Il presidente di Federmoda Giulio Felloni: “Il nostro è un comparto nel quale, in oltre 178 mila punti vendita al dettaglio in Italia, sono impiegati qualcosa come 293 mila addetti. E questo è un patrimonio umano, di conoscenze e di competenze che non possiamo permetterci di perdere”

Non solo lusso. I negozi della filiera della moda languono, assieme alla vita dei centri storici. Il grido di dolore che arriva dalle categorie è preoccupante: il 10% di punti vendita al dettaglio nel comparto dell’abbigliamento, in Italia, è a rischio chiusura. Se i negozi sono poco più di 178 mila lungo tutto lo Stivale, significa che circa ventimila corrono il pericolo di soccombere sotto la scure dei rincari energetici e delle materie prime. La ricognizione fatta da Federazione Moda Confcommercio prospetta una situazione non rosea e il presidente Giulio Felloni avanza richieste molto chiare alla politica.

Il comparto della moda soffre, probabilmente anche perché nell’immaginario collettivo non è considerato ‘primario’.

È proprio questo l’errore strutturale che si commette da sempre. Senza capire, al contrario, che la moda è un settore trainante per la nostra economia e che distribuisce benessere in tutta la sua lunga filiera. Senza contare che la moda è il baluardo del made in Italy per il quale il nostro Paese è conosciuto in tutto il mondo.

Nei centri storici sempre più negozi stanno abbassando definitivamente la saracinesca. Non si può imputare tutto ai rincari. Che succede?

Il mercato di dettaglio, negli ultimi anni, è stato messo a dura prova da tanti elementi a partire dal commercio online. Tant’è che per come la vedo io la vera sfida è quella di cercare un’integrazione fra i due segmenti di mercato. Va comunque tenuto presente che se chiudono i negozi muoiono i centri storici, muore l’aggregazione e saltano tanti posti di lavoro.

Di che cifre stiamo parlando?

L’ultima rilevazione fatta dall’ufficio studi di Federazione Moda Italia Confcommercio fotografa un comparto nel quale, in oltre 178 mila punti vendita al dettaglio in Italia, sono impiegati qualcosa come 293 mila addetti. E questo è un patrimonio umano, di conoscenze e di competenze che non possiamo permetterci di perdere.

A fronte dei rincari, i prezzi dei capi nei negozi di abbigliamento sono aumentati?

Se ci sono stati aumenti, sono stati al massimo del 2% a fronte di rincari del 300%. Quello della moda non è un settore nel quale i costi si possono ‘scaricare’ sul consumatore, sennò il rischio è quello di uscire dal mercato e di non essere più competitivi.

E dunque che fare per sopravvivere?

Una delle mie proposte è quella di ‘diluire’ i rincari energetici lungo tutta la filiera, evitando protagonismi miopi di qualche tassello della produzione che potrebbe in un futuro portare al collasso. L’ottica in cui bisogna ragionare è quella della sinergia: questa proposta sarà oggetto di un prossimo incontro che faremo con i colleghi di Confartigianato e Confindustria.

E dalla politica cosa si aspetta?

Senz’altro un credito d’imposta sulle bollette energetiche, possibilità di rateizzare le imposte e fondi di ristoro per le imprese. Non fondi distribuiti a pioggia come è avvenuto durante i mesi di pandemia. Da ultimo, occorre fissare un tetto al prezzo degli affitti commerciali per evitare che un’altra mazzata si abbatta su questo settore.

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