È scattata una forte reazione alle decisioni di Draghi e non si può escludere che questo abbia accelerato la crisi di governo nella speranza di bloccare i processi di modernizzazione e moralizzazione degli apparati statali e delle tante partecipate che sommano i vizi del pubblico a quelli del privato. L’intervento di Marco Mayer

La vicenda del rigassificatore di Piombino sta creando qualche dubbio sulle effettive capacità di Giorgia Meloni di assumere decisioni impopolari. Nelle scorse ore la leader di Fratelli d’Italia ha affermato: “Se c’è modo, come io sono pronta a verificare, di fare il rigassificatore, ma non a Piombino, non si fa a Piombino. Se non ci sono alternative, per me l’approvvigionamento è una priorità ma bisognerà parlare delle compensazioni per il Comune”.

Le ambivalenti parole della Meloni hanno suscitato immediatamente due opposte interpretazioni; basta leggere i commenti di segno opposto del presidente della Regione Eugenio Giani e di Francesco Torselli, capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale.

La posizione di Meloni è razionalmente incomprensibile. I sondaggi per il suo partito vanno molto bene. Anche se – in astratto – un sì senza se e senza ma al rigassificatore di Piombino dovesse far perdere a Fratelli d’Italia l’1 percento dei consensi elettorali non ci sarebbe alcuna conseguenza di rilievo. Perché allora correre il rischio di compromettere non tanto la propria immagine quanto la propria affidabilità che è il bene più prezioso per un leader politico? Dare dare un colpo al cerchio e uno alla botte può essere un’utile forma di mediazione per dirimere le liti condominiali, ma è inconcepibile quando è in gioco l’interesse della nazionale. Forse i rigassificatori (e l’insieme degli investimenti collegati alle navi) possono far gola ad altre città portuali del nostro Paese e non è affatto escluso che qualche nuova disponibilità possa affacciarsi all’orizzonte.

Ma Meloni dovrebbe capire che se qualche città portuale si fa avanti una classe politica saggia e lungimirante non utilizza questa opportunità per sostituire Piombino. In un’emergenza energetica drammatica come quella che stiamo vivendo la disponibilità deve servire a dotare l’Italia di una nave di rigassificazione in più. Non sostituire, ma aggiungere significa operare nell’interesse esclusivo della nazione.

Questo non significa abbondare a sé stessa Piombino e il sindaco Francesco Ferrari. Un modo corretto per rispondere alle comprensibili preoccupazioni dei cittadini è quello che il commissario e il sindaco entrino nel merito del progetto e negozino con Snam tutti i cambiamenti e i miglioramenti possibili, purché essi non allunghino in modo significativo i suoi tempi di realizzazione. Contemporaneamente si tratta di includere nel pacchetto con Snam e governo adeguate compensazioni per la città e il territorio.

Non mi aspettavo la miopia strategica dimostrata da Meloni (e dai suoi più stretti consiglieri) in questa specifica circostanza, ma purtroppo essa è un segno dei tempi. Sarebbe l’ora di finirla con una politica che vive alla giornata, che tende a sgusciare come una anguilla perché completamente schiacciata sul presente ed è priva di pensiero e di ambizioni strategiche.

Da oltre decennio, il sottoscritto scrive dei rischi connessi all’eccessiva dipendenza digitale dell’Italia dalle aziende cinesi così come Umberto Saccone ha analizzato i pericoli della crescente dipendenza energetica dalla Russia. I materiali hanno suscitano interesse tra gli addetti ai lavori, nel comparto intelligence e all’interno del Copasir, ma non oltre. Da qualche mese è diventato di moda parlare delle interferenze russe e cinese nella vita politica ed economica del nostro Paese, ma il prolungato disinteresse della politica, dei partiti e dei media mainstream appare inspiegabile.

Al di là di Meloni e del caso Piombino il discorso merita di essere allargato a tutte le forze parlamentari. Che cosa diavolo è successo durante tutti questi anni?

Nelle audizioni a cui sono stato invitato in commissione Difesa ed Esteri della Camera ho avuto l’impressione che una forte lobby trasversale di intermediari italiani abbia dominato a lungo la scena sino all’avvento di Mario Draghi. Mi viene in mente a questo proposito un’indagine importante su una azienda cinese che (con il solito supporto di Invitalia) da tre anni promette, ma solo a parole, di avviare nuove produzioni di autoveicoli elettrici in Emilia-Romagna.

Dopo essersi occupato di vaccini, pandemia e Pnrr, Draghi ha iniziato a incidere più in profondità ovvero laddove si annidano le più importanti posizioni di rendita, la copertura di interessi russi e cinesi e soprattutto di nomine in grandi aziende pubbliche o miste. È scattata una forze reazione e non si può escludere che questo abbia accelerato la crisi di governo nella speranza di bloccare i processi di modernizzazione e moralizzazione degli apparati statali e delle tante partecipate che sommano i vizi del pubblico a quelli del privato.

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