Chi sono i neo-nazionalisti polacchi, quale ruolo svolgono all’interno della società nazionale e quale influenza esercitano sulla piattaforma politica europea? Il prof. Daniele Stasi, ordinario di storia delle dottrine politiche, spiega molti elementi ignoti in Italia, soprattutto all’indomani delle parole di Ursula von der Leyen

Per i polacchi il nazionalismo è la capacità di (r)esistenza tra “il gigante russo e l’Aquila tedesca”. Oggi la logica duale amico-nemico si scaglia da una parte contro le élite di Bruxelles, dall’altra contro Putin e Lukashenko. Ma secondo Daniele Stasi, ordinario di storia delle dottrine politiche presso l’Università di Foggia, visiting professor alla Luiss e all’Uniwersytet Warszawski, questo non fa della Polonia una democratura. Per l’autore di “Polonia restituita – nazionalismo e riconquista della sovranità polacca” (il Mulino), il sovranismo di Giorgia Meloni e quello di “Diritto e Giustizia” sono incompatibili. Un’intervista molto importante anche per leggere le parole di Ursula von der Leyen su una possibile deriva ungherese/polacca dell’Italia.

Professor Stasi, partiamo con una domanda a bruciapelo… qual è la “Polonia restituita”?

È il sogno della nazione polacca, dalla Grande spartizione dalla fine del Settecento al novembre del 1918: riconquistare e mantenere la propria sovranità. Sulle modalità di riconquista dell’indipendenza nazionale e sull’assetto istituzionale dello Stato polacco si confrontano, dalla fine dell’Ottocento agli anni Venti (periodo oggetto del mio lavoro) diverse opzioni ideologiche: il socialismo, il liberalismo, il nazionalismo. Tale confronto si riflette sull’evoluzione costituzionale della Polonia tra le due guerre mondiali. L’invasione di Hitler pone fine alla questione, di autentica sovranità polacca si potrà parlare solo dopo il 1989.

 Nazionalismo civico e nazionalismo etnico, patriottismo vecchio e nuovo. Sono distinzioni ancora vigenti nella Polonia di oggi? Chi sono gli odierni nazionalisti e quale influenza esercitano nella società polacca?

Il sentimento patriottico in Polonia è maggiormente intenso e diffuso che da noi. Esso costituisce una religione civile e un riferimento della retorica politica di ogni leader che ambisca a guidare un partito di livello nazionale o semplicemente un’amministrazione locale. Il richiamo alla nazione è costante. Il nazionalismo, nella sua versione populista, ha le sue radici nelle opere e nell’esempio di figure quasi sconosciute in Italia, ad esempio Roman Dmowski, cui sono dedicate piazze e strade in ogni parte della Polonia. Secondo questo eminente pensatore politico l’egoismo nazionale rappresenta l’unica morale possibile per la nazione polacca.

A differenza del patriottismo ottocentesco, Dmowski non mira a un’intesa con gli altri popoli in un orizzonte di emancipazione collettiva e conquista generale della libertà, bensì alla realizzazione del semplice interesse della Polonia posta tra il «gigante russo e l’Aquila tedesca». Il nazionalismo si nutre della logica amico/nemico: la definizione di un attore interno oppure esterno la cui minaccia incombente impedisce il libero svilupparsi della nazione, ne limita la sovranità e la pone sotto il tallone di potenze straniere. In passato il nemico era l’ebreo, oggi possono essere le élite europee, in particolare tedesche, e, dopo l’invasione dell’Ucraina, soprattutto Putin e i suoi tirapiedi, tra cui Lukashenko.

Dunque, c’è una questione polacca. Basterebbe riconoscere questa evidenza per sfatare miti e leggende sulla “democratura” di Kaczynski, data per acquisita dai media e dagli ambienti liberal. Perché l’Europa e l’opinione pubblica occidentale faticano a riconoscerla?

Sono d’accordo: non parlerei nel caso della Polonia di «demokratura» che è termine che si attaglia meglio all’esperienza russa. La Polonia è un Paese, come diceva il vecchio Hegel, posto tra Oriente e Occidente: tra Kiev e Parigi, con un piede saldamente piantato nel mondo occidentale e attraversato da tentazioni di carattere autoritario e nazionalistico che nel Vecchio Continente sembravano dover finire nella pattumiera della Storia. Le sanzioni da parte dell’Ue sull’organizzazione dei poteri a Varsavia gettano un’ombra pesante sui destini di un Paese di importanza fondamentale, in ragione del suo peso politico e della sua posizione geografica, per l’Europa.

