“Ditemi quale sono state le grandi riforme di questo governo”, continua a ripetere il leader M5S. Polemica evidente, che fa da contorno alla continua rivendicazione di essere stato lui, e lui soltanto, l’artefice del grande successo italiano nella ripartizione dei fondi del Pnrr. Ma anche una polemica male impostata

Giuseppe Conte, prigioniero da sempre nella sua avversione nei confronti di Mario Draghi, non ha cessato un momento di ripetere “ditemi quale sono state le grandi riforme di questo governo”. Polemica evidente, che fa da contorno alla continua rivendicazione di essere stato lui, e lui soltanto, l’artefice del grande successo italiano nella ripartizione dei fondi del Pnrr. Ma anche una polemica male impostata.

L’operato di un governo non si giudica da un singolo atto. Seppure il Movimento 5 stelle continui a rivendicare la paternità del reddito di cittadinanza e dei vari super bonus per l’edilizia, non possono essere questi due provvedimenti la cartina al tornasole sulla base della quale valutare la loro azione. La riflessione va, infatti, condotta sui risultati complessivi. Ed essi, purtroppo, parlano chiaro. Durante quel periodo, il governo Conte II ha prodotto due record entrambi poco invidiabili: il maggior deficit di bilancio dalla nascita dell’euro (9,6 per cento del Pil) e il più temerario salto del debito pubblico (21,2 punti di Pil) della storia del secondo dopo guerra.

Giudizio ingeneroso, si potrebbe dire. Che ignorerebbe l’emergenza dovuta al Covid e all’epidemia. Obblighi di “ristori” per allentare i morsi della crisi e consentire a famiglie ed imprese almeno di sopravvivere. Giusto. Ma proprio per questo motivo era necessario quel rigore che invece è mancato, proprio nei provvedimenti simbolo della retorica pentastellata. Tanto più che fare debito era in qualche modo necessario, per cui era indispensabile prendere tutte quelle accortezze per ridurre il danno. E invece lo scostamento, rispetto all’anno precedente, fu pari all’8,1 per cento del Pil. Qualcosa come 133,9 miliardi di euro. Dal cui abissò non siamo ancora usciti.

Detto questo si può tornare all’assunto iniziale. E quindi giudicare il governo Draghi per quello che realmente è stato, tenendo conto della situazione eccezionale verificatesi nel mondo a seguito di una ritrovata simmetria del ciclo internazionale e dei successivi eventi bellici. Fenomeno, il primo, determinato dalla ripartenza simultanea delle diverse economie, con conseguenza strozzatura dell’offerta. Ma spesso evocato con l’intento di sottovalutare le responsabilità di Vladimir Putin, dicendo che alcune spiacevoli tendenze si erano manifestate molto prima di quel criminale intervento.

Finora gli interventi effettuati – la somma dei vari decreti – si sono tradotti in un tiraggio sul bilancio dello Stato, pari a circa 6O miliardi di euro. Più o meno in linea con quanto fatto da altri Paesi. Rispetto al governo Conte II, tuttavia, la loro gestione non solo non ha prodotto ulteriori scostamenti di bilancio, ma una contrazione del deficit: 2,4 punti di Pil, nel 2021 ed 1,6 l’anno successivo. Quello di Draghi non sarà stato certo il “governo dei migliori”, come sfotte il Fatto Quotidiano, ma successi del genere, valutabili in risparmi complessivi per 4,0 punti di Pil, non sono certo cosa di tutti i giorni.

L’ulteriore novità della Nadef consiste nell’abbassare ulteriormente la previsione di deficit per l’anno in corso e quello successivo. In entrambi i casi la differenza sarebbe pari a 0,5 punti di Pil. Risparmi che non devono essere necessariamente sterilizzati, ma che possono essere utilizzati per sostenere famiglie e imprese, nel far fronte allo sviluppo del processo inflazionistico. E in particolare al “caro bollette”. Un punto di deficit equivale a una somma che oscilla tra i 18,9 e i 19,8 miliardi, a seconda si tratti dei prezzi 2022 o 2023. Somme che possono non essere congelate, proprio grazie al fatto che il deficit di bilancio degli esercizi precedenti, risulta, almeno da due anni avviato lungo una rotta discendente.

Il che trova conferma e verifica nell’andamento del rapporto debito/Pil. Dopo il massimo, al lordo dei sostegni, toccato durante il governo Conte II (155,3 per cento del Pil), nel 2023 le previsioni indicano un progressivo contenimento, destinato a durare anche negli esercizi successivi. Si passerà, infatti, al 145,2 per cento nel 2023 (con una riduzione di oltre 10 punti) per giungere, al termine dell’orizzonte della previsione, al 139,3 per cento. Con un miglioramento, rispetto alle indicazioni del vecchio Def di inizio anno, di quasi 2 punti di Pil.

Nel valutare queste tendenze è bene non dimenticare quanto più forte sia diventato il condizionamento internazionale. Ovviamente, a seguito delle decisioni assunte dalla Banca centrale europea, sull’esempio delle altre banche centrali (unica eccezione il Giappone), la spesa per interessi è destinata ad aumentare. Di uno 0,5 per cento del Pil, nel 2022 e di uno 0,8 nei due anni successivi, rispetto alle precedenti previsioni. Senza questo ulteriore salasso, quindi, le cose sarebbero potute andar meglio. Ed avere a disposizione altri 10 miliardi.

Un monito nei confronti di coloro che teorizzano scostamenti di bilancio ad ogni piè sospinto. Quasi si trattasse di poter attingere dal pozzo di San Patrizio. Oppure di chi pensa che l’unico problema italiano sia quello di redistribuire beni che nessuno è più in grado di produrre. Una più equa distribuzione della ricchezza, come insegna la storia più recente e quella più remota, deve andare di pari passo con una loro maggiore disponibilità. A sua volta conseguente un più elevato tasso di sviluppo. Al fine di evitare il cannibalismo delle lotte tra poveri, o in procinto di esserlo, con il loro carattere regressivo.

La congiuntura dell’anno che è quasi alle nostre spalle ne suona come conferma ulteriore. Quelle maggiori disponibilità finanziarie, in grado di finanziare maggiori ristori per le famiglie ed imprese non nascono, come Venere, dalla spuma del mare. Sono, invece, figlie del maggior sviluppo, che traspare dalle previsioni sul tasso di crescita complessivo. Esso dovrebbe, infatti, passare dal 3,1 per cento, che era la previsione del Def dell’inizio dell’anno, al 3,3. Poca cosa: si potrebbe pensare, se a questo dato non si accostasse quello relativo all’inflazione.

L’Italia esce da un periodo in cui l’aumento dei prezzi era stato il più basso dell’Eurozona, per subire pienamente l’effetto degli aumenti previsti nel settore energetico e destinati a riflettersi sulle altre componenti del quadro economico e finanziario. Lo scorso anno, il Pil nominale era cresciuto del 7,3 per cento, ma la crescita effettiva, in termini reali, era stata del 6,6 per cento. Quest’anno la crescita complessiva sarà leggermente inferiore, pari al 6,4 per cento. Ma l’aumento dei prezzi vi avrà contributi per quasi la metà (deflatore del Pil: 3 per cento). Mentre sui consumi sarà più del doppio: 6,6 per cento.

Si avrà pertanto un effetto perverso. Ne risentiranno in modo particolare le famiglie, specie quelle più fragili, mentre le imprese più solide da un punto di vista finanziario, ne potranno trovare un certo giovamento. Finora, almeno, la politica monetaria della Banca centrale europea ha consentito tassi di interesse negativi: ossia inferiori al livello di inflazione. Una spinta oggettiva all’indebitarsi, visto che alla fine del periodo concordato si restituirà denaro mangiato dall’inflazione. Certo non una consolazione, ma in questi tempi così cupi è bene non abbandonarsi allo sconforto.

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