Il leader russo non esce a mani vuote da Samarcanda: mantiene la sponda politica cinese e euroasiatica. Ma non sembra aver ottenuto dall’omologo cinese quella che era forse la cosa per lui più importante: assistenza cinese allo sforzo bellico e fornitura di armi. Il commento dell’ambasciatore Stefano Stefanini, già consigliere diplomatico del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e rappresentante permanente alla Nato

È stato consolante sapere che Xi Jinping si pone domande e nutre preoccupazioni sulla crisi ucraina. Soprattutto sentirlo dire da Vladimir Putin e soprattutto per 40 milioni di ucraini che, più che in crisi, sono in guerra con la Russia dal 24 febbraio. Ma a Mosca la parola “guerra” è bandita, pena una multa salata. Il presidente russo deve dare il buon esempio, anche quando gioca in trasferta. E a Samarcanda, simbolicamente a metà strada dell’antica Via della Seta, al centro del blocco eurasiatico da contrapporre al decadente Occidente, giocava la partita dell’amicizia con il presidente cinese. Ha strappato a malapena un magro pareggio. A essere generosi.

Con una guerra che non vince – e che potrebbe anche perdere – increspature timidamente affioranti nella fedeltà interna, idrocarburi che rischiano di rimanergli sullo stomaco, un’economia tenuta a galla dalle acrobazie della Banca Centrale e prosciugando le riserve, Putin avrebbe avuto bisogno della Cina schierata dalla sua parte sull’Ucraina. Che è invece quello che Xi gli ha diplomaticamente negato evitando accuratamente di parlarne. L’alleanza fra i due Paesi è stata riaffermata genericamente senza il vigore innovativo dell’incontro di Pechino di appena sette mesi fa, quando Xi si cullava nei riflettori delle Olimpiadi invernali e Putin si preparava all’invasione dell’Ucraina. La differenza sta tutta nel mezzo fallimento russo dell’invasione stessa. Xi, anch’egli con un mezzo recente fallimento alle spalle – la politica di zero-Covid che gli tiene chiuso il Paese e rallenta non poco l’economia – non ha gran voglia di seguire il partner russo in un’avventura dalle incerte sorti. I limiti che al presidente cinese sta a cuore superare non sono quelli di un’amicizia alla roulette russa, ma quelli del secondo mandato che il XX Congresso del Partito comunista cinese che rimuoverà fra esattamente un mese. Alla stazione di Samarcanda, il treno russo e quello cinese si sono fermati sullo stesso marciapiede per proseguire verso scali diversi.

Sappiamo quello che Putin e Xi hanno poi detto in pubblico, non quello che si sono detti fra loro. Può darsi che le convergenze private superino la dissonanza pubblica. In genere è il contrario ma qui ci troviamo di fronte a due leader autocratici che rimangono legati dall’alleanza in funzione anti-occidentale. La contestazione dell’ordine internazionale di marca liberal-democratico-occidentale era del resto il filo conduttore di questo vertice dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (Sco). Ma, ancor più che in passato, a dirigere l’orchestra era la bacchetta cinese. Putin condivide certamente l’obiettivo di un’alternativa euroasiatica all’ordine liberale di stampo atlantico e si è prestato di buon gioco all’esercizio. Inevitabilmente però nel ruolo di junior partner. A Samarcanda non tirava le fila.

Il rapporto fra Cina e Russia è strutturalmente sbilanciato a favore della prima per differenziale economico e demografico.  La superiorità di Pechino è netta; Mosca arranca aggrappandosi all’arsenale nucleare e al serbatoio energetico. La “crisi” ucraina ha ulteriormente accentuato lo squilibrio perché ha reso la Russia politicamente tributaria del sostegno, o benevola neutralità, cinese. Mosca ha perso i mercati europei e occidentali; ha perso accesso alla tecnologia occidentale. La sostituzione può venire in buona parte solo dalla Cina. Come sta avvenendo. Gli scambi commerciali crescono. A margine del vertice della Sco, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha chiuso l’accordo per la costruzione di un gasdotto dalla Siberia alla Cina via Mongolia.

Putin non esce a mani vuote da Samarcanda. Mantiene la sponda politica cinese e euroasiatica. Tiene vivo il rapporto con Xi, alla prima uscita post-Covid fuori mura. Non sembra aver ottenuto quella che era forse la cosa per lui più importante, e che lo diventerà sempre più quanto più a lungo dura la guerra: assistenza cinese allo sforzo bellico e fornitura di armi. Qui però si trovava di fronte a una linea rossa americana e europea che Xi non vuole attraversare. Le motivazioni possono essere varie e complesse – buoni rapporti bilaterali con Kiev, rispetto di confini e integrità territoriale, avventurismo imprudente di Putin, latente concorrenza con Mosca in Asia centrale (a Samarcanda si è avuta l’impressione di un Kazakhstan che prendeva le distanze dalla Russia per avvicinarsi alla Cina) – ma il fattore dominante è la preservazione dell’ordine economico mondiale. L’appoggio militare alla Russia lo spaccherebbe e costerebbe alla Cina la globalizzazione, un prezzo che Xi non si può permettere. Non si butta via la gallina dalle uova d’oro specie in una fase in cui la gallina mostra sintomi di stitichezza. Per la Cina il salvataggio della globalizzazione fa ancore premio sulla rivalità fra grandi potenze. Questo il limite su cui si ferma l’amicizia fra Putin e Xi. Per ora.

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