I liberals ritengono che la società civile polacca non disponga dei sufficienti anticorpi per impedire svolte autoritarie e che il partito di Kaczynski rappresenti quella Pologne profonde lontana dall’Occidente, dal rispetto dei diritti fondamentali, dai valori di una società aperta. La repentina trasformazione economica a partire dagli anni Novanta dello scorso secolo ha generato sacche di povertà e sottosviluppo nella Polonia B, quella periferica e delle campagne. Il partito di Kaczynski fa man bassa di consensi in quelle zone in cui al racconto sulle magnifiche sorti e progressive dell’Europa si preferisce quello della minaccia imminente, dei Paesi occidentali che possono tradire le speranze di autonomia della Polonia, come a volte è successo nella storia contemporanea.

Due Polonie, dunque, che hanno una concezione differente dell’identità nazionale e dei compiti dello Stato. Un po’ come da noi, questa divaricazione genera una società civile disarticolata, divisa tra regioni del Paese e non in grado di generare un idem sentire sugli aspetti strategici della politica nazionale. Ai salotti di Varsavia animati da discussioni cui prendono parte i beneficiati del cambiamento si contrappongono le folle pellegrine agli appuntamenti organizzati da Radio Maryja; la città è contrapposta alla campagna: la narrazione occidentale è attraversata da un pesante cono d’ombra.

Quali sono gli elementi che accomunano il sovranismo del PiS con quello di Giorgia Meloni?

 Non può esistere l’internazionale nazionalista giacché ogni Stato-nazione ha a cuore il proprio interesse anche – e talvolta necessariamente – a danno delle altre nazioni. Le aziende straniere che investono in Polonia sono luce per le pupille delle casse dello Stato polacco; non lo sono, nel caso di quelle italiane ad esempio, per il Mezzogiorno d’Italia. Giorgia Meloni ha avuto almeno un paio di colloqui a Varsavia con Jarosław Kaczynski, entrambi positivi vista la convergenza nel contrasto a un progetto di Europa di tipo semi-federalista o a trazione franco-tedesca. Al di là delle intese da verificare, rimane sullo sfondo che ognuno farà da sé in Europa e su scala globale.

Una sua previsione riguardo le prossime elezioni polacche?

I movimenti populisti, come in Italia, sono riassorbiti nell’asse Destra-Sinistra. Una parte della destra “antisistema” non troverà la strada del governo al contrario delle due destre: La Coalizione Civica di Donald Tusk e Diritto e Giustizia di Jaroslaw Kaczysnki che si contengono il potere da circa vent’anni. Le altre forze devono fare i conti con l’egemonia di questi due partiti e scegliere con chi allearsi, compresa la sinistra che è in una posizione quasi marginale. In questo momento, Diritto e Giustizia è avanti nei sondaggi, anche per effetto della guerra che spinge la società civile a compattarsi intorno alle istituzioni. Se poi il leader delle Destra grida al nemico alle porte…appare difficile contraddirlo.

Quanto incide il nazionalismo atavico insito nello spirito nazionale e nel senso comune polacco sulle tensioni con la Russia?

Il sentimento antirusso è parte dell’identità polacca. Nel mio libro prendo in esame la figura di Jozef Pilsudski, il padre della II Repubblica (1918-1939). Per Pilsudski la Russia costituisce una società asiatica, inferiore da ogni punto di vista alla nazione polacca che tuttavia ha dovuto subirne la prepotenza diverse volte nella storia. Kaczynski ha dichiarato più volte che i suoi punti di riferimento sono Pilsudski e Giovanni Paolo II, il grande papa che ha contribuito in maniera determinante alla fine del socialismo reale e al predominio sovietico nell’Europa centro-orientale. La logica dell’amico/nemico ha radici ben salde nel senso comune polacco per quello che riguarda i russi.

Il suo lavoro ha una missione precisa?

Contribuire a far conoscere, con i mezzi dello storico, il pensiero politico di un Paese europeo importante la cui cultura, non solo politica, è sovente trascurata da noi.

In termini geopolitici, economici e culturali, cosa rappresenta la Polonia di oggi per lo scenario internazionale e per la compagine europea?

Uno Stato con cui bisogna fare i conti, guidato da una compagine governativa mossa spesso da risentimento nei confronti di altri Stati europei, si pensi alle rivendicazioni delle riparazioni risalenti alla II guerra mondiale di questi giorni. Uno Stato in cui, tuttavia, le posizioni politiche sono nette e quasi mai strumentali o dettate da opportunismo. Un nazionalista polacco darebbe la vita per la patria, sulla falsariga dell’esempio degli eroi nazionali dell’Ottocento che caddero per l’indipendenza della Polonia. Esempi forse discutibili, talvolta ai limiti del fanatismo, che risalgono a un’immagine della politica strettamente connessa, in ultima analisi, alla violenza; propria di un mondo che sembrava superato. Esempi, tuttavia, ancora di grande effetto.

Condividi tramite