La soluzione è una sola: accelerare l’ingresso di questi Paesi nell’Unione europea. E l’Italia può giocare un ruolo fondamentale nel creare nuovi ponti. L’intervento dell’ambasciatore Giovanni Castellaneta

Da Sarajevo per una riunione dell’Iniziativa Adriatico-Ionica, organizzazione intergovernativa nata ad Ancona nel 2000 per favorire la cooperazione tra i Paesi che si affacciano sulle due sponde di questo grande lago parte del Mediterraneo, viene quasi scontato riflettere sulla delicata situazione in cui versa questa regione a pochi chilometri dalle nostre coste e da dove solo pochi anni fa sono partiti centinaia di migliaia di profughi in cerca di fortuna nel nostro Paese. Chi non ricorda la nave affollata all’inverosimile sbarcata a Bari con il suo carico di dolore e speranza.

La capitale della Bosnia, nota anche come “città martire” della storia per le vicende cruciali e il lungo assedio che l’hanno vista protagonista suo malgrado, è dotata di un fascino oscuro e avvolgente. È un luogo di grande e profonda cultura, in grado di simboleggiare alla perfezione la complessità dei Balcani occidentali. Cercare di ridurre questa complessità dovrebbe essere una priorità dell’Unione europea, per disinnescare un’area di latente instabilità e tramutarla in uno spazio di cooperazione economica e benessere comune libero da influenze etniche e religiose da parte di paesi estranei a questi luoghi.

Proprio domenica scorsa in Bosnia si sono tenute le elezioni, sintesi politica di un sistema che cerca un difficile equilibrio fra le tre principali etnie che compongono il Paese: quella serbo-bosniaca, quella bosgnacca-musulmana e quella croata. La buona notizia uscita dalle urne è che due presidenti su tre (Denis Bećirović per il seggio bosgnacco e Željko Komšić per quello croato) non appartengono a partiti nazionalisti; solo la serbo-bosniaca Željka Cvijanović è diretta successore di Milorad Dodik, che solo due settimane fa si era recato a Mosca per offrire il suo sostegno (e ottenerlo di rimando) da Vladimir Putin. In effetti, l’influenza della Russia nella regione è un tema a cui guardare con estrema attenzione, dato che nella vicina Serbia il leader Aleksandar Vučić non fa mistero di guardare in quella direzione più che all’Unione europea: proprio il 26 settembre tra i due Paesi è stato firmato un accordo bilaterale che impegna Mosca e Belgrado a consultarsi reciprocamente su questioni di politica estera.

Dunque, nell’area dei Balcani occidentali non mancano le simpatie per la Russia; e a questo aggiungiamo le confrontazioni etniche che non si sono mai sopite del tutto e che covano come fuoco sotto la cenere: soprattutto tra Kosovo e Serbia, tra cui la tensione era tornata a livelli molto elevati solo un mese fa a causa di restrizioni sui visti concessi da Belgrado. Senza dimenticare i tentativi di organizzazioni fondamentaliste di origine religiosa di consolidarsi nel territorio.Insomma, la “polveriera balcanica”, che produce più storia di quanto ne consuma e che oltre cent’anni fa (peraltro con la scintilla scoppiata proprio a Sarajevo) aveva portato allo scoppio della Prima guerra mondiale, continua ad essere uno spazio di instabilità latente che putroppo in questo momento si affianca pericolosamente alla situazione di guerra in Ucraina dopo l’invasione russa.

Che dovrebbe fare allora l’Europa per sostenere la stabilizzazione di questi Paesi?

La soluzione è una sola: accelerare il loro ingresso nell’Unione europea. Albania, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia sono da anni candidati ufficiali, mentre la Bosnia ha al momento lo status di candidato potenziale, superata in questa fase iniziale di negoziato con l’Europa anche da Ucraina e Moldavia che hanno invece lo stato pieno di candidato.

È chiaro che il percorso di questi Stati per poter entrare a pieno titolo nella famiglia europea deve essere scandito dal raggiungimento di progressi tangibili a livello democratico, istituzionale ed economico; ma non dovrebbe mancare dall’Unione europea la mano tesa per accelerare questi progressi. Sarebbe un errore privilegiare l’ingresso dell’Ucraina in Europa rispetto ai Balcani occidentali: non perché Kiev non lo meriti, ma perché gli altri sono già in attesa da diversi anni e dovrebbero mantenere almeno lo stesso ritmo di progressione nel negoziato. Il rischio, altrimenti, potrebbe essere quello di rigettare nuovamente la regione nell’instabilità o di spingerla tra le braccia di paesi per noi concorrenziali e antagonisti.

L’Italia può giocare un ruolo fondamentale nel creare nuovi ponti con i Balcani occidentali e ha il dovere storico in nome del nostro diretto interesse nazionale di promuovere ulteriori iniziative a livello politico ma anche economico, per far emergere le potenzialità di buon vicinato e di investimenti per le nostre imprese che questi Paesi possono offrire.

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