Palazzo Chigi, l’Europa, il ruolo dell’Italia nell’ambito occidentale, la crisi economica, tasse bollette: il contesto che attende la premier in pectore Giorgia Meloni è complesso e delicato. E nonostante sia sospinta dal netto successo elettorale, la leader di Fratelli d’Italia dovrà vedersela più con gli alleati del centrodestra che con i partiti antagonisti. L’analisi di Gianfranco D’Anna

“Georgia on my mind”, Giorgia Meloni nei pensieri degli italiani la struggente canzone di Ray Charles dà il senso dei risultati delle elezioni che hanno due vincitori: Meloni e Giuseppe Conte, e due sconfitti Matteo Salvini ed Enrico Letta.

Successi e rovesci: la notte dei lunghi coltelli per la politica si consuma nella rincorsa ai decimali che consentono la scalata delle proiezioni e la conquista dei collegi.

Praticamente già alla soglia di Palazzo Chigi, Giorgia Meloni ha sbaragliato avversari esterni e antagonisti interni al centrodestra. Ma il 44% del centrodestra rischia di avere un effetto double face e di avvitarsi attorno a quello che é diventato il “caso Salvini”, il leader protagonista di una serie di autogol clamorosi che in tre anni hanno fatto precipitare la Lega dal 35% a sotto il 10%, un record davvero difficile da superare. Nonostante i molti uccelli del malaugurio e le intemerate di Berlusconi pro Putin, tiene invece Forza Italia e a meno di emorragie di parlamentari rappresenterà l’ago della bilancia del centrodestra.

Le misurate parole di commento al successo elettorale della la neo Premier in pectore Giorgia Meloni “ la complessa situazione del Paese richiede la collaborazione di tutti “ lasciano intravedere una sua determinante libertà di manovra che ricaccerà al mittente ogni eventuale tentativo di condizionamento, o peggio di ricatto politico, di Lega e Forza Italia in merito alle designazione dei Ministri del nuovo Governo.

Rispetto ai sondaggi ad una cifra dell’inizio della campagna elettorale la rincorsa dei 5 Stelle, sospinti nel centro sud dal reddito di cittadinanza, conferisce a Conte il ruolo di secondo vincitore delle elezioni, anche se in realtà rispetto all’exploit del 2018 il Movimento ha più che dimezzato i voti. Ma si tratta di un’altra era, con Beppe Grillo protagonista. Nonostante la scissione di Di Maio, anzi proprio per questa, il nuovo leader dei pentastellati è riuscito a creare un partito a sua immagine e somiglianza e a esautorare di fatto il fondatore.

Al Nazareno, per la segreteria di Enrico Letta si fanno sempre più pesanti i riscontri sulla mancata alleanza con Calenda e della liquidazione dell’alleanza con i 5 Stelle. I dati e la distribuzione dei voti evidenziano che il cosiddetto “campo largo” sarebbe stato competitivo col centrodestra.

Azione sperava in un risultato a due cifre, ma il posizionamento parlamentare strategico della nuova compagine di Carlo Calenda e di Matteo Renzi lascia ampia manovra per un partito di lotta e di governo.

Il gelo che si avverte a Via Bellerio lascia presagire un processo a porte chiuse dei vertici della Lega nei confronti di Salvini. Dalla fatale estate del Papete, che gli costò l’uscita dal Governo, la perdita della Vice Presidenza del Consiglio e del ministero dell’Interno, il segretario della Lega ha collezionato una impressionante serie di disastri politici: dalla sonora sconfitta alle amministrative del 2021, all’esclusione dal Governo Draghi, del quale fanno invece parte i ministri leghisti Giorgetti, Garavaglia e Stefani; dalle dimissioni dei sottosegretari Armando Siri e Claudio Durigon, all’entusiastico appoggio ai leader internazionali di riferimento come Trump e Marine Le Pen, affondati dagli elettori americani e francesi; dalla riconferma al Quirinale del Presidente Mattarella al quale Salvini aveva opposto svariati candidati tutti naufragati in Parlamento, alla figuraccia a reti unificate rimediata in Polonia con la clamorosa denuncia di putinismo rivoltagli platealmente da un sindaco, fino all’ultima tranvata dell’appoggio indiretto a Putin con il continuo anatema contro le sanzioni alla Russia.

Un elenco da fare drizzare i capelli, trasformatosi in capo d’accusa per la richiesta di dimissioni che Matteo Salvini potrebbe tuttavia rifiutare contando sull’apporto dei neo eletti parlamentari a lui fedeli. Un braccio di ferro che rischia di sfociare nella scissione.

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