Meloni ha colto l’importanza di voltare radicalmente pagina che non vuol dire, come asserisce la vulgata di sinistra, l’instaurazione di un regime scarsamente democratico. La scelta presidenzialista (declinata nelle forme giuridiche più opportune) è la sola possibilità alla portata per modernizzare l’Italia e coinvolgere seriamente i cittadini nei processi decisionali. L’opinione di Gennaro Malgieri

A due settimane dalla fine della campagna elettorale si accende il dibattito – finalmente – sulle riforme istituzionali ed in particolare sul presidenzialismo. Enrico Letta ha lanciato bordate insensate contro Giorgia Meloni sostenitrice dell’elezione diretta del Capo dello Stato. Un’ostilità preconcetta quella del leader del Pd che non trova riscontro né negli studi più avanzati sulle forme di governo, né nelle aspirazioni della maggioranza degli italiani e tantomeno nella necessità di mutare necessariamente gli assetti costituzionali se si vuol dare un “nuovo inizio” alla storia della nostra lacerata nazione, la più “ingessata” sotto il profilo istituzionale e politico tra tutte quelle europee.

Letta ignora i benefici del presidenzialismo e lo riguarda come una sorta di parodia di un assetto verticistico ed autoritario della Repubblica senza tener conto dei “pesi” e “contrappesi” che teoricamente connotano l’elezione popolare, oltre al beneficio di immettere davvero la gente nel processo di formazione di una democrazia decidente della quale si sente il bisogno. Meloni ha colto, grazie anche alla tradizione politica alla quale proviene, la importanza e l’improcrastinabilità di voltare radicalmente pagina che non vuol dire, come asserisce la vulgata di sinistra, l’instaurazione di un regime scarsamente democratico.

La letteratura politica degli ultimi decenni e gli innumerevoli sondaggi di opinione più recenti testimoniano che nel Paese c’è la diffusa consapevolezza della necessità di radicali cambiamenti nell’ordine costituzionale. Ad essa si contrappone la resistenza del partitismo – svuotato di reale consistenza politica ridotto a simulacro oligarchico dominato dal leaderismo populista, che alberga anche a sinistra – ad affrontare la “madre di tutte le riforme”, per rimettere in piedi il Paese e preservarlo a fronte di quanto sta avvenendo, maneggiato con strumenti vecchi e inadeguati, attraverso interventi partecipativi e decisionisti ad un tempo. Riforme che non possono prescindere dal sottrarre ai partiti tutto il potere indebitamente accumulato (riconoscimento giuridico degli stessi, dunque, e delimitazione del loro ruolo).

Un rimedio questo, come osservava il giurista inglese John Bryce, che potrà sembrare possibile “solo in una società dove i cittadini si conoscano l’un l’altro così bene da scegliere i membri del potere legislativo e d esecutivo con riguardo al loro merito personale, e dove i legislatori siano di una virtù così pura da discutere di ogni questione alla stregua soltanto della verità, a vantaggio dello Stato”.

Ricomporre il quadro del rapporto tra popolo e istituzioni significa tornare a proporre la più lineare, efficace e compiuta rappresentazione del potere che trae dal basso la sua legittimazione, dunque la più alta espressione della democrazia diretta, vale a dire l’elezione popolare del capo dell’esecutivo: un grande tema che ha intrigato trasversalmente innumerevoli politici e intellettuali dall’immediato dopoguerra ad oggi.

