La transizione ecologica dell’Unione europea deve passare dallo sviluppo industriale locale del settore e da hub per il riciclo delle batterie. Altrimenti sarà un regalo dell’Europa alla Cina, come dicono Urso e Tavares. L’opinione di Stefano Cianciotta, presidente Abruzzo Sviluppo SpA, e Idiano D’Adamo, docente universitario La Sapienza

In poche ore il neoministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e il ceo di Stellantis Carlos Tavares, hanno messo in guardia l’Europa sui costi industriali e sociali di una transizione ecologica dai combustibili fossili alle rinnovabili, che può portare ad una dipendenza dalle tecnologie cinesi e alla dispersione del know-how costruito nel tempo.

Il tema è molto ampio, perché il predominio della ricerca industriale inciderà sempre di più sull’evoluzione della geopolitica, e riguarda ad esempio anche la supremazia mondiale per i microchip tra Cina e Usa, ed è al contempo uno dei presupposti del possibile attacco della Cina a Taiwan, dove oggi si concentra una delle produzioni mondiali più importanti.

Qualche giorno fa proprio su questo sito si era sottolineata l’esigenza di un forte sviluppo dei sistemi residenziali fotovoltaici e delle comunità energetiche, ma anche l’opportunità di recuperare i materiali degli impianti dismessi.

L’analisi di un prodotto, considerando il suo intero ciclo di vita, è alla base delle analisi di sostenibilità. Tuttavia l’inflazione del concetto di sostenibilità, usato sempre di più per essere di tendenza, sta generando anche molta attività di greenwashing. E questo atteggiamento non è più accettabile, perché la nostra visione non può guardare solo al breve periodo o al proprio giardino, e non si può spendere altresì denaro pubblico per attività che bruciano ricchezza e producono false aspettative. La colpa non è quindi solo nella burocrazia pubblica.

Lo stop alla vendita di autovetture nuove a benzina e diesel è stato presentato come un tassello fondamentale per gli obiettivi di sostenibilità. Quella scelta dell’Unione europea era stata definita come “una soluzione molto ideologica e poco realistica” dall’allora viceministro allo Sviluppo Economico, divenuto oggi ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Pichetto Fratin.

Una recente pubblicazione scientifica pubblicata sulla rivista Sustainable Development ha formulato la seguente domanda: cosa occorre fare per consentire alle auto elettriche di essere motore di sviluppo sostenibile per l’Europa? I risultati dell’analisi evidenziano che i veicoli elettrici non sono in grado di realizzare una transizione sostenibile se non vengono soddisfatte tre condizioni: l’utilizzo di fonti rinnovabili, lo sviluppo industriale locale del settore e il riciclo delle batterie. Pertanto, l’Europa ha urgente bisogno di realizzare nuove attività industriali e di evitare l’insostenibilità sociale, che potrebbe essere determinata da una transizione rapida che non ha considerato i fattori appena ricordati.

Nella revisione del Pnrr, necessario per tenere in considerazione i fenomeni di inflazione e speculazione che hanno determinato un forte scostamento dei costi associati alle materie prime, è lecito chiedere di incentivare la formazione del personale verso i nuovi obiettivi? Perché se non si incentiva questo tipo di percorso, sarà impossibile favorire lo sviluppo di eco-sistemi industriali in cui a fianco alla produzione di veicoli nuovi si dovranno affiancare le attività di riciclo per recuperare  le tante materie prime di cui il nostro Paese non dispone.

Tale scelta muove verso la sostenibilità. Dove realizzarla? Con quali costi? Seguendo sempre quanto indicato dal Pnrr nelle realtà meridionali dove sono presenti importanti realtà legate all’automotive sviluppando al contempo hub innovativi e sostenibili. Una di queste piattaforme può essere realizzata nel Centro Italia, tra Abruzzo e Molise. La vicinanza tra lo stabilimento della Sevel ad Atessa, impianto leader in Europa nella produzione di veicoli commerciali leggeri, e la futura gigafactory a Termoli (entrambe riconducibili a Stellantis) è una occasione da cogliere per trasformare quell’area anche nell’ottica di investire sul riciclo.

Due aree contigue, che sono peraltro all’interno di due differenti Zone Economiche Speciali, di competenza dei ministri Raffaele Fitto per il Pnrr e Nello Musumeci per il Sud e il Mare.

Servire il proprio Paese è la più bella azione che possiamo fare ed è per questo che va difeso l’interesse nazionale. Infatti un Paese può essere sostenibile quando sostiene l’innovazione, promuove il talento (in tutti i ruoli e in tutti i settori) ed esporta le proprie eccellenze.

Il Made in Italy è da tutelare e valorizzare. Senza ideologia ma con azioni e fatti concreti.

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