Castigare Putin diventa quasi un problema secondario. Il tema vero è il governo del ciclo, prima del suo possibile avvitamento recessivo. Naturalmente costringere la Russia a più miti consigli, per obbligarla a desistere dal suo piano di conquista imperialista, è un fatto altrettanto importante, almeno per un’Europa che rischia, altrimenti, di divenire il suo futuro ed immediato bersaglio

Se le cose andranno come dovrebbero andare e alla fine il price cap su petrolio e gas russo divenire una realtà, Matteo Salvini dovrebbe fare pubblica ammenda. Non tanto per aver combattuto, con una costanza degna di miglior causa, l’idea stessa di imporre una qualche sanzione a Santa madre Russia. Litania che dura da una decina d’anni o giù di lì. Ma per essersi isolato da un contesto internazionale, che ormai abbraccia tutto l’Occidente. Ed all’interno di questa dimensione geopolitica tutti i Paesi Ocse. Coloro, cioè, che per peso economico-finanziario, livello di sviluppo, volume dei consumi e degli investimenti, rappresentano la crème del mondo intero.

Il riferimento geopolitico non appaia improprio. Il perno della strategia, più volte enunciata da Vladimir Putin, è costituito dai Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), ai quali lo zar guarda come possibile alternativa al “vecchio” Occidente. L’insieme di questi Paesi rappresenta il 41 per cento della popolazione mondiale, il 24 per cento del Pil e il 16 per cento del commercio mondiale. Se si esclude il Brasile, tutti gli altri Paesi hanno votato a favore della Russia, durante l’Assemblea generale dell’Onu, chiamata a pronunciarsi sull’invasione dell’Ucraina. Il che la dice lunga sulla necessità di un’iniziativa politica-diplomatica permanente, da parte dell’Occidente, per contenerne l’influenza sul resto degli altri Paesi.

Sul piano più strettamente politico, russi e cinesi, stanno lavorando da tempo per giungere ad un “nuovo ordine mondiale” in chiave anti-occidentale. Nel loro ultimo vertice (23-24 giugno 2022), è stato elaborato un ulteriore documento in cui si ribadisce la necessità di un nuovo multilateralismo, la condanna dei protezionismi che limitano l’economia globale e la necessità di giungere quanto prima alla riforma dell’Onu. Temi, per la verità non nuovi, se si considera che su quella stessa piattaforma era stata costruita la dichiarazione congiunta del 16 giugno 2009 al meeting di Ekaterinburg, in Russia. L’elemento di novità sta invece nella capacità di attrazione di queste posizioni. Oggi si parla sempre più di nuovi adepti, il cosiddetto Brics+, di cui farebbero parte Argentina, Egitto, Indonesia, Iran, Kazakistan, Cambogia, Malesia, Senegal, Tailandia, Uzbekistan, Fiji ed Etiopia.

Grazie a questi nuovi innesti, il peso relativo del gruppo, sull’economia mondiale in termini di Pil corretto per la diversità del potere d’acquisto (dati 2022), crescerebbe dal 31,7 al 39,4 per cento. Dato non ancora preoccupante, ma certo da richiedere la necessaria attenzione. Molti di questi nuovi Paesi, infatti, hanno riserve energetiche di peso. Il Brasile, ad esempio è tra i primi dieci produttori di petrolio. Lo stesso dicasi per l’Iran che, a sua volta, ha le maggiori riserve di gas dopo la Russia. Stessa avvertenza per il Kazakistan, con il quale l’Eni lavora da tempo e infine l’Egitto. Sul cui territorio sempre l’Eni ha scoperto il più grande giacimento di gas del Mediterraneo (il prospetto esplorativo denominato Zohr.)

La percezione esatta di come stanno evolvendo i rapporti di forza a livello mondiale, comporta, come prima cosa, la necessità di evitare inutili prove di forza. Difficile, pertanto, condividere il recente viaggio a Taiwan da parte di Nancy Pelosi, la speaker della Camera americana, che si è tradotto in un’inutile provocazione nei confronti della Cina. Richiede, al contrario, un’attenzione diversa dal passato per evitare che l’Occidente subisca una sorta di accerchiamento, guidato dalla Russia e dalla Cina, ma appoggiato da un crescente numero di Paesi, una volta filo occidentali oggi più propensi verso una posizione da non allineati.

Il che non significa rinunciare al price cap sul gas e sul petrolio. Questa misura, tuttavia, deve essere accompagnata da un’intensa azione diplomatica rivolta a dimostrarne la necessità. Senza la quale sarebbero le leggi del mercato ad imporre quelle condizioni che, in passato, si sono rilevate ancora più dure e per molti versi catastrofiche. Il rischio del caro energia, le cui motivazioni non sono di carattere economico (anche se in un primo momento lo sono state), ma politiche rischiano, infatti, di provocare una recessione mondiale di una dimensione, al momento, insondabile. Tale da richiamare alla mente i tempi della stagflation, di molti anni fa. A seguito di una caduta della domanda globale si tornerebbe pertanto ai prezzi del petrolio e del gas degli anni precedenti. Non si dimentichi che nel 2020 il prezzo del Brent era sceso fino a toccare i 20 dollari al barile ed il WTI addirittura i 13,5. E che lo stesso prezzo del gas non superava i 20 euro a Megawattora. In compenso, tuttavia, il Pil mondiale era crollato del 4,5 per cento, con conseguenze più che drammatiche sui Paesi più fragili.

Gestire questa fase, significa quindi tentare di avere il controllo del ciclo, onde evitare conseguenze peggiori. Affidare, infatti, la riconversione produttiva alle sole leggi di mercato significherebbe dover sostenere sul piano economico e sociale un costo ben maggiore. Ed ecco allora che, di fronte all’intransigenza russa, non resta che sperare nelle regole del monopsonio, che è l’esatto contrario del monopolio. Non più una singola azienda sovrana su un mercato fortemente segmentato. Ma un unico acquirente di fronte ad una pluralità di produttori. Può funzionare? I dubbi sono più che legittimi, come la consapevolezza che, purtroppo, altre strade non esistono. Il che spiega le grandi incertezze che hanno accompagnato la relativa discussione.

Lo schema teorico prevede la presenza di un solo acquirente. In questo caso, invece, avremmo sia una pluralità di venditori che di compratori. Ed allora il problema cruciale diventa come organizzarli. Come far sì che tutti i compratori accettino le nuove regole contrattuali. Ossia acquistino il prodotto solo ad un prezzo inferiore a quello stabilito. Va da sé, che in questo caso la moral suasion è destinata a giocare un ruolo essenziale. Si tratta di convincere che questo, pena l’eventuale arrivo di un “cigno nero” – la recessione internazionale – è innanzitutto il male minore. Quindi predisporre una serie di misure nell’eventualità in cui la diplomazia dovesse fallire. Insomma il bastone insieme alla carota.

In questo secondo caso i margini sono dati dal rapporto di forza che intercorre tra le diverse aree. L’Occidente, da questo punto di vista ha ancora una posizione di relativo privilegio. Ha l’appannaggio di circa il 60 per cento dei consumi mondiali. In un mercato di questa dimensione è facile imporre regole di condotta che escludano gli eventuali trasgressori. Chi non rispettasse la regola del price cap sarebbe estromesso e non potrebbe più collocare le proprie esportazioni. Ovviamente non sarebbe facile organizzare un sistema di sorveglianza di questa portata. Sennonché le aziende che si occupano di energia non sono poi così numerose. Per cui il relativo controllo è piuttosto facilitato.

Ai trasgressori rimarrebbero sempre aperte le porte dei Brics, seppure con le dovute eccezioni. I consumi di questi ultimi sono, tuttavia, meno della metà di quelli occidentali. Inoltre la Cina, il cui peso sfiora il 70 per cento, fa la parte del leone. Ne deriva che l’Occidente, per così dire, non è fungibile. La stessa Russia che rifiuta di consegnare il gas in Europa è costretta a vendere il greggio con un forte sconto sia all’India che alla stessa Cina. Ancora peggiori sarebbero poi le conseguenze di carattere più generale. Negli equilibri mondiali si verificherebbe una frattura profonda, tra le due aree, i cui rapporti tenderebbero a congelarsi, con il rischio di ripetere uno schema analogo a quello degli anni ’70, quando, invece della globalizzazione, il mondo si divideva tra Paesi sviluppati e sottosviluppati.

Non inutile è ricordare che, in questo caso, la Cina subirebbe uno dei danni peggiori, essendo il suo livello di sviluppo fortemente integrato con quello dei Paesi più avanzati, sia a causa dell’interscambio commerciale che a seguito del trasferimento tecnologico. Senza contare, infine, che il normale decorso storico ne ha finora privilegiato gli sviluppi, essendo la Cina il Paese che negli anni ha visto moltiplicarsi il suo peso economico e finanziario negli equilibri mondiali. Alla luce di queste considerazioni non dovrebbero esserci dubbi. L’eventuale price cup su petrolio e gas potrebbe funzionare e rappresentare l’alternativa a quella che, in sua assenza, potrebbe diventare una crisi dalle dimensioni imprevedibili.

Come si vede nello schema, appena delineato, castigare Putin diventa quasi un problema secondario. Il tema vero è il governo del ciclo, prima del suo possibile avvitamento recessivo. Naturalmente costringere la Russia a più miti consigli, per obbligarla a desistere dal suo piano di conquista imperialista, è un fatto altrettanto importante, almeno per un’Europa che rischia, altrimenti, di divenire il suo futuro ed immediato bersaglio. L’idea di un price cap non solo sul gas, ma sul petrolio risponde a questa seconda esigenza. Il prezzo del greggio, intorno ai 95 dollari al barile, è ancora compatibile dal punto di vista dell’evoluzione congiunturale. Basta confrontarlo con il prezzo di oggi del gas: 275 euro al megawattora. Condizionarne l’evoluzione futura, significa colpire soprattutto le esportazioni russe, che rappresentano quasi l’80 per cento dei ricavi energetici. Nel 2021, secondo il Fmi, il greggio ha fruttato 139,5 miliardi di dollari, il gas solo 38,6. Si potrà fare?

Alcuni dubbi riguardano le possibili contromosse. Lo stesso Dmitry Peskov, il portavoce di Putin, in un’intervista alla Tass ha previsto lo scatenarsi di una “grande tempesta globale”. La preoccupazione di molti è che all’annuncio del price cap possa seguire una riduzione delle esportazioni di greggio, di cui la Russia è il terzo esportatore, con una percentuale pari a circa il 15 per cento del totale. L’eventuale contrazione dell’offerta, a meno che la stessa non fosse compensata dal maggior tiraggio degli altri Paesi produttori, potrebbe determinare un aumento del prezzo e quindi vanificare ogni ipotesi di contenimento. Cosa, ovviamente, possibile. Ma non prevedibile. E non lo è a causa del prevalere di una sponda tutta politica, sul semplice dato dell’economia. Come dimostra l’immediata proposta iraniana: aumento delle esportazioni di greggio in cambio della fine delle sanzioni occidentali.

Non resta, pertanto, che stare a vedere. Con un’unica certezza: il peggio che l’Occidente poteva fare era rimanere fermo, senza reagire. Lasciando a Putin tutto il tempo per portare avanti la sua strategia. Oggi il pericolo maggiore è ancora il suo avventurismo. Basti pensare alla centrale nucleare di Zaporizhzhia. Avventurismo prima solo militare: l’invasione dell’Ucraina, che doveva essere una marcia trionfale contro i neonazisti. Ora destinato a trasformarsi in un avventurismo geopolitico, dalle conseguenze imprevedibili.

 

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