Scriveva anni fa Gianfranco Miglio: “Se, in un regime elettivo-rappresentativo, si vuole (e non si può non volerlo) un supremo potere decisionale (cioè un governo) sottratto alle pressioni ed ai ricatti degli interessi frazionali organizzati, la via obbligata è costituita dall’elezione diretta del suo titolare da parte del popolo. Da un vero ‘leader’ nazionale, designato da milioni di elettori, nessuno si sogna di pretendere poi, in cambio del voto, favori personali o di categoria; né il candidato ad un a competizione di tale dimensione è costretto a presentare ‘piattaforme’ elettorali molto particolareggiate: il rapporto di ‘rappresentanza’ è tanto più fiduciario quanto maggiore è il numero degli elettori, e più ampio, dunque, il collegio elettorale”. Dunque, “i Governi più forti sono indubbiamente quelli dei regimi ‘presidenziali’, ove le funzioni di capo dello Stato e di responsabile dell’Esecutivo coincidono. Esempi massimi del genere sono offerti dalla Costituzione statunitense e (in parte) da quella francese della Quinta Repubblica”.

Tanto nel sistema  americano, quanto in quello transalpino il presidente è dotato di ampi poteri (ma non è un dittatore) sui quali tuttavia vigila il Parlamento, che ha anche, e precipuamente, il compito di occuparsi della grande legislazione, ma non ha l’esclusiva della funzione normativa una parte della quale spetta al governo. In Italia, dove vige un parlamentarismo assoluto, e dunque un assoluto dominio dei partiti, l’obiettivo del legislatore non è garantire la funzione normativa, ma il diritto di ogni parlamentare di far valere contro le iniziative del governo, di qualsiasi segno sia, gli interessi, più presunti che reali, dei suoi elettori o delle lobbies che rappresenta e lo sostengono in campagna elettorale.

La questione s’inscrive nella grande discussione sulla sovranità e, dunque, sui limiti dei poteri costituzionali. Se si proiettano le deficienze rilevate nel contesto policentrico che caratterizza l’assetto istituzionale del nostro Paese, si ha un quadro esatto della paralisi politica cui si deve il disagio crescente nella popolazione.

La sovranità politica attuale non è più quella che era fino a qualche tempo fa. Essa è divisa fra enti sovranazionali, enti territoriali, autorità indipendenti: tutti elementi che non potevano essere contemplati nella Carta costituzionale la quale si fonda, invece, sulla sovranità concepita sul modello dello Stato-nazione il quale, com’è noto, discende da un’antica concezione dello Stato che ha avuto in Jean Bodin il più grande teorico e che fu codificata in Europa con la pace di Westfalia nel 1648. Oggi si può dire, proprio perché sono radicalmente mutate le forme della sovranità, che assistiamo all’emergere di una sovranità che trae legittimità dal basso, dai cittadini, dai movimenti, dagli enti territoriali e sopranazionali, a cui vengono delegati o devoluti buona parte di molti poteri che in precedenza appartenevano in esclusiva allo Stato nazionale.

Questi diversi livelli di sovranità vanno ricondotti ad unità se si vuole evitare il pericolo di una disgregazione possibile del tessuto nazionale. La sola possibile unità è una istituzione che tragga la propria legittimità dai cittadini: l’elezione diretta del Presidente della Repubblica o del capo dell’esecutivo, come istanza di coesione della molteplicità delle componenti della società civile. Diversamente, continueremo ad assistere al diffondersi del policentrismo fino ai limiti estremi dell’incontrollabilità e, dunque, alla disgregazione dell’unità statale priva di rappresentanza unitaria.

Il presidenzialismo è un grande tema politico-istituzionale che da sempre ha attraverso le diverse famiglie politiche in Italia.

E non va considerato come una sorta di contropotere, ma come un elemento di equilibrio e di riconoscibilità del processo di formazione della decisione che è uno dei fattori necessari alla modernizzazione del Paese. Da essa, dal momento decisionale “forte”, non si può prescindere se si intende procedere alla modernizzazione sociale e delle strutture civili del Paese, se non si dotano , cioè, i centri decisionali di poteri efficaci che, al momento, non dimentichiamo che vengono esercitati da soggetti diversa dalla classe politica, e dunque privi di legittimazione democratica, come supplenti insomma, che agiscono sulla spinta di interessi personali o di gruppo.

