“Immaginare che si possa spendere senza limite alcuno è un’immagine sbagliata, che non attiene a persone che hanno cultura di governo. Chi ha cultura di governo applica la diligenza del buon padre di famiglia. Non si può dare tutto a tutti. La sanità territoriale? Abbiamo un piano”. Intervista al deputato pugliese, responsabile del dipartimento Sanità di FdI

Non si può dare tutto a tutti, dice a Formiche.net il parlamentare pugliese di Fratelli d’Italia, Marcello Gemmato, responsabile del dipartimento sanità del partito e ricandidato alle prossime elezioni politiche. E, osserva, ha ragione Sallusti quando accusa Conte di voto di scambio al Sud per il reddito di cittadinanza. FdI ha un piano per la sanità.

Un pezzo importante del risultato elettorale si concretizzerà al sud. In particolare si prefigura un referendum sul reddito di cittadinanza: Giuseppe Conte scommette tutto sulla sua tenuta mentre Giorgia Meloni non nasconde affatto la volontà di cancellare la misura (assai popolare). Come andrà a finire?

Fratelli d’Italia paga in positivo e in negativo la coerenza e soprattutto il fatto di non prendere in giro gli italiani, ovvero il fatto di pensare che una misura di stato sociale, quale è il reddito di cittadinanza, possa diventare l’elemento di sostentamento per intere generazioni di giovani. È sbagliato. Ora noi proveniamo da una tradizione di destra sociale, nazionale, popolare, che ha al Meridione una forza, diciamo, tangibile e storica. Una cosa è dire al cinquantottenne, al cinquantanovenne, al sessantenne, al disabile, al malato, ti diamo 800 euro. Penso al sessantenne espulso dal circuito lavorativo per dargli dignità, e accompagnarlo con uno scivolo al pensionamento. Altra cosa è dire al ventenne in piena forza lavorativa “ti paghiamo per stare a casa e non lavorare”. Questa è la differenza fondamentale.

Siete per l’abolizione del Rdc?

Non siamo per l’abolizione del reddito di cittadinanza. Riteniamo che lo stesso debba essere percepito da chi appunto ne ha diritto, vale a dire le persone inabili al lavoro, le persone che vengono espulse dal circuito lavorativo. Ma il diciottenne noi lo dobbiamo mettere nelle condizioni di poter lavorare e di non vivere con la paghetta di Stato.

Il paese si è impoverito, come ha detto ieri Paolo Mieli. Però, per esempio, gli alluvionati delle Marche hanno chiesto esplicitamente uno stop al Rdc. Come mettere insieme le esigenze dei più svantaggiati e chiaramente le esigenze di possibili emergenze?

Il problema fa emergere un tema che forse sfugge ai più: ovvero che lo Stato siamo noi, le casse dello Stato sono le nostre casse. Quindi immaginare che si possa spendere senza limite alcuno è un’immagine sbagliata, erronea, che non attiene a persone che hanno cultura di governo. Chi ha cultura di governo applica la diligenza del buon padre di famiglia. Non si può dare tutto a tutti, ma bisogna appunto selezionare la spesa e fare in modo che alcune priorità ci siano. L’alluvione nelle Marche è un esempio.

Ovvero?

Il tema che poniamo noi è quello di identificare le priorità. La priorità non può essere raccontare che esiste il reddito senza lavoro, perché una cosa simile vigeva nell’Albania comunista ed è diverso dal concetto che abbiamo di una società che ha sì un forte stato sociale, ma anche si rivolge appunto ai più deboli e non vuole essere ripetitiva.

Ieri Alessandro Sallusti ha accusato Giuseppe Conte di voto di scambio al Sud per il reddito di cittadinanza. Ha ragione?

Secondo noi sì. È di fatto un voto di scambio improntato sullo sforamento di bilancio. Noi stiamo sostanzialmente sprecando quasi 10 miliardi di euro l’anno che potevano essere rivolti a misure per rendere l’Italia competitiva. Oggi abbiamo intere filiere produttive della nostra nazione, come agricoltura e turismo, che non riescono a reperire forza lavoro a causa del reddito di cittadinanza. Credo sia sbagliato parlare di competizione fra uno stipendio (che comprende la dignità del lavoro) e una prebenda che invece, ripeto, dovrebbe essere comunque rivolta a strati sociali ben definiti e non ai ventenni.

Il centrodestra ha già il governo in tasca?

Stando ai sondaggi parrebbe di sì, ma noi non ci fidiamo. Circa i nomi osservo che siamo una forza politica tutto sommato giovane e personalmente non ho mai assistito alla composizione del governo, però immagino che intervengano degli equilibri molto importanti. Dire che oggi ci siano delle figure di governo è prematuro, ma ritengo che nella mente di Giorgia Meloni c’è la squadra migliore per governare la nostra nazione. Negli anni ha dimostrato di anteporre gli interessi del popolo a quelli di partito o, peggio ancora, di consorterie.

Berlusconi richiama “la signora Meloni” ad un atteggiamento più europeista. Significa che qualcuno nel Ppe è preoccupato?

Ascrivo le dichiarazioni di Berlusconi a dichiarazioni da campagna elettorale più che ha un fatto politicamente esistente, evidentemente per spostare qualche voto nei confronti di Forza Italia che, almeno nei sondaggi, non brilla. Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia hanno un posizionamento ben chiaro: non saldo soltanto a livello europeo, ma a livello internazionale. Giorgia Meloni ha contatti diretti e costanti con gli Stati Uniti d’America, viene accettata come leader, viene invitata come presidente del Partito dei Conservatori Europei. Non ritengo esista questo retropensiero circa la inadeguatezza, da parte sua o nostra, di poter governare l’Italia.

Non c’è stata traccia della sanità nella campagna elettorale, mentre contingenze come la mancanza di medici e i riverberi della Legge Gelli sono irrisolte. Quali i provvedimenti sanitari che FdI, se andasse al governo, vorrebbe realizzare?

Condivido il fatto che purtroppo in Italia si vive di proselitismo anche in politica. Ora che l’emergenza si chiama bollette, tutti ne parlano e si dimenticano della sanità. Domani l’emergenza sarà la sanità e magari si ritornerà a parlare di sanità e quindi si metteranno dei cerotti alle spalle delle ferite che il paese si procura. Ma purtroppo quelle ferite hanno un’origine.

Dunque?

A me piace ricordare che gli elementi che hanno portato a far emergere durante la pandemia il disastro della sanità italiana, tant’è vero che noi siamo stati i primi al mondo per mortalità e terzi al mondo per letalità. Uno, fonte Gimbe, è il definanziamento di 37 miliardi nel decennio antecedente che ha portato alla desertificazione e alla razionalizzazione più deleteria della rete ospedaliera, con la chiusura di pronto soccorso e ospedali con il conseguente mancato apprezzamento del territorio.

Con quali effetti?

Ha prodotto una mortalità così alta perché un cittadino si ammalava, ma quando cercava di interfacciarsi con la sanità territoriale non gli rispondeva nessuno. La riforma del titolo V della Costituzione ha portato al regionalismo sanitario: queste misure sono state volute dal governi di centrosinistra a guida e a maggioranza Pd. Dobbiamo affrontare la verità e dire che in tema di sanità non esiste una destra o un centrodestra che è contro la sanità pubblica, ma esiste una sinistra che ha mortificato l’assistenza sanitaria.

Detto questo, la soluzione quale può essere?

Sicuramente, e noi lo scriviamo nel nostro programma, esiste un problema di sanità territoriale. Proprio perché, appunto, hanno chiuso gli ospedali, hanno razionalizzato la rete ospedaliera e non si è attrezzato il territorio. Oggi i pronto soccorso vengono presi d’assalto perché non esiste sul territorio un filtro alla richiesta di salute e noi riteniamo la prima misura potrebbe essere quella del coinvolgimento profondo nella sanità dei medici di medicina generale e delle farmacie pubbliche e private convenzionate che, essendo uniformemente presenti sul territorio, evidentemente rendono una sanità territoriale importante. Ma non è tutto.

Ovvero?

Ci troviamo di fronte al fatto che la la misura numero sei del Pnrr, quella che si occupa di sanità da 15,6 miliardi, immagina 1350 case di comunità, poi 605 centri operativi territoriali e 400 ospedali di comunità. Questa strutturazione non rende una sanità territoriale.

Perché?

1350 case di comunità significa una parametrazione a 40.000 abitanti e significa che tutte le aree interne, le aree montane, i piccoli comuni, non avranno un’interfaccia della sanità territoriale. Per questo è un errore puntare su quella rete, mentre occorre puntare sulla rete dei medici di medicina generale e dei farmacisti che invece sono presenti uniformemente sul territorio.

@FDepalo

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