il fatto che abbiano vinto le elezioni dipende anche dalla circostanza legata ai meccanismi della legge elettorale e dal suicidio del Partito democratico che non ha voluto fare un accordo tecnico con i Cinque Stelle sui collegi uninominali. Guardavo la maggioranza dei collegi uninominali nel Mezzogiorno e la somma dei voti tra Cinque Stelle e Pd è in molti casi superiore a quelli del centrodestra. Naturalmente non si possono sommare aritmeticamente, però ci dicono che questi seggi uninominali sarebbero stati molto più contendibili.

La Puglia, come al solito, è laboratorio: lì dove Emiliano e il Pd guidano Regione e Comune di Bari sia i dem che il M5S calano sensibilmente. Per quali ragioni?

Questo è un discorso più complesso. Innanzitutto occorre distinguere nettamente il governo regionale dai sindaci. La mia personale opinione sul governo regionale è molto negativa perché è un governo trasversale, non molto caratterizzato politicamente ma molto alla conquista del potere fine a sé stesso. Diverso è il discorso sui sindaci. Per quanto riguarda i due schieramenti il discorso è stato completamente diverso.

Ovvero?

La mia personale interpretazione del voto ai 5 Stelle è una interpretazione di un voto rifugio, di un voto di risulta. Nel senso che, a mio avviso, vengono votati da persone che escludono di votare per tutti gli altri politici e, dunque, danno un voto che va molto oltre: mi riferisco a persone che non approvano alcune delle scelte fatte dai 5 Stelle negli ultimi anni e che però li votano perché non votano il Partito democratico.

In Puglia il Pd è al comando dal 2004…

Partiamo dal 2008, da almeno 14 anni il Pd non ha fatto assolutamente nulla per farsi votare realmente. È stato un partito totalmente disattento agli interessi ed allo sviluppo del Mezzogiorno, all’amministrazione ed alla coesione sociale. L’unico governo che ha fatto il Reddito di cittadinanza è stato un governo senza il Partito democratico. Il Pd ha delle responsabilità colossali nell’applicazione distorta del federalismo fiscale, che è alla base della scarsa capacità dei Comuni di fornire servizi ai cittadini. Ricordo che il Pd ha scelto un economista di punta da candidare alle elezioni, come Carlo Cottarelli, che ha scritto un libro in cui c’è un capitolo sul Mezzogiorno che non racconta la realtà. Mi meraviglia che ci siano ancora così tanti che votano per il Partito democratico al sud, forse lo votano certamente per la sua collocazione nazionale, ma non credo che lo votino perché è portatore di politiche concrete che contribuiscono a migliorare la qualità della vita.

Un altro problema irrisolto per molti meridionali è relativo all’infrastrutturazione: solo ora si sta lavorando ad esempio al raddoppio ferroviario tra Bari e Napoli, mentre ancora si discute del tubo a Sulmona senza il quale il gasdotto Tap non potrà pompare più gas. Il nuovo governo di centrodestra avrà il coraggio di portare avanti politiche che magari possono essere da un punto di vista sociale e di pancia impopolari, come dimostra la questione del rigassificatore di Piombino?

Il governo che verrà lo chiamerei di destra, perché è largamente dominato da un partito di destra che è Fratelli d’Italia. Con tutto il rispetto per chi è di destra, osservo che per decenni i programmi di investimento nel nostro Paese sono stati molto rallentati dall’austerità e sono ripresi in tempi più recenti. Sono di lunga lena i programmi di investimento, quindi non si cambiano nel giro di sei mesi. Ci sono i grandi programmi ferroviari, i grandi programmi idrici e quindi non mi aspetto particolari cambiamenti, soprattutto perché una parte di questi programmi è incardinata nel Pnrr.

Nel prossimo inverno bisognerà fare di tutto pur di garantire l’approvvigionamento energetico: i rigassificatori galleggianti, visto che richiedono il collegamento a terra, rappresentano un tema di scelta politica. Ci sono, come dire, due linee abbastanza contrapposte: una che sostiene l’assoluta prevalenza delle rinnovabili e l’altra che sostiene l’opportunità di continuare a lavorare con le fonti fossili e in particolare con il gas. Staremo a vedere se il cambiamento ci sarà. Ma non dimenticherei che c’è una grande accelerazione che comporta anche delle scelte politiche prevalentemente rinnovabili o rinnovabili e fossili. Questo è un confronto molto trasversale tra i partiti. Non a caso la mia personale lettura del governo Draghi è che fosse piuttosto convinto dell’opzione rinnovabili più fossile.

@FDepalo

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