Il presidenzialismo è, inoltre, un elemento di partecipazione, come si accennava, ma anche di chiarificazione all’interno dei rapporti tra i poteri dello Stato. Con la sua adozione si stabilisce una netta linea di demarcazione tra i controllori ed i controllati, tra potere legislativo e potere esecutivo. Il Parlamento può effettivamente esercitare un controllo sul governo avendo questi la sua fonte di legittimazione fuori dalle aule parlamentari. La formula della Repubblica presidenziale ha pure, oltretutto, una sua carica di suggestione quasi mitica perché avvicinando direttamente i cittadini al potere è il prodotto di un meccanismo di immediata comprensione proponendosi come rottura rispetto ad un sistema come l’attuale nel quale le degenerazioni partitocratiche sconfinano nel trasformismo e nella rottura del patto fiduciario con gli elettori.

Naturalmente un progetto del genere per concretizzarsi necessita di uno strumento non “ordinario”, ma “straordinario” da mettere in piedi con una legge possibilmente approvata a larghissima maggioranza. Infatti, una “stagione costituente” non la si può far nascere prescindendo dalla consapevolezza, condivisa peraltro da quasi tutti i soggetti politici, che la Grande Riforma deve contenere le adeguate risposte alle esigenze reali dei cittadini, i quali si attendono, tra l’altro, la cessazione dell’estenuante guerriglia tra poteri dello Stato; una più razionale ed equa imposizione fiscale; la limitazione del decentramento che ridimensioni le Regioni, vere e proprie idrovore che drenano risorse pubbliche sottraendole allo sviluppo collettivo; criteri di autonomia di spesa contemperata con le oggettive richieste di solidarietà; una giustizia ordinaria ed amministrativa più spedita e dotata di procedure che garantiscano maggiormente i diritti della difesa (l’inserimento della figura dell’avvocato in Costituzione) e la certezza della pena, unitamente alla separazione delle carriere dei magistrati; la tutela della privacy dell’invadenza tecnologica che ha assunto forme inquietanti nell’appropriazione delle “vite degli altri” da parte di aggressivi accaparratori di dati sensibili.

Un’impresa del genere, dalla quale dovrebbe scaturire addirittura, come si dice, la Terza repubblica, la può compiere soltanto una classe politica legittimata dall’investitura popolare con l’unico e preciso mandato di rinnovare il sistema politico-istituzionale. Se non si vuol continuare a perdere tempo, nell’indecente dimostrazione di impotenza davanti all’opinione pubblica (come hanno dimostrato le varie Bicamerali e da ultimo una ritorna contraddittoria bocciata da un referendum) la strada conduce naturalmente alla formazione di un’Assemblea Costituente nella quale si confrontino idee, progetti, programmi dal cui lavoro venga fuori una nuova Carta dei diritti e dei doveri degli italiani in sintonia con le grandi questioni planetarie nelle quali siamo immersi.

Assemblea che dovrebbe essere eletta a suffragio universale e con sistema rigorosamente proporzionale, della quale non dovrebbero far parte i membri del Parlamento che per almeno due anni s’impegni nell’elaborazione di una nuova Costituzione ed i cui esiti dovranno essere sottoposti ad una deliberazione popolare. È questo il solo strumento, che possa sottrarsi alla tentazione di influire sul parallelo ed ordinario svolgimento dell’attività parlamentare, senza condizionare la vita del governo e gli assetti parlamentari stabiliti dalle consultazioni elettorali.

Jean Jaurés, socialista e democratico, sosteneva che la Repubblica non va soltanto difesa: va organizzata. È dimostrato che la migliore difesa della Repubblica e dei valori repubblicani stia nell’organizzazione delle sue strutture politico-istituzionali. La scelta presidenzialista (declinata nelle forme giuridiche più opportune) è la sola possibilità alla portata per modernizzatore l’Italia e coinvolgere seriamente i cittadini nei processi decisionali.

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