È bene che il Partito democratico eviti di compiere due errori: cercare nell’onda lunga le ragioni della sconfitta e, nello stesso tempo, avviare una discussione retrospettiva sulle alleanze come se si potesse aggiustare dall’opposizione quanto non si è compiuto al momento opportuno durante la campagna elettorale. In sostanza, è bene non mescolare due storie diverse

Ci vorrebbe un amico che mettesse in guardia il gruppo dirigente dem: con le loro contrizioni, con tutta la cenere che si spargono sul capo stanno dando dell’imbecille ai milioni di cittadini che il 25 settembre hanno votato Partito democratico. Verrebbe da rivisitare quella battuta di Groucho Marx, rilanciata da Woody Allen: “Non vorremmo mai il suffragio di una persona che si riducesse a votare un partito come il nostro”.

Che cosa può pensare un elettore dem di un partito che vuole sciogliersi, rifondarsi, ripensare le proprie origini e la propria identità, mettere sotto accusa le politiche attuate in tanti anni, evitare l’accanimento terapeutico di un congresso, rottamare una generazione di dirigenti, quando qualsiasi persona sensata – alla vista del livello degli under 35 messi in campo da Enrico Letta come specchietto per allodole del nuovo che avanza – si precipita a richiamare in servizio Massimo D’Alema e non lo molla più. Un partito che si delegittima da solo con la storia di aver governato per dieci anni senza mai aver vinto le elezioni. Proprio loro che si sono schierati in campagna elettorale in difesa del carattere parlamentare della Repubblica, in base al quale vincono i partiti che sono in grado di formare in Parlamento una maggioranza che ottenga la fiducia.

Certamente la sconfitta del Partito democratico risulta ancora più evidente per la vittoria netta della destra e in quest’ambito di Fratelli d’Italia e della sua leader (il voto per Meloni ha influito per più dell’80% su quello complessivo del partito a cui si è aggiunto un 16% di voto di trascinamento, il cosiddetto bandwagon). Ma almeno la metà dei suffragi ottenuti è stato sottratto agli alleati della coalizione.

A causare la sconfitta del Partito democratico è stata certamente un’onda lunga (proveniente dalle origini, dell’assemblaggio forzato in chiave antiberlusconiana, dalle esile sostanza degli ideali comuni, da gruppi dirigenti spesso inadeguati, da un esasperato correntismo), ma a sfondare gli argini è stata la violenza dell’onda corta ovvero la scelta (in parte voluta e in parte subita) di presentarsi al confronto del 25 settembre risalendo – senza essere un salmone – controcorrente la logica e le finalità di una legge elettorale che lo stesso partito non aveva voluto cambiare pensando di giocare ad armi pari con le destre se fosse riuscita la strategia del “campo largo”.

Basta fare un conteggio delle percentuali e del numero dei voti per accorgersi – con tutte le riserve del caso – che non solo sarebbe stata competitiva un’alleanza con il Movimento 5 Stelle, ma persino quella che sarebbe emersa se l’accordo del 1° settembre con Carlo Calenda ed Emma Bonino non fosse caduto nel giro di pochi giorni. Letta ha ragione nel sostenere che in quel protocollo non vi era alcuna pregiudiziale nei confronti della sinistra rosso-verde (e che è stato Calenda a cambiare le carte in tavola), ma nulla proibiva al segretario del Partito democratico di optare, nonostante tutto, un’alleanza riformista, lasciando al loro destino quei partiti che avevano combattuto il governo Draghi su tutta la linea, compresa la scelta di appoggiare la resistenza ucraina.

Per come si sono messe le cose è bene che il Partito democratico eviti di compiere due errori capitali. Cercare nell’onda lunga le ragioni della sconfitta e, nello stesso tempo, avviare una discussione retrospettiva sulle alleanze come se si potesse aggiustare dall’opposizione quanto non si è compiuto al momento opportuno durante la campagna elettorale. In sostanza, è bene non mescolare due storie diverse: il Partito democratico ha perso le elezioni perché ha sfidato gli avversari presentandosi su un campo di gioco diverso da quello dove si giocava la partita.

Guai però se il dibattito congressuale riaprisse questa ferita, senza rendersi conto che la ricerca di un futuro parte da una attenta verifica del passato. Il Partito democratico deve prima di tutto seguire l’insegnamento socratico del “conosci te stesso”, deve darsi una identità perché non basta più quella che si è cucita addosso per tanti anni: aver unito tutte le componenti dei vecchi partiti – sopravvissute alle purghe degli anni Novanta e salvaguardati dagli epuratori – che si opponevano a Silvio Berlusconi come si erano opposte in tutti modi al Psi di Bettino Craxi, affidandosi fino a diventare, nello stesso tempo, carnefici e vittime delle scorribande del giustizialismo delle procure. Nel passaggio cruciale del post comunismo gli ex Pci, alla ricerca di redenzione, hanno commesso l’errore di avventurarsi nella nebbia di un democraticismo vagamente di sinistra anziché rientrare nell’alveo di quel socialismo democratico che è una delle “grandi famiglie” europee e che ha conservato – se non più una ideologia – un patrimonio di ideali identitari. Era venuto il momento di tornare alla casa paterna, ma l’astio contro Craxi glielo impedì.

Dalla caduta del Muro di Berlino il Pci ha cambiato più volte nome, come se avesse dovuto falsificare i documenti di identità per fare perdere le proprie tracce. Anche adesso stanno pensando a darsi un nuovo nome. Ma continueranno a sottrarsi al loro destino.

La nuova identità è sempre quella antica: il socialismo democratico. È venuto il momento che si avveri la profezia di Filippo Turati quando al Congresso di Livorno nel 1921 si rivolse ai suoi avversari con queste parole: “Tutte queste cose voi capirete tra breve e allora il programma, che state faticosamente elaborando e che ci vorreste imporre, vi si modificherà tra le mani e non sarà più che il nostro vecchio programma”. Lo stesso discorso vale per gli ex Dc, che non si sono mai riconosciuti – dopo la fine della Balena bianca – nel filone del popolarismo europeo. In questi giorni si è riaperto il problema del ruolo dei cattolici in politica allo scopo di superare l’irrilevanza che li contraddistingue nel momento in cui sono in ballo in Italia e in Europa (sotto la specie dei nuovi “diritti civili”) tanti valori non negoziabili sul piano dell’etica e della dottrina della Chiesa.

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