Il Giappone userà obbligazioni speciali per finanziare la spesa militare, che il governo vuole aumentare. Tokyo riscopre la strategia e passa dalla deterrenza militare

Il premier giapponese, Kishida Fumio, intende seguire la traiettoria tracciata da suo predecessore (Abe Shinzo) e rinforzare gli apparati militari del Paese, proponendo un incremento del bilancio della Difesa, attualmente fissato all’1% del Pil.

Seguendo questo obiettivo, il governo giapponese ha iniziato a studiare un’emissione obbligazionaria speciale con cui coprire un significativo aumento del budget della Difesa. Secondo l’agenzia stampa Kyodo News, che ha avuto l’informazione da fonti a conoscenza del dossier, l’esecutivo Kishida valuta di ripagare le spese per il rimborso con un aumento delle aliquote fiscali per le aziende, e le tasse sulle sigarette.

Entro fine anno, Tokyo completerà la revisione sulla strategia di sicurezza nazionale e in quell’occasione presenterà i piani per espandere la propria panoplia. Il partito Liberal-democratico guidato da Kishida è favorevole ad un rapporto del 2% sul Pil, uguale a quello dettato dalla Nato e in linea dunque con le direttive degli alleati occidentali – con cui il Giappone si sta allineando sensibilmente.

L’opposizione, nel dibattito parlamentare che inizierà nelle prossime settimane, sfrutterà la doppia linea: da un lato quella ideologica, contro questo riarmo che andrebbe in contrasto con la Costituzione pacifista nipponica; dall’altro la sponda con comunità finanziaria, contraria al ritocco della corporate tax per favorire l’aumento delle spese militari.

C’è poi la questione tecnica, che però dovrebbe essere superabile: malgrado un debito pubblico che equivale a più del doppio del Prodotto interno lordo, infatti il Giappone aggiornerà il budget statale, toccando un nuovo record, per soddisfare le nuove direttive politiche. C’è anche un precedente: l’emissione speciale di bond era stata adottata all’indomani del disastro di Fukushima del 2011. In quel caso il governo decise di far fronte all’operazione con i proventi delle entrate fiscali.

Tokyo si trova in una fase complessa: da una parte la Cina sta diventando predominante nell’Indo Pacifico (termine inventato dai giapponesi per identificare l’ampia regione di mondo che ingloba i due oceani) e lo sta facendo anche in ambiti in cui il Giappone primeggia da anni, come le nuove tecnologie. Questa egemonia cinese, secondo gli Stati Uniti, va contenuta nell’ottica della competizione globale, e per farlo Washington progetta una serie di attività che coinvolgono tutti i campi, compreso la deterrenza militare.

Davanti a questo, Tokyo ha poche scelte. La Cina disturba le acque delle Curili in operazioni congiunte insieme alla Russia, che rivendica sovranità in quelle isole e che espelle le ditte giapponesi dai reservoir energetici delle Sakhalin poco a ovest. Gli Stati Uniti chiedono ai partner di condividere lo sforzo per il contenimento di Pechino.

Per il Giappone la via del riarmo è quasi obbligata anche per una terza ragione cruciale: sin dai tempi di Abe – e Kishida sembra interessato a mantenere la linea – Tokyo pensa di strutturarsi come una via alternativa nella regione rispetto al dualismo Cina-Usa. Una via non lontana e non ostile a Washington certamente, ma che possa essere vista dagli attori terzi dell’Indo Pacifico come meno coinvolta nel confronto tra le due grandi potenze. E per proiettare questa ambizione strategica, i giapponesi hanno bisogno di esercitare anche deterrenza militare